Alaa Salah, la donna divenuta l'icona della rivoluzione popolare sudanese, intona canti di protesta contro il presidente Omar El-Bashir, durante una manifestazione davanti al quartier generale militare nella capitale Khartum, il 10 aprile 2019. (Internationalist 360°)

Il lento e complesso processo di pacificazione del paese, l’ombra costante dell’opposizione islamista legata al deposto presidente Omar Hassan El-Bashir, il collocamento sullo scenario internazionale, la crisi economica irrisolta e ora i problemi posti dalla pandemia del Covid-19 rendono complicato e irto di ostacoli questo periodo di transizione verso istituzioni democraticamente elette.

Il processo di pace è stato dichiarato fin dalla formazione delle nuove istituzioni il prerequisito indispensabile su cui fondare il nuovo Sudan. Avrebbe dovuto concludersi alla fine dello scorso anno ma ha incontrato diverse battute di arresto e ha dovuto essere prolungato parecchie volte. Prosegue anche in questi giorni a Juba, la capitale del Sud Sudan, con i ritmi, ancor più lenti, consentiti dalle misure di sicurezza imposte per il controllo del contagio da Covid-19.

Trattative ancora in corso

Dopo mesi di trattative, è stato trovato l’accordo – e in diversi casi solo un pre-accordo – su alcuni importanti punti, come il ritorno del Darfur ad un’unica entità (era stato diviso in 5 stati dal regime di El-Bashir), l’autonomia amministrativa del Sud Kordofan e del Blue Nile (trattata con l’ala dell’SPLM-N che fa riferimento a Malik Aggar), la partecipazione dei rappresentanti dei movimenti di opposizione armata darfuriani al Consiglio Supremo, cui sono stati aggiunti quattro posti che saranno da loro occupati.

E’ stato anche deciso che il 40% dei proventi delle risorse naturali del Darfur saranno gestite per lo sviluppo regionale, senza interferenze da Khartoum. Accordi sono stati raggiunti anche con i movimenti di opposizione dell’Est e del Nord Sudan. Ma importanti scogli devono ancora essere superati.

Blocco su autodeterminazione e nomine dei governatori

In particolare è ancora sul tavolo la richiesta dell’SPLM-N (ala di Abdel Aziz al Hilu) di definire il Sudan come stato laico e di concedere l’autodeterminazione ai Monti Nuba. Proprio sull’autodeterminazione, che tutti sanno che significherebbe indipendenza,  si era spaccato l’SPLM-N alcuni anni fa.

Finora, su queste due istanze al Hilu non scende a patti, nonostante l’assetto istituzionale del Sudan sia materia da trattare nella stesura della costituzione e che non ci sia nessun appoggio internazionale sull’autodeterminazione. Anzi, proprio in questi giorni l’inviato speciale americano, Donald Booth, ha detto che il suo governo è assolutamente contrario. L’SPLM-N  di al Hilu è ancora ben presente sul terreno e i suoi uomini sono ancora in grado di impegnare l’esercito governativo. Dunque la pacificazione del paese non sembra per ora a portata di mano.

Dalla chiusura del processo di pace dipendono però alcuni importanti passi previsti nel periodo di transizione, come la nomina dell’assemblea nazionale. Inoltre, i movimenti di opposizione bloccano la nomina dei nuovi governatori perché almeno su alcuni vogliono avere voce in capitolo e, in principio, potrebbero averla solo ad accordo di pace firmato. Così, a un anno della deposizione di El-Bashir, sono ancora in carica i governatori militari da lui nominati.

Proprio su questo vi proponiamo, di seguito, il racconto-testimonianza di un abitante della capitale, la cui identità è coperta dall’anonimato per motivi di sicurezza.

Tentativi di destabilizzazione

Il mancato completamento dell’ordine istituzionale previsto nell’accordo tra i civili e i militari per il periodo transitorio, apre brecce facilmente sfruttabili da chi ha interesse a destabilizzare il paese. Numerosi sono stati finora i tentativi di colpo di stato, mentre il primo ministro Abdalla Hamdock è scampato recentemente ad un attentato su una delle vie di scorrimento veloce nel centro della capitale, Khartoum, dove nelle ultime settimane si sono svolte diverse dimostrazioni a sostegno del vecchio regime.

Il presidente del Consiglio Sovrano, Abdel Fattah al-Burhan, ha dichiarato che i responsabili dei tentativi di destabilizzazione sono gli islamisti che traevano beneficio dal vecchio regime. Negli ultimi mesi molti sono stati arrestati, accusati di corruzione o di aver favorito il colpo di stato militare che, nel 1989, aveva portato al potere il generale El-Bashir. Moltissimi funzionari governativi, assunti perché fedeli al vecchio regime, sono stati licenziati.

La morsa della crisi economica

La scorsa settimana sono stati confiscati beni per il valore di 1,20 miliardi di dollari ai leader del Movimento islamico. Cambi radicali e perdite ingenti, per cui è ovvio aspettarsi una reazione. Ma le nuove istituzioni sono ancora così fragili che potrebbero non reggere lo scontro. Il generale al Burhan ha assicurato che l’esercito difenderà la rivoluzione ad ogni costo. Dichiarazione rassicurante da un certo punto di vista – non c’è nessuna sponda nell’esercito per tornare al passato -, ma preoccupante per un altro: il nuovo corso sta nelle mani dei militari, più che dei civili.

Le risorse confiscate saranno ora messe a disposizione del paese e, secondo Mohamed El Faki, presidente del comitato anti-corruzione, potranno servire ad affrontare la profonda crisi economica in cui il paese si dibatte ancora. E questo è forse il punto più critico per la tenuta del nuovo corso.

La scintilla della rivoluzione è stato l’aumento del prezzo del pane. Da allora il prezzo non è diminuito e il pane, base dell’alimentazione, è diventato spesso introvabile. Come la benzina e altri beni di prima necessità. I sudanesi hanno strenuamente voluto il cambio di regime, sono determinati e proverbialmente pazienti ma non potranno aspettare troppo a lungo che la situazione cambi anche nella vita quotidiana e non solo nelle stanze del potere.

Il ruolo dei paesi arabi

Ma per rimettere in moto la dissestata economia, ereditata del vecchio regime, bisogna che ci sia un supporto concreto dalla comunità internazionale, che, per ora, ha sostenuto il nuovo governo con belle parole ma pochi fatti. Il Sudan è ancora vittima delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti ai tempi di Bill Clinton, in quanto paese fomentatore di terrorismo. E questa condizione è un freno importante agli investimenti, e perfino al trasferimento di denaro, anche per bisogni privati.

Gli unici disposti a sostenere finanziariamente ed economicamente il paese sembrano essere i paesi arabi della cordata guidata dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti (EAU). Nei giorni scorsi si è molto parlato del controllo del porto di Port Sudan, unico porto e terminal petrolifero del paese, da parte degli EAU, attraverso il loro colosso nel campo della logistica, il DP World.

I portuali danno l’accordo per fatto e promettono battaglia. Il governo smentisce. Sta di fatto che, senza la possibilità di scegliere e differenziare, il paese è purtroppo destinato a scendere a patti con i pochi disponibili a finanziarne la ripresa, ad entrare nella loro orbita e anche ad accettare eventuali contropartite.

La variabile Hemeti

Il gioco è particolarmente delicato e pericoloso perché il campione degli EAU a Khartoum è il vicepresidente del Consiglio Sovrano, Mohamed Hamdan Dagalo, conosciuto come Hemeti, che è già l’uomo forte della parte militare della suprema istituzione sudanese.

Indiscrezioni raccolte da al Jazeera, la sempre ben informata emittente del Qatar, assicurano che, negli ultimi incontri con i suoi amici emiri del golfo persico, Hemeti ha discusso della formazione di un suo partito e questo potrebbe essere un elemento molto critico nei delicati e instabili equilibri del nuovo corso sudanese e per la stabilità dell’intera regione.