Sudan: migliaia di civili massacrati dalle RSF a El Fasher - Nigrizia
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Dopo la conquista della capitale del Darfur settentrionale da parte della milizia si moltiplicano segnalazioni di esecuzioni sommarie. Decine di migliaia le persone in fuga dalla città
Sudan: migliaia di civili massacrati dalle RSF a El Fasher
Il governatore del Darfur Minni Minawi: dietro alle Forze di supporto rapido uno «stato aggressore» che «sponsorizza e finanzia la guerra», fornendo supporto materiale, logistico e di intelligence. Un riferimento implicito al ruolo degli Emirati Arabi Uniti
29 Ottobre 2025
Articolo di Redazione
Tempo di lettura 5 minuti

In Sudan si stanno tragicamente realizzando i timori di massacri su base etnica dopo la conquista della città di El Fasher da parte delle milizie Forze di supporto rapido (RSF), il 26 ottobre scorso, dopo 18 mesi di assedio.

Più di 2mila civili disarmati sarebbero stati uccisi in due giorni, prendendo di mira principalmente “donne, bambini e anziani”, secondo la Joint Force, coalizione di milizie alleate dell’esercito, costretto a ritirarsi dalla capitale del Darfur settentrionale.

Almeno 1.350 i morti per il portavoce del Segretario generale delle Nazioni Unite, Stéphane Dujarric, che ha avvertito che si tratta probabilmente di “una sottorappresentazione del numero reale di vittime” a causa di interruzioni delle comunicazioni e difficoltà di accesso.

Anche l’Alto Commissariato ONU per i diritti umani ha dichiarato di aver ricevuto “resoconti terrificanti” di atrocità, tra cui esecuzioni sommarie.

Immagini satellitari e rapporti indipendenti confermano i segnali di massacri su larga scala. Sui social network girano filmati ripresi dagli stessi miliziani delle RSF con gli smartphone che mostrano decine di civili seduti in fila a terra, freddati uno dopo l’altro con raffiche di mitra e altre decine di corpi sparsi a terra e ammassati nei fossati. Altri in cui persone disarmate vengono inseguite come prede, umiliate e infine giustiziate. Tra le vittime anche vecchi, donne e bambini. Bambini, proprio come alcuni dei miliziani che sparano e uccidono a bruciapelo uomini terrorizzati che implorano pietà.

Il Coordinamento della resistenza di El-Fasher, un comitato di base, ha affermato che “tutti i feriti e le persone che si trovavano all’interno dell’ospedale saudita (l’unico rimasto parzialmente operativo in città, che ospita anche la maternità, ndr) sono stati giustiziati collettivamente dalle milizie”. Un totale di 460 morti, secondo quanto dichiarato dal direttore dell’Organizzazione mondiale della sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus.

Il Sudan Doctors’ Network riferisce inoltre che miliziani delle RSF hanno rapito sei membri del personale medico, per il cui rilascio chiedono alle famiglie un riscatto complessivo di oltre 250mila dollari.

Denunce simili sono arrivate nelle scorse ore dall’Unione Africana, dalla Lega Araba, da Medici senza Frontiere, da Amnesty International e dall’organizzazione locale Darfur Network for Human Rights (DNHR), unite ad appelli per la protezione dei civili, per un cessate il fuoco e per l’ingresso di aiuti umanitari.

Decine di migliaia in fuga dalla città

Chi può cerca di fuggire sperando di non essere fermato lungo la strada da combattenti delle RSF o milizie alleate.

L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) stima siano stati quasi 7.500 i civili sfollati dalla città in un solo giorno (il 28 ottobre) e 33.500 quelli arrivati in tre giorni, dal 26 al 28 ottobre, nelle aree rurali intorno alla capitale e nelle zone di Tawila, Mellit e Kebkabiya, a ovest.

Sono località che ospitano già decine di migliaia di sfollati in condizioni drammatiche e in cui gli aiuti alimentari e sanitari arrivano col contagocce. I pochi operatori locali raccontano di persone ferite e prostrate dalla prolungata assenza di cibo dovuta al lungo assedio.

In questo contesto infernale e in risposta alle recenti segnalazioni di carestia diffusa, che il governo militare nega, il ministero degli Esteri ha comunicato ieri l’espulsione del direttore e del capo delle operazioni in Sudan del Programma alimentare mondiale, dichiarandoli persone non grate e ordinando loro di lasciare il paese entro 72 ore.

Minawi: dietro alle RSF il sostegno militare di uno «stato aggressore»

Sempre ieri, in un discorso televisivo, il governatore del Darfur Minni Arko Minawi, ha attribuito la sconfitta a El Fasher a uno sforzo concertato da parte di uno «stato aggressore» che «sponsorizza e finanzia questa guerra», fornendo supporto materiale, logistico e di intelligence alle RSF.

Pur riconoscendo la responsabilità sua e degli alleati della Joint Force di «gravi errori e fallimenti», Minawi ha dichiarato che «El Fasher non sarebbe caduta senza… l’impiego di agenzie di intelligence nella regione per interrompere tutte le moderne comunicazioni satellitari», un’azione, ha aggiunto, che ha impedito i contatti tra le sue forze sul campo e le sale di comando.

Il governatore ha anche affermato che le RSF sono dipendenti da due elementi esterni: «mercenari provenienti da paesi vicini e dall’estero (Sud Sudan, Repubblica Centrafricana e Colombia, ndr), e droni operati dall’estero, insieme a tecnologie di disturbo delle comunicazioni».

Minawi ha concluso puntando il dito sull’immobilità della comunità internazionale, accusando le potenze mondiali di rimanere in silenzio per paura del «finanziatore» che «ha trasformato il denaro in carburante per il genocidio».

Il ruolo di Abu Dhabi

Il riferimento implicito è agli Emirati Arabi Uniti, già da tempo individuati da esperti delle Nazioni Unite, dal Dipartimento di stato americano e da inchieste giornalistiche indipendenti come i principali sponsor della milizia, che combatte contro le Forze armate sudanesi dal 15 aprile 2023.

Vi si documenta come armi e sistemi militari sempre più sofisticati provenienti anche da paesi europei, come la Bulgaria, dalla Cina e dal Regno Unito, siano arrivate in Darfur tramite triangolazioni con gli Emirati, con la complicità di Ciad e Libia.

“Gli Emirati Arabi Uniti sono da anni un noto centro di diversione di armi e il governo del Regno Unito è da tempo a conoscenza del fatto che armi vengono dirottate attraverso gli Emirati verso zone di conflitto come il Sudan e la Libia», fa notare il direttore per military, security and policing di Amnesty a Londra, Oliver Feeley-Sprague, riguardo al coinvolgimento britannico nel conflitto.

«Eppure il Regno Unito ha continuato ad approvare le vendite di armi agli Emirati, anche quando i rischi erano evidenti. Ciò solleva seri dubbi sulla potenziale complicità del Regno Unito in atrocità di massa», ha aggiunto, intimando ai governi coinvolti di fermare le forniture di armamenti ad Abu Dhabi.

Da parte loro le autorità emiratine hanno sempre negato decisamente un loro coinvolgimento nel conflitto. (MT)

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