L’edicola

Vita dura in Sudan per il Khartoum Monitor: si autodefinisce il principale giornale indipendente del Sudan, è diretto da Alfred Taban (cristiano del Sud, già corrispondente di Bbc e Reuters dalla capitale) ed è stato fondato a Khartoum da un gruppo di giornalisti (il giornale tiene a precisare che 8 su 11 sono sudanesi del Nord) nel settembre scorso. In dicembre ha dovuto subire una settimana di sospensione, guarda caso durante le elezioni presidenziali. La linea editoriale della testata, volta a dare rilievo alle voci indipendenti di qualsiasi confessione religiosa e credo politico, aveva già spinto in altre occasioni le autorità ha chiudere il quotidiano. Quando il Khartoum Monitor è riapparso nelle edicole ha dovuto avere toni decisamente più contenuti che in passato (ma in un editoriale avvertiva: ci sono stagioni di frutta abbondante e stagioni di siccità; in quest’ultimo caso ci si deve adattare a mangiare frutti meno succulenti, perché la cosa più importante è sopravvivere. E finche c’è vita c’è speranza). La rubrica del direttore, inoltre non porta più la firma di Taban, che secondo la redazione, è stato a lungo impegnato all’estero. Il Khartoum Monitor rimane comunque un punto di riferimento per i sudanesi del Sud: «La verità vi renderà liberi», aveva titolato il quotidiano qualche giorno prima dell’ultima chiusura, ribadendo il proprio impegno a creare le condizioni per un dialogo tra tutti i sudanesi. In un editoriale aveva inoltre chiesto che la televisione non fosse più monopolio del partito al potere, proponendo che un terzo dei suoi giornalisti provenissero dal Sudan meridionale, per rispettare la realtà del paese. Nell’editoriale del 3 gennaio, intitolato “Congratulazioni al presidente eletto”, ovvero Omar el-Bashir, il quotidiano chiedeva al governo di assegnare almeno uno dei ministeri principali del paese (commercio, finanza, energia e miniere, esteri, interni, difesa e scuola) a un sudanese del Sud, come segnale reale dell’inizio di una nuova era nelle relazioni tra Nord e Sud Sudan. (Diego Marani)