L'oro da lasciare in pace - Nigrizia
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Sudan / La campagna comboniana contro l’economia di guerra
L’oro da lasciare in pace
Fondazione Nigrizia e altre organizzazioni portano avanti una mobilitazione per rendere trasparenti le filiere di importazione del metallo prezioso e impedirne il contrabbando, una delle principali fonti di finanziamento del conflitto. Un’azione sistemica con iniziative a livello europeo e italiano
15 Settembre 2026
Articolo di Brando Ricci
Tempo di lettura 6 minuti
Oro in un mercato negli Emirati Arabi Uniti, principale punto di approdo del metallo contrabbandato dal Sudan (Credit: Fadel Senna/AFP)

Questo articolo è uscito nella sezione “Africa 54” del numero di Nigrizia di settembre 2026. Dopo la pubblicazione, la Svizzera si è allineata alle restrizioni dell’Unione Europea vietando, a partire dal 10 settembre, l’acquisto, l’importazione e il transito dell’oro proveniente dal Sudan.

Lo scorso luglio il Consiglio europeo ha vietato acquisto, importazione e trasferimento in Unione Europea dell’oro proveniente dal Sudan nel tentativo di colpire uno dei principali canali di finanziamento della guerra che da oltre tre anni devasta il paese. Un commercio illegale che fornisce ogni anno diversi miliardi di euro alle Forze armate sudanesi (Saf) e le Forze di supporto rapido (Rsf), i principali responsabili di una crisi umanitaria che ha fatto registrare 12 milioni di persone sfollate e centinaia di migliaia di vittime.

La misura del Consiglio è arrivata dopo anni di pressione da parte della società civile sudanese e internazionale, ma rischia di incidere ben poco sul traffico che più di tutti sta alimentando la tragedia sudanese. Studi e analisi dimostrano come per frenare il flusso di oro contrabbandato dal Sudan sia necessario intervenire sugli hub di riciclaggio che permettono al metallo di cambiare indicazione di provenienza e di sbarcare illibato sui grandi mercati come quello europeo.

È questo il nodo su cui da mesi stanno lavorando i missionari comboniani, Fondazione Nigrizia e decine di altre organizzazioni della società civile italiana. Una campagna nata quest’anno nell’ambito di una più ampia mobilitazione per la pace in Sudan che procede dall’inizio della guerra. L’obiettivo è intervenire su quei regolamenti e quei meccanismi che permettono all’oro sudanese di arrivare in Europa tramite paesi terzi e di rendere le nostre economie complici del conflitto.

Le strade battute sono diverse: pressione costante su politica ed enti regolatori, partecipazione a consultazioni pubbliche per le normative europee, incontri di sensibilizzazione, workshop di formazione.

Dalle miniere ai grandi hub

Prima di entrare nel merito della campagna è necessario presentare le coordinate di base del fenomeno. Decine di tonnellate di oro sudanese vengono contrabbandate ogni anno fuori dal paese. Il dato lo si ricava incrociando i numeri delle esportazioni ufficiali di Khartoum e quelli delle importazioni dei paesi partner.

Tanto le Saf quanto le Rsf si finanziano grazie alla vendita dell’oro, che serve sia per ottenere liquidità sia come valuta di scambio per armi e sistemi di difesa. L’oro sudanese commerciato illegalmente attraversa i paesi confinanti lungo rotte diverse ma finisce per la quasi totalità negli Emirati Arabi Uniti, secondo maggior importatore d’oro al mondo dopo la Svizzera.

È qui che il metallo proveniente dal Sudan viene raffinato, acquisendo una nuova indicazione di provenienza che lo rende “pulito” e pronto per essere esportato nuovamente verso altri mercati. Come appunto la Svizzera, dove solo nel 2025 sono affluite 420 tonnellate di oro “emiratino”.

Una volta approdato in Svizzera, il metallo proveniente dal paese della penisola arabica ottiene ulteriori certificazioni internazionali che gli permettono di accedere al mercato europeo senza alcun tipo di ostacolo. Il 65% del metallo che circola nell’Unione proviene dalla Confederazione Elvetica.

A questo livello entra in gioco la limitatezza della normativa europea sui minerali da conflitto, che è stata introdotta a partire dal 2017 e che permette di verificare solo il fornitore di primo livello, ovvero solo l’ultimo da cui proviene il metallo. Le possibilità di individuare le reali origini dell’oro commercializzato sono allora di fatto impossibili, come del resto riconosciuto dalle stesse autorità elvetiche a ong come Swissaid, che da anni studiano la questione.

