Sudan

Continua tra alti e bassi il processo di transizione in Sudan. Dopo l’accordo raggiunto il 5 luglio dal Consiglio militare transitorio (Cmt) e dall’opposizione (Forces for freedom and chance – Ffc) su pressioni dei mediatori dell’Unione africana e del governo etiopico, le due parti stanno discutendo il documento che fungerà da costituzione (Constitutional Declaration) nel periodo transitorio. L’opposizione ha però diverse obiezioni sulla proposta presentata dai mediatori.

Uno dei cartelli che fanno parte integrante delle Ffc, National Consensus Forces, ha dichiarato che il documento in discussione non è in linea con la dichiarazione (Declaration for feedom and change) che ha portato alla rivolta popolare e alla caduta del presidente Bashir. Il Partito comunista sudanese respinge la proposta in discussione perché non rispetta il volere popolare e non facilita lo smantellamento delle istituzioni e dei centri di potere del vecchio regime.

Sembra invece rientrata la presa di distanza dei movimenti di opposizione armata, riuniti nella rete Sudan rivolutionary front (Srf). In una riunione ad Addis Abeba con rappresentanti delle Ffc è stato concordato un preambolo alla Constitutional Declaration in cui si dice che il prerequisito per l’uscita dalla crisi del paese è la pace e dunque l’accordo con i movimenti che hanno combattuto il vecchio regime e la loro partecipazione alla governance del paese nel periodo transitorio.

Intanto, non si fermano le proteste di piazza, anche se le Ffc hanno revocato le manifestazioni di massa previste per questi giorni. Sabato manifestazioni in diverse parti del paese – particolarmente affollata quella nella capitale – hanno chiesto giustizia per chi si è reso colpevole del massacro di Khartoum, lo scorso 3 giugno, in seguito allo sgombro del sit-in che durava da due mesi di fronte al quartier generale dell’esercito. Negli scontri con le forze di sicurezza un dimostrante è rimasto ucciso. Per protesta la folla è scesa ancora in piazza ieri sera.

La richiesta di giustizia per le oltre 100 vittime del massacro è ripresa con forza anche a causa dei nuovi video messi in circolazione grazie al riavvio della connessione internet, ordinato dai giudici. La connessione era stata interrotta su ordine della giunta militare a ridosso del massacro.

Il vicepresidente della giunta militare e comandante delle Rapid support forces (Rsf), Hemeti, davanti all’evidenza delle responsabilità dei suoi uomini ha dichiarato che il massacro è stato opera di infiltrati delle forze di sicurezza e che comunque chi ha avuto un ruolo attivo nella carneficina sarà processato. Alcuni miliziani hanno però fatto sapere ai mezzi d’informazione che l’ordine di sgombro del presidio era stato ordinato proprio dal loro comandante. (Redazione)