Dal numero di aprile 2010: intervista a Bona Malwal
Il consigliere sudista di El-Bashir critica l’Splm per non aver preparato la sua gente al voto del 2011 e per aver stretto alleanze elettorali con formazioni del nord che boicotteranno l’accordo di pace del 2005. Sulla corsa al riarmo del sud è tranchant: non basta comprare carri armati per essere preparati alla guerra. Che la gente non vuole più.

È una delle figure più controverse della politica sudanese. Intellettuale del sud al servizio del tiranno del nord. Un dinka ostile, per lustri, al capo tribù per eccellenza dei dinka stessi, quel John Garang, icona eroica per milioni di sud-sudanesi.

 

Il suo nome, invece, raggela il sangue a tanti sostenitori del Movimento popolare di liberazione del Sudan (Splm). Molti lo schiaffeggiano con cazzotti verbali, dandogli del traditore o del cospiratore. I più ferocemente maliziosi si spingono fino a vedere la sua mano nella morte violenta di Garang, vittima di un incidente di elicottero nel 2005. Ovviamente, accuse figlie del nulla.

 

Eppure, Bona Malwal, oggi consigliere del presidente sudanese Omar Hassan El-Bashir, ha l’occhio lungo di chi è abituato a vedere nel sottofondo dei poteri. La sua storia politica glielo consente, visto che ha iniziato a far politica dagli anni ’60. Nel 1968 era già un parlamentare sudanese. Dal 1972 al 1978 ministro della cultura e dell’informazione e dal 1980 al 1981 ministro delle finanze, sempre in governi guidati da Jaafar an-Nimeiri. La sua è anche una storia di editore, prima con il Sudan Times – chiuso dopo il golpe militare del 1989, che portò al potere El-Bashir – quindi con il Sudan Democratic Gazette, pubblicato a Londra durante il periodo di esilio inglese di Malwal. Poi il lento riavvicinarsi a Khartoum. Reso possibile anche dal suo sempre più marcato allontanamento da Garang e dai leader sudisti dell’Splm. Un percorso culminato con il giuramento, del 23 settembre 2005, a consigliere personale del presidente El-Bashir. La goccia che ha fatto traboccare il vaso alla pazienza degli insolentiti sud-sudanesi.

 

Tuttavia, è proprio con Bona Malwal – voce vicina al regime, ma allo stesso tempo insofferente alla virtù della prudenza – che abbiamo voluto ragionare di elezioni in Sudan (in aprile) e di referendum secessionista del sud (nel gennaio 2011), dopo che nel numero di marzo di Nigrizia avevamo raccolto il pensiero dell’opposizione islamica (Al-Sadiq Al-Mahdi) e quello del governo del Sud Sudan (Johnny Saverio).

 

Prima di tutto: dove nasce tutto questo suo antagonismo politico con John Garang?

Vengo dal sud, ma non sono mai stato un membro dell’Splm. Per me, fin dall’inizio, l’idea di un nuovo Sudan, propugnata da Garang, era senza senso. Dal 1947 alcuni sud-sudanesi stanno lottando per avere un sud riconosciuto come nazione a sé stante. Da allora, ci sono state almeno due guerre civili per ottenere questo scopo. Poi, però, arriva John Garang che dice: non vogliamo solo un Sud Sudan indipendente. Ma un nuovo Sudan. Da qui lo slogan “New Sudan”. Ma la sua idea è un insulto all’intera nazione. Nasce da lì la mia contrapposizione con Garang. In un primo momento, lo stesso Salva Kiir, attuale presidente del Sud Sudan, sposa la mia idea. Poi, però, Garang muore. Gli subentra Kiir, che cambia posizione. Non proclama: “Sono il leader del Sud Sudan”. Ma abbraccia pure lui il progetto di un nuovo Sudan. E se si terrà il referendum l’anno prossimo, la follia di tale idea apparirà ancora più evidente. Quelli dell’Splm vogliono un Sud Sudan separato, ma continuano a parlare di nuovo Sudan. È pura ipocrisia.

 

Secondo lei, l’Accordo globale di pace (Agp), firmato nel 2005, era il migliore possibile? O come avrebbe dovuto essere?

Il fatto che con l’Agp la guerra sia finita, rende questo accordo il migliore possibile. In fatto di contenuti, è evidente che si prende quello che si negozia. Ad esempio, l’Splm ha trattato per avere il 50% del petrolio estratto nel sud. E l’ha ottenuto. Eppure è stato un errore. Se avesse accettato il Sudan come una sola nazione, almeno fino al referendum, avrebbe potuto pretendere un terzo delle entrate petrolifere dell’intero paese. Con guadagni nettamente superiori. Ma non ha negoziato questi aspetti. Certo, se l’obiettivo dell’Splm era avere in gestione gli affari del sud, questo l’Agp glielo ha consentito. Non solo. Il Movimento di Garang ha avuto anche otto dicasteri a Khartoum. Ma i suoi ministri non hanno sfruttato l’occasione capitata loro, perdendo così l’opportunità di convincere i nordisti che l’Splm sarà davvero in grado di creare un nuovo stato e di gestirlo.

 

Come giudica l’esperienza dell’Splm nel governo di unità nazionale con il Partito del congresso nazionale (Pcn) di El-Bashir?

Fallimentare. Tra gli otto ministeri dell’Splm, uno è davvero di peso: quello degli affari di gabinetto. In sostanza, il ministero che consente ai sudisti di portare sul tavolo del consiglio dei ministri tutti i temi a loro cari. Una poltrona per nulla sfruttata. Un altro ministero è quello dei lavori pubblici e dei ponti. Se avessero voluto creare un nuovo Sudan, avrebbero dovuto iniziare costruendo le strade che collegano Khartoum a Juba. Qualcuno le ha viste? L’Splm ha pure il ministero degli investimenti, quello che gestisce anche gli aiuti che arrivano dall’estero. Cosa ha fatto?

 

L’Splm afferma di aver avuto le mani legate. Che non è stato messo da Khartoum nelle condizioni di governare.

La solita accusa. Vogliono trovare il colpevole dove non c’è, invece di guardare in casa propria. Se al sud è stato fatto poco, la colpa è solo loro. Vorrei sfidarli a darmi tutti i miliardi di dollari che hanno ricevuto negli ultimi 5 anni: avrei sviluppato il sud tre volte quanto si è sviluppato il nord.

 

È solo una questione di classe dirigente impreparata?

Non sta a me dirlo. Penso solo che si tratta di persone che hanno una nozione sbagliata di potere. Per loro conquistare il potere significa toglierlo completamente dalle mani dell’altro e gestirlo interamente con le proprie. Ed è ciò che sono riusciti a fare nel sud, mentre faticano a Khartoum. Ed è per questo che i risultati non si vedono.

 

Ma se dovessero vincere i “sì” al referendum dell’anno prossimo, che scenario si aprirà?

Sarà un disastro. Premessa: l’indipendenza non è una questione che interessa solo il sud e il nord del Sudan. Sono coinvolti anche i sei paesi confinanti. Bisognerebbe capire, quindi, quale potrebbe essere l’impatto dell’indipendenza sudista in Kenya, Etiopia, Uganda, Rd Congo, Repubblica Centrafricana e Ciad. Qualcuno se l’è chiesto? Ma a parte questa premessa, la domanda ineludibile è: la gente del sud è stata preparata a vivere in uno stato indipendente? Il referendum, affinché si svolga in modo corretto, deve prevedere che il popolo sia ben informato su tutto. Questo non è avvenuto dal 2005 a oggi. Una delle accuse mosse in passato era che il sud fosse solo un’accozzaglia di etnie in lotta tra loro. Era vero solo in parte. Ciascun gruppo se ne stava nella propria area. Ma tra gli studenti si conviveva tranquillamente. Oggi ci sono 4-5mila tra diplomati e laureati del Sud Sudan provenienti da tutti i gruppi etnici. Rappresentano una sola tribù: la tribù degli scolarizzati. Ma non sono loro a occupare i posti di potere a Juba o a Khartoum. Sta qui l’errore. La nostra gente non potrà mai crescere e star meglio solo staccandosi dal nord, se poi il dinka resta dinka, il nuer resta nuer o lo shilluk resta shilluk, e guai a chi tocca il loro territorio. Il fallimento sta nel fatto che un nuer guarda a Salva Kiir come a un dinka e non come al leader del suo paese. Kiir, con le sue scelte, non è riuscito a convincere un nuer o uno shilluk che lui è un dinka solo di nascita, ma che è, soprattutto, il leader di tutti i sud-sudanesi.

 

A suo avviso, è possibile una dichiarazione unilaterale di indipendenza?

Sì. Ma se dovesse accadere, sarebbe illegale. E chi la dovesse dichiarare sarebbe un criminale. Perché una simile evenienza è gravida di disastri. Questa gente, che è stata nel bosco per 22 anni (gli uomini dell’Splm, ndr), dovrà un giorno ammettere la responsabilità di aver portato il sud all’inferno.

 

Se dovesse verificarsi questa ipotesi, quale sarebbe la sorte dei sud-sudanesi che vivono al nord?

Loro sono i più vulnerabili. Nei paesi dove ci sono state guerre civili è facile che rimanga dell’odio tra la gente. Non credo, tuttavia, che nei cuori dei nordisti ci sia la voglia di vendetta. In realtà, questi ultimi pensano che, se anche il Sud Sudan dovesse diventare indipendente, poi nel giro di 5-6 anni tornerebbe all’ovile, con il Sudan, che ridiventerebbe un’unica nazione. E, forse, pensano così anche i sudisti che vivono al nord.

 

Ci sono delle possibilità che il referendum venga posposto, come ventilato anche da alcuni paesi confinanti?

Potrebbe anche essere. E sarebbe la cosa migliore, visto il fallimento del governo del sud (GoSS) nel preparare la sua gente a quell’appuntamento. Se ci fosse un accordo tra il Pnc e l’Splm, il referendum si potrebbe rinviare di un anno, un anno e mezzo. L’importante è che ci sia la volontà dell’Splm di informare compiutamente la sua gente.

 

Ma ci sono nordisti favorevoli all’indipendenza del sud?

Credo che la maggioranza di chi vive al nord sia disposta ad accettarla. Ma la ragione è chiara: si è certi che, nel volgere di poco tempo, il sud cadrebbe nel caos. E chi interverrebbe a dargli una mano? Forse l’Uganda o il Kenya o qualche altro protettore internazionale? No di certo, se la prospettiva è un sud in sfacelo. L’esempio della Somalia di 20 anni fa è lì che parla. La comunità internazionale è molto presente a Juba. Ma non è disposta a caricarsi di un altro problema.

 

Certo che, se il Pcn dovesse perdere le elezioni di aprile, con la fine del regime di El-Bashir e della sua cricca, sarebbe una svolta positiva per il paese…

Sa cosa accadrebbe, invece? La prima vittima della sconfitta sarebbe l’accordo di pace del 2005. Perché l’Splm non riuscirà a convincere i suoi nuovi alleati, i partiti di opposizione del nord, a mantenere l’Agp. Per questi partiti la cosa peggiore non è il Pcn, né Bashir. Ma proprio l’accordo di pace. E se verrà data loro l’opportunità di andare al potere, grazie anche all’Splm, la prima cosa che faranno sarà uccidere l’Agp. La politica sudanese è zeppa di contraddizioni: se il Pcn non avesse firmato la pace del 2005 con l’Splm, quest’ultimo non avrebbe alcun ruolo nella politica sudanese. Ma che cosa fa l’Splm? Cerca l’alleanza con gli oppositori del Partito del congresso nazionale, che saranno i primi a far naufragare l’accordo del 2005.

 

Ci sono rapporti di organizzazioni internazionali che lanciano allarmi sul riarmo sia del sud sia di Khartoum. Vede il pericolo di un ritorno alla guerra?

Penso che Khartoum sia ben preparata militarmente. Il sud si sta preparando alla guerra. Ma s’illude. Per essere pronti a combattere il nord, ci vuole molto di più di quello che si sta facendo a Juba. I politici sudisti stanno ingannando il popolo. Quando dicono che sono pronti a fare la guerra con Khartoum, non sanno ciò che dicono. Comprare nuove armi o carri armati non significa essere pronti alla guerra. Se la vogliono fare davvero, devono preparare la società civile, che rimane, invece, ancora ai margini. Non credo che i sud-sudanesi vogliano una nuova guerra. Non penso che amino avere tra i piedi un nuovo esercito, che poi effettuerà le solite ruberie di capre, pecore, mucche, con la scusa che questo è il prezzo da pagare alla guerra. Altro che carri armati! Non sono sufficienti. Bisogna avere un budget, dei piani, un popolo alle spalle. E il nord sa tutto questo. Khartoum non è molto presente al sud, ma c’è la sua intelligence. Ha le sue spie. E queste informano di come viene speso il denaro nel sud. La verità è che i leader sudisti spendono più per i loro bisogni che per il governo o il popolo. E questo è patetico.

 

Non crede che El-Bashir, di cui lei è consulente, sia ormai un ingombro fastidioso per lo stesso Sudan, dopo la sentenza della Corte penale internazionale di condanna per crimini di guerra e contro l’umanità?

Per nulla. È bene sapere che la società araba del nord è estremamente orgogliosa. E se qualcuno al di fuori di essa tenta di influire nelle decisioni proprie di Khartoum, come ad esempio giudicare il suo leader, beh, allora sono tutti disposti a imbracciare il fucile per opporsi a questo tentativo. La verità è che la decisione della Corte non ha avuto molte ricadute sulla politica del Sudan.

 

Come giudica il ruolo delle chiese?

Ora che le chiese del sud sono per lo più gestite da personalità locali, penso che il loro principale ruolo sia quello di raccontare la verità. Cioè, quello che è stato fatto – o, meglio, quello che non è stato fatto – per preparare i sud-sudanesi al referendum. Purtroppo, non è quello che stanno facendo i leader delle chiese locali. Si stanno comportando come i politici dell’Splm. Vanno dicendo: separiamoci dal nord e poi risolveremo i nostri problemi. Per me sbagliano. Non possono anche loro trascinare i fedeli in un qualcosa che li vede impreparati. Che non sono pronti a fare.

 

E le chiese del nord?

Svolgono un ottimo ruolo, perché si sono mantenute nell’ambito della spiritualità, concentrandosi sul benessere spirituale del popolo. Anche se poi non hanno fatto mancare il loro sostegno a progetti sanitari ed educativi. (Ha collaborato Malice Omondi)

 




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