I passi intrapresi

Questo è uno dei campi di azione della campagna coordinata dai comboniani. Fondazione Nigrizia intende prendere parte alla prossima consultazione pubblica su questa normativa, prevista in questi mesi in vista di una revisione per il 2027. L’obiettivo è chiedere di estendere le procedure di tracciamento anche oltre il primo fornitore, ma anche di inserire hub come gli Emirati Arabi Uniti nella lista delle zone di conflitto e ad alto rischio (CAHRAs) già esistenti, di cui il Sudan fa invece parte.

L’ente comboniano ha inoltre già preso parte alle consultazioni pubbliche per la definizione delle linee guida di attuazione della direttiva UE sulle due diligence delle imprese ai fini della sostenibilità, un altro pilastro della normativa utile a regolamentare, tra le altre cose, anche l’importazione in Europa dell’oro.

Una direttiva particolarmente rilevante anche perché nei mesi scorsi le istituzioni europee hanno approvato un pacchetto di semplificazioni della sostenibilità d’impresa che punta a rafforzare la competitività ma che rischia di ridurre in modo sensibile le possibilità di trasparenza.

Fondazione Nigrizia ha portato all’attenzione la situazione sudanese e reiterato la richiesta del riconoscimento delle aree di transito come “ad alto rischio”, oltre a chiedere l’introduzione di nuovi indicatori che aiutino le imprese a individuare filiere che presentano elementi sospetti, come quella che proviene dal Sudan.

Una lunga interlocuzione di Fondazione Nigrizia con i deputati Lia Quartapelle (Pd) e Paolo Ciani (Demos) e il senatore Graziano Delrio (Pd) ha inoltre prodotto una interpellanza al governo italiano, pubblicata a fine luglio scorso e in attesa di risposta mentre Nigrizia va in pagina. Nel testo vengono posti cinque punti.

Tra questi, si chiede conto delle informazioni possedute dal governo sui flussi di oro potenzialmente riconducibili al Sudan che raggiungono il mercato italiano ed europeo attraverso paesi terzi e se il nostro esecutivo intenda affrontare la questione della tracciabilità dell’oro con i governi emiratino e svizzero.

Non da ultimo, l’ente comboniano ha anche inoltrato una richiesta di informazioni sulla tracciabilità dell’oro importato in Italia e sulle misure di due diligence relative al rischio di provenienza dal Sudan al ministero delle imprese e del made in Italy, che ha risposto alcune settimane dopo. Tra i dati più rilevanti a emergere dalle informazioni fornite dal ministero c’è il fatto che la quasi totalità della responsabilità dell’applicazione delle normative europee sui minerali da conflitti è in capo alle singole aziende.

Il ministero esegue solo dei controlli ex post, con delle priorità basate sui rischi. Questi accertamenti sono previsti da una direttiva del 2022 e a oggi, a causa di «impedimenti meramente amministrativi», non sono ancora mai cominciati. L’obiettivo dichiarato delle autorità italiane è avviare i controlli entro la fine del 2026.


Il ruolo di Abu Dhabi

L’attore chiave

Numerose inchieste giornalistiche e di organizzazioni in difesa dei diritti umani accusano gli Emirati Arabi Uniti di essere i principali sostenitori delle Rsf, che rifornirebbero di armi tramite paesi confinanti. Abu Dhabi ha sempre negato, ma la pressione internazionale negli ultimi mesi è cresciuta, al punto che per la prima volta il parlamento europeo ha citato espressamente il ruolo del paese arabo come finanziatore del conflitto in una sua risoluzione del luglio scorso.

L’oro è una componente fondamentale del coinvolgimento emiratino nella guerra. La filiera locale è segnata da controlli laschi alle frontiere, un enorme mercato informale di intermediari, controlli poco rigidi che restano tali nonostante l’introduzione recente di una normativa molto più stringente di quelle passate.

Abu Dhabi inoltre, dispone di una grande capacità economica e un peso specifico politico rilevante a livello internazionale, soprattutto in quanto alleato di Usa e Israele. Ne deriva una grossa capacità di influenza, ad esempio tramite il finanziamento di decine di iniziative sportive, e una certa resistenza ai tentativi di pressione internazionale.

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