Dopo tre anni e mezzo di processo la Corte penale internazionale (CPI) ha emesso ieri il suo verdetto nei confronti di Ali Muhammad Ali Abd-Al-Rahman, noto anche come Ali Kushayb, uno dei più importanti leader delle famigerate milizie Janjaweed, che nel primo decennio degli anni 2000 misero a ferro e fuoco la regione sudanese del Darfur occidentale, provocando 300mila morti e 2,5 milioni di sfollati, secondo le Nazioni Unite.
Le tre giudici della Corte hanno riconosciuto Kushayb colpevole di 27 dei 31 capi d’imputazione per crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi tra agosto 2003 e marzo 2004, tra cui 504 omicidi, stupri, torture e 41mila sfollamenti forzati di civili.
È stato inoltre concesso alle 1.591 vittime che hanno partecipato al dibattimento il diritto di chiedere un risarcimento.
Durante il processo, iniziato il 5 aprile 2022 all’Aia, sono stati ascoltati 56 testimoni dell’accusa che hanno raccontato come gli uomini sotto il comando di Kushayb abbiano raso al suolo interi villaggi, uccidendo indiscriminatamente uomini, anziani, donne e bambini, e utilizzando stupri e mutilazioni come armi di guerra.
Ali Kushayb è stato trasferito alla custodia della CPI il 9 giugno 2020, dopo essersi consegnato alle autorità della Repubblica Centrafricana, dove si era rifugiato.
Altri quattro ricercati
È la prima e al momento unica persona ad essere processata dalla CPI per le atrocità commesse in Darfur dai Janjaweed, milizia sostenuta dal regime islamista del presidente Omar al-Bashir, deposto da una mobilitazione popolare nell’aprile del 2019 e anche lui ricercato dalla Corte penale assieme ad Ahmad Harun, sottosegretario al ministero degli Interni nel governo sudanese tra il 2003 e il 2005.
Con al-Bashir e Harun sono tuttora ricercati anche l’allora ministro degli Interni e rappresentante speciale di al-Bashir in Darfur, Abdel Raheem Muhammad Hussein, e il comandante in capo del Movimento per la giustizia e l’uguaglianza (JEM), Abdallah Banda Abakaer Nourain.
Al-Bashir, Harun, Hussein ed altri esponenti del regime del Partito del congresso nazionale (National Congress Party – NCP) al potere dal 1989, furono arrestati all’indomani del rovesciamento del regime, ma furono liberati dal carcere di Khartoum nei primi giorni del conflitto, iniziato il 15 aprile 2023 e tutt’ora in corso.
Nuove atrocità in Darfur
A combattersi oggi sono gli stessi protagonisti di allora, l’esercito sostenuto dagli islamisti del vecchio regime e la milizia Forze di supporto rapido (RSF), evoluzione degli stessi Janjaweed il cui leder supremo era ed è rimasto Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemeti.
E oggi come nei primi anni 2000 la Corte penale è tornata ad indagare su nuovi crimini di guerra e contro l’umanità, incluso il genocidio, perpetrati in Darfur dagli uomini di Hemeti, che sembra intenzionato a portare a termine la campagna di pulizia etnica nei confronti delle popolazioni non arabe o arabizzate del Darfur, iniziata oltre vent’anni fa.
È di ieri l’allarme lanciato dall’esercito e confermato dai Comitati civili di resistenza e da fonti mediche, sull’uso da parte delle RSF di gas tossici lanciati da droni in varie zone di El Fasher, capitale del Darfur settentrionale da un anno e mezzo sotto assedio da parte della milizia.
Intanto sempre ieri il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha esteso per un anno la sua missione, consentendo agli investigatori di continuare a documentare le atrocità compiute dalle RSF e dalle Forze armate sudanesi nel conflitto.