Sudan / Darfur

Le forze militari sudanesi e le milizie alleate sono responsabili di una nuova serie di crimini di guerra nella regione del Darfur. A denunciarlo è un rapporto di Amnesty International che documenta la distruzione di dozzine di villaggi nella martoriata regione occidentale dallo scorso luglio.

“Le prove satellitari e le testimonianze confermano che le forze governative e le milizie associate hanno danneggiato o distrutto almeno 45 villaggi nel Jebel Marra tra il luglio 2018 e il febbraio 2019”, si legge.
Amnesty denuncia anche omicidi, violenze sessuali, saccheggi e sfollamenti forzati.
Molti osservatori, già da anni parlano di un “genocidio a bassa intensità” e di un progetto di “arabizzazione della regione”, ricca di petrolio, finanziato dal Qatar.

Il rapporto identifica in modo specifico le milizie governative Rapid support forces (Rsf) tra gli autori dei crimini.

La stessa feroce milizia è tra i primi responsabili dell’uccisione di almeno 118 manifestanti nella capitale sudanese, Khartoum, in una dura repressione delle proteste pacifiche, in corso dal 3 giugno, che non ha risparmiato nemmeno i centri sanitari.

Secondo quanto riferito ieri ai media di Stato dal Consiglio militare di transizione (Tmc), “un numero” di soldati è stato preso in custodia dopo i massacri della scorsa settimana. La dichiarazione non specifica però il numero di soldati arrestati, il loro grado o le accuse che devono affrontare.

Sembra intanto avere sortito qualche effetto la mediazione del primo ministro etiopico Abiy Ahmed che ieri ha annunciato che l’opposizione ha accettato di sospendere la sua campagna di disobbedienza civile e lo sciopero generale, in cambio di concessioni da parte dell’esercito. Non è ufficiale quale tipo di concessioni siano state fatte. Nostre fonti parlano del rilascio di un numero imprecisato di prigionieri politici.

Lo sciopero ha portato a una notevole paralisi di attività a Khartoum, mentre l’alleanza delle Forze per la libertà e il cambiamento (Ffc) ha cercato di fare pressioni sul consiglio militare, che ha preso il potere in Sudan dopo aver deposto, grazie alla spinta delle proteste popolari, il presidente Omar al-Bashir. (Amnesty International / Redazione)