Sudan: per i Dagalo a Dubai un lussuoso paradiso sicuro - Nigrizia
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Sempre più documentati i legami tra gli Emirati Arabi Uniti e la famiglia al vertice della milizia RSF, accusata di crimini di guerra e azioni di pulizia etnica
Sudan: per i Dagalo a Dubai un lussuoso paradiso sicuro
Un nuovo report rivela investimenti per almeno 24 milioni di dollari in immobili di lusso nel paese del Golfo. In pochi anni, grazie al legame con Abu Dhabi e al fiorente traffico di oro, il clan famigliare è diventato il centro di una complessa rete di intrecci finanziari ed economici che foraggiano il conflitto
13 Maggio 2026
Articolo di Bruna Sironi, da Nairobi
Tempo di lettura 8 minuti
Il comandante in capo delle RSF Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemeti (Credit RSF website)

Rapporti e dichiarazioni diffusi nei giorni scorsi gettano una luce sempre più chiara sui legami tra le Forze di supporto rapido (RSF) e gli Emirati Arabi Uniti (EAