Da Nigrizia di marzo 2012: destino comune
Un paese in fermento, con le periferie che reclamano una più equa distribuzione delle ricchezze. Le accuse a Israele di aver spinto alla secessione il Sud perché teme un Sudan forte. E poi molti sudisti che tornano indietro perché «oltre confine non c’è nulla». Storie che non vengono raccontate.

Khartoum, domenica mattina, primo giorno lavorativo della settimana. Lunghe file affiancate di automobili procedono lentamente sui ponti e lungo le arterie principali della metropoli di circa sei milioni di persone. Regnano la calma e l’ordine, nonostante il traffico intenso. Sciami di venditori, carichi di ogni sorta di piccoli oggetti, si destreggiano tra le auto ferme ai semafori, proponendo i loro articoli. C’è anche qualche mendicante: con timidezza, tende la mano e invoca il nome di Allah.

 

Il Sudan è ricco di contraddizioni. Modernissimi palazzi di dieci piani e case di fango convivono in una certa armonia. Negli ultimi anni, grandi opere pubbliche hanno portato un indubbio progresso. La miseria non è così nera, anche se la crisi incalza. Ampie strade asfaltate, che congiungono la capitale agli estremi confini del paese, e imponenti nuove linee elettriche tirate per migliaia di chilometri sono promettenti basi di sviluppo. Scuole e ospedali sono spuntati un po’ ovunque.

 

Nonostante il rallentamento procurato dalla divisione del paese e dalla perdita di gran parte dei proventi del petrolio, Khartoum è un cantiere in fermento. Forse è anche per questo che il vento della “primavera araba” non è riuscito a soffiare qui, almeno finora. Se qualche contestazione si è alzata, è stata subito repressa. Un anno fa, dopo la pubblicazione dei risultati del referendum sull’indipendenza del Sud Sudan, il presidente Omar El-Bashir ha ricevuto la visita di due potenti vicini, l’egiziano Hosni Mubarak e il libico Muammar Gheddafi, che lo “rimproverarono” per la sua politica e la perdita delle regioni meridionali. I due “avveduti consiglieri” sono scomparsi dalla scena. Lui, invece, nonostante tremende accuse da parte della Corte penale internazionale, è ancora al comando.

 

La situazione è tornata a surriscaldarsi. In febbraio, Sud Sudan e Sudan hanno annunciato di aver schierato le rispettive truppe lungo il comune confine. La tensione si è acuita dopo che Juba ha deciso di bloccare le sue esportazioni di petrolio attraverso il territorio del Sudan, come ritorsione alla confisca da parte delle autorità di Khartoum di un carico di greggio sud-sudanese, ritenuta una forma di risarcimento di tasse doganali non pagate. Il 10 febbraio, nel corso dei negoziati in corso ad Addis Abeba (Etiopia), Juba e Khartoum hanno firmato un patto di non aggressione. Terrà? Sia El-Bashir che Salva Kiir, il suo omologo sud-sudanese, continuano a dirsi pronti allo scontro militare.

 

All’interno del paese, le periferie e le regioni più remote stanno alzando la voce e reclamano una più equa distribuzione delle ricchezze e del potere, in un crescendo sempre più grave di violenze e di guerre interne, con innumerevoli movimenti di ribellione.

 

 

Come la Somalia

Il sudanese è una persona cordiale e dal carattere estroverso, a cui piace scambiare quattro chiacchiere. Lo straniero è normalmente bene accolto. In un gruppo di persone raccolte per bere il tè, c’è chi mi chiede: «Come trovi il Sudan?». Rispondo con una domanda: «Come vedete la divisione del paese?». Non si tirano indietro. Mustafa è irritato: «Sia benedetto Allah che questi janubini (“sudisti”) se ne sono andati. Erano un ostacolo: ci impedivano di edificare la nostra nazione islamica. Loro e quel John Garang volevano solo dominarci con i loro amici americani e occidentali. Volevano che i musulmani fossero ancora dominati da pochi cristiani».

 

Ibrahim controbatte: «Io non sono per nulla contento che il presidente abbia lasciato andare tutto in malora e abbia perso metà paese. Io lavoro sugli autobus: prima erano sempre pieni; ora sono mezzi vuoti. E così guadagno un terzo in meno. Io stavo bene con i janubini. Si potevano fare molte cose insieme. Siamo stufi di questo governo. Vedrete che cadrà».

 

Abud replica: «Non è stato il presidente a farli andar via. È stata una loro scelta. Lui ha solo onorato gli accordi. Io rispetto El-Bashir. È il popolo che l’ha votato nelle ultime elezioni. Amo il nostro paese e mi batto per esso. Però ha ragione Mustafa: sono stati gli amici dei janubini, in particolare Israele, ad averli convinti a separarsi. Avevano paura che il Sudan unito fosse troppo forte, desse loro filo da torcere e non si piegasse ai loro interessi. Così, hanno pensato di dividerci, infinocchiando per bene i janubini con un piano ben studiato. E non è finita. Hanno già iniziato a fomentare altre rivolte qui nel nord: vogliono frantumare il paese. Ecco spiegate le rivolte in Darfur, sui Monti Nuba, nel Nilo Azzurro, tra i beja nell’est. Perfino i manasir hanno incominciato a lamentarsi per la diga di Meroe… Dove andremo mai a finire? Tutti questi gruppi di scontenti si sono messi insieme e hanno firmato un accordo a Kauda, sui Monti Nuba: vogliono far cadere il governo. Ammesso che ci riescano, divisi come sono, come faranno a portare avanti il paese? Ci sarà solo una gran confusione. Finiremo come l’Iraq e la Somalia».

 

I mezzi di comunicazione occidentali, quando descrivono la politica sudanese, parlano di musulmani, di islamisti, del regime di Khartoum e del Sudan come se si trattasse di un’entità unica, con un pensiero ben definito, e normalmente colorano il tutto con aggettivi negativi. Nella stampa governativa, anche quella in lingua araba, si ritrovano gli stessi giudizi negativi, ma rivolti alla parte opposta. Il nord demonizza il sud e viceversa; l’est sospetta dell’ovest e l’ovest teme l’est. Come non essere disorientati, quando la bussola è scardinata?

 

 

Integrazione mancata

Mi dirigo a piedi verso il vicino suk che brulica di attività. Penso a tanti sud-sudanesi incontrati nei molti anni che ho trascorso a Khartoum. Con l’avvicinarsi del referendum del gennaio 2011, molti si erano chiesti cosa votare. La risposta arrivò perentoria dal governo di Juba: «Votate per la divisione. Poi tornate a casa e noi vi aiuteremo».

 

I sudisti si erano insediati come rifugiati nelle periferie delle città del nord a causa della guerra ultraventennale nel sud. Pian piano, avevano trasformato il deserto in cittadine attrezzate di vari servizi, più o meno legali, spesso anticipando la lentezza dell’amministrazione locale. Ognuno si era ingegnato come aveva potuto. Mark era riuscito a comprarsi un generatore e vendeva elettricità alle case vicine: per ogni lampadina, 5 ghinee al mese. Marta preparava birra locale con il sorgo e la vendeva di nascosto: in barba alla shari’a, aveva tanti clienti anche tra la gente del nord. Migliaia di altre donne sud-sudanesi se l’erano cavata in questo modo. Veronica, vedova con 5 figli, lavando i panni e facendo le pulizie nelle case dei ricchi, era riuscita a mandare i figli a scuola e a costruirsi una casetta di fango, dignitosa, ornata con gusto, i muri e il pavimento lisciati con terra colorata. E c’erano frotte di ragazzini che andavano in giro vendendo acqua, seduti a cavalcioni su un barile fissato su un carretto trainato da un asino.

 

Ero giunto a pensare che sono persone semplici e umili come queste i veri artefici del processo di integrazione, troppo spesso ritenuto impossibile tra nord e sud. Con la loro pazienza e sopportazione, avevano iniziato a vivere gomito a gomito con il famigerato e temuto arabo; con lui erano riusciti a tessere relazioni di buon vicinato e perfino di solidarietà reciproca. Nella capitale e nelle altre città del nord, i figli dei “nemici” avevano iniziato a sedersi sugli stessi banchi di scuola, a giocare insieme, a chiamarsi in modo nuovo, senza ricorrere ai soliti epiteti di abid (schiavo) e jallaba (sottanone), e perfino a essere colleghi qualificati nei vari impieghi cittadini.

 

Veronica è partita improvvisamente. Come i suoi vicini, del resto: tutti appartenenti al gruppo etnico shilluk. Hanno abbandonato le casette di fango, portandosi dietro il possibile e svendendo ciò che non potevano trasportare. Si sono stanziati nella contea di Renk, nello stato dell’Alto Nilo, pochi chilometri oltre la frontiera. Sono partiti colmi di entusiasmo e di speranze, ma anche di incertezze e di dubbi. Altre centinaia di migliaia di sudisti sono partiti, ciascuno verso la propria regione di origine.

 

Da ottobre 2010, il porto di Kosti – 300 km a sud di Khartoum – è stato invaso da decine di migliaia di persone. I traghetti sono pochi e lenti e impiegano due settimane per raggiungere Juba, la capitale del Sud Sudan, 1.400 km più a sud. La gente attende settimane, a volte mesi, prima di riuscire a imbarcarsi. Le provviste finiscono presto, come pure i quattro soldi della liquidazione, per chi era in regola, o i pochi racimolati svendendo in fretta e furia le proprietà faticosamente acquisite con il proprio sudore. C’è tanta pazienza in questa loro attesa, perché animata dalla speranza di un futuro migliore. Ma il domani sarà davvero migliore? Per ora, c’è solo un presente pieno di dolore.

 

Qualche politico illuminato, venuto loro incontro dal sud, dopo averli rimproverati per l’impazienza, li consola e li incoraggia: non devono voltarsi indietro; non devono fare come il popolo d’Israele e rimpiangere le cipolle d’Egitto. Ma qualcuno lo sfida: i barconi sono stati a lungo fermi perché non sono stati pagati; qualcuno nelle alte sfere ha deviato i fondi; circola voce che siano stati depositati in conti bancari in Australia…

 

 

Viaggio al buio

John aveva un impiego qualificato presso uno dei ministeri governativi nella capitale ed era stimato dai colleghi. I suoi sette figli frequentavano la scuola; la più grande era iscritta all’università. Il verdetto del referendum l’ha reso improvvisamente straniero in Sudan e ha perso il posto di lavoro. La stessa sorte è toccata a molti altri. C’è stato un momento in cui il governo s’è trovato a corto di personale preparato in questo o quel ministero.

 

John ha ricevuto una buona liquidazione e ha potuto mandare moglie e figli a Juba in aereo. Mi ha confidato, però, che non lascerà i figli in Sud Sudan: «Farò di tutto perché possano continuare la scuola in Uganda o in Egitto. Il Sud Sudan non è ancora pronto per fare il passo che ha deciso di fare. Non ha le strutture necessarie. C’è tutto da costruire: scuole, ospedali, vie di comunicazione… Fuori di Juba non esiste nulla. Forse tra 10, 20 anni le cose andranno meglio. Oggi non è ancora il momento per tornare».

 

Chi è tornato nel Bahr el-Ghazal o nello Stato dell’Unità si è subito reso conto di non avere una scuola dove mandare i figli a studiare o un ospedale dove portarli se ammalati. Prima di partire, Fiter, un nuer, era preoccupato: «Cosa accadrà ai nostri figli? Dovranno perdere due o tre anni di scuola prima che le cose si organizzino? E io troverò un lavoro?». Due settimane or sono, ho ricevuto una sua lettera: «Qui non c’è niente. Manca l’elettricità. I trasporti sono pressoché inesistenti. I miei figli rimpiangono la scuola di Khartoum. Io non ho ancora trovato un lavoro e non dormo sonni tranquilli».

 

Durante il 2011, le chiese cristiane di Khartoum e delle altre città del nord si erano quasi svuotate per la partenza dei sud-sudanesi. Lo scorso Natale, invece, erano di nuovo piene, con grande sorpresa di molti. La stessa cosa è accaduta per le scuole per i ragazzi sud-sudanesi gestite dalle diverse denominazioni cristiane: chiuse l’anno scorso per mancanza di studenti, sono state riaperte all’inizio del 2012 per accogliere studenti e alunni tornati dal sud. Sono tornati anche alcuni uomini. Ho rivisto Simon: «Avevo bisogno di lavorare. Non credo che riavrò indietro l’impiego che avevo. Ora sono uno straniero».

 

Si calcola che almeno 350.000 sud-sudanesi siano già tornati al sud. Ne rimangono altri 700.000. Ma esitano.

 

 

I rapimenti

M’imbatto in Mary, una ragazza nuer. Il suo volto è raggiante quando mi saluta. Subito dopo, la sua gioia si muta in tristezza: «Hanno rapito mio fratello Faul e chiedono 2.000 ghinee per il riscatto». La interrogo con lo sguardo. Spiega: «I rapitori sono persone del nostro stesso gruppo etnico. Sono miliziani. Stanno reclutando con la forza i nostri giovani per portarli al sud a combattere contro il governo di Salva Kiir. È gente scontenta e arrabbiata contro il governo del Sud Sudan. Dicono che i denka comandano in ogni angolo del paese e fanno solo i loro interessi, marginalizzando gli altri gruppi etnici e ignorando del tutto le regioni più isolate».

 

Chiedo: «Vi siete rivolti alla polizia?». Sorride: «Ci hanno detto che hanno centinaia di casi come il nostro. Dicono che sono “problemi di stranieri”, “beghe di janubini“. Hanno registrato la denuncia e l’hanno messa assieme alle altre. In verità, se ne lavano le mani. O meglio, lasciano fare. In fondo, la cosa fa loro piacere». Aggiunge che ci sono stati anche sacerdoti cattolici sequestrati, e poi liberati dopo lunghe trattative. «Gli ultimi due, sono stati rilasciati il 30 gennaio, dopo due settimane. Erano stati rapiti dagli uomini del capo ribelle Olony e portati a Kweit, in una zona contesa tra Khartoum e Juba».

 

Attraverso un ponte sul Nilo Azzurro. La bellezza del panorama mi ridona serenità: l’acqua scorre tranquilla e riflette i raggi del sole. Bagliori di luce e acque scure si confondono in un inestricabile miscuglio. Perfetta immagine del Sudan.

 

Cammino spesso per le strade di Khartoum. Osservo le cose, ascolto la gente, cerco di capire. Mi attardo nella fatica dell’ascolto e del dialogo. Provo un profondo fastidio quando qualcuno pretende di saper distinguere chiaramente bene e male, criminali e vittime, e ha già formulato il suo giudizio finale. Sento ritornelli di condanna, leggo analisi distorte, piene di stereotipi e preconcetti sull’una e l’altra parte. Io avverto il fascino di questo paese e della sua gente.

 


 



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