Situazione sempre più caotica
Il partito più forte del Sud ha deciso di non partecipare alle elezioni dell’11 e 13 aprile in 13 regioni. Seguito anche dall’Umma party. Intanto l’Europa ritira i suoi osservatori dal Darfur. E il Sudan democracy first group chiede il ritiro di tutti gli osservatori internazionali e accusa gli Usa di essere l’alleato più solido di Khartoum e di legittimare Al-Bashir.

La situazione in Sudan si complica ogni ora di più a pochi giorni da un voto (previsto l’11 e il 13 aprile prossimi) dipinto fino a poco tempo fa come il ritorno alla democrazia in un paese che ha visto le ultime elezioni libere 24 anni fa.

 

Dopo il ritiro dalla competizione elettorale di Yasser Arman, il candidato del Movimento per la liberazione del popolo del Sudan (Splm), seguito a ruota da altri 4 candidati (al Sadiq al-Mahdi, del partito Umma, Mubarak al-Fadil, capo di una importante fazione del partito Umma, Ibrahim Nugud del Partito comunista, Hatem al-Sir, del partito Unionista democratico) ora arriva la notizia che l’Splm boicotterà le elezioni in 13 regioni del Nord, escluse Blu Nile e il Sud Kordofan. Non solo. Ma anche al Mahdi e l’Umma hanno deciso di non partecipare ad alcun tipo di competizione elettorale.

Inoltre la responsabile della missione degli osservatori dell’Unione europea, Véronique De Geyser, ha annunciato il ritiro dei 7 osservatori dal Darfur e minacciato di far ritirare tutti i 130 osservatori presenti a Khartoum per il voto, perché le minacce di sgombero forzato ricevute dal presidente Omar al-Bashir contrastano con «la tradizionale ospitalità del mondo arabo».

 

Il presidente, il 22 marzo  scorso aveva pubblicamente minacciato di tagliare il naso e le dita a chi, a livello internazionale, pensava di interferire negli affari interni del suo paese approvando qualsiasi ritardo delle elezioni. Ha ripetuto questa minaccia il 5 aprile dagli schermi di al Jazeera.

 

Minacce, intimidazioni e molestie di cui sono stati vittime non solo gli attivisti dei diritti umani e gli oppositori del regime islamista di Khartoum, ma anche alcuni membri degli stessi gruppi di monitoraggio.

 

Una situazione che ha indotto il Sudan democracy first group – un gruppo della società civile sudanese che raccoglie personalità del mondo universitario, del sindacato e del mondo culturale delle diverse etnie – a lanciare un appello affinché i gruppi degli osservatori internazionali abbandonino il paese, perché, appunto, non sono nelle condizioni di poter effettuare in modo libero e onesto il loro lavoro. E per non avallare delle elezioni che, allo stato attuale, hanno il solo scopo di garantire un accesso al potere legittimo per un dittatore incriminato dalla Corte penale dell’Aia, come al-Bashir.

 

Attualmente, ci sono in Sudan molte missioni con osservatori internazionali: il Centro Carter, l’Unione Europea, l’Unione Africana, i paesi Igad, la Lega araba, un gruppo rappresentativo dei Grandi Laghi e le missioni di singoli paesi come l’Egitto e il Giappone. Fatta eccezione per il Centro Carter, le altre missioni sono arrivate solo di recente a Khartoum, e non sono in grado, secondo Il Sudan democracy first group, di testimoniare le manovre elettorali fraudolente e altri tipi di violazione messi in atto dal governo per truccare il voto dell’11 aprile, come invece hanno documentato il Centro Carter e altri gruppi internazionali, come l’International Crisis Group, Human Rights Watch e Save Darfur.

I partiti di opposizione che si sono ritirati dalla competizione elettorale hanno formulato una serie di proposte per rendere le elezioni giuste e libere:

a)      Innanzitutto, il voto deve essere spostato a novembre del 2010, rinvio che non minaccerebbe la data del gennaio 2011 per il referendum secessionista al sud.

b)      Propongono, poi, di trovare soluzioni eque e globali alla crisi in Darfur, per dare modo anche a quella popolazione di partecipare al voto.

c)      Devono infine essere rispettati gli aspetti fondamentali dell’accordo comprensivo di pace firmato nel 2005 tra Nord e Sud del paese.

In un documento reso pubblico il 5 aprile scorso il Sudan democracy first group punta il dito contro gli Stati uniti, giudicati, al di là delle apparenze  e della retorica anti Usa del governo sudanese, l’alleato più solido di Khartoum negli ultimi mesi. Lo stesso al-Bashir il 3 aprile scorso ha affermato, in merito alla missione dell’inviato speciale americano in Sudan, Scott Gration, di portare sui giusti binari le elezioni nel paese, che «perfino l’America sta diventando un membro del Partito del congresso nazionale (Pcn). Nessuno è contro la nostra volontà».

 

Secondo il Gruppo di attivisti sudanesi, la politica degli Usa  e dei suoi alleati nei confronti di Khartoum «sta rapidamente perdendo la sua neutralità e credibilità agli occhi della gente». Nonostante gli avvertimenti lanciati da strutture come il Centro Carter o la stessa Onu sulle torture praticate, sui brogli elettorali e sull’iniquo percorso che sta portando al voto il paese, Gration sarebbe arrivato a Khartoum per risolvere nel tempo più rapido possibile la crisi gettandosi «a capofitto nella manipolazione della dinamica politica interna, tentando di influenzare spudoratamente l’esito del dibattito in modo tale da favorire i sostenitori del partito al potere», il Pcn appunto.

 

Una posizione che contrasta con la politica di Obama verso l’Africa: il presidente americano ha più volte rimarcato che deve essere rispettata l’autonomia del popolo africano nell’assunzione delle proprie decisioni e responsabilità. Ma «la sua politica in Sudan è diametralmente opposta», accusa il Sudan democracy first group. «Il suo inviato nel paese sta giocando un vecchio gioco: le sue affermazioni, le posizioni e l’impegno che si è assunto con un regime condannato sia localmente sia a livello internazionale, riflettono la poca considerazione per l’autonomia del Sudan e per i diritti dei cittadini del paese». Un ruolo, quello degli Usa, che starebbe impedendo al Sudan di uscire dalla crisi in cui versa da decenni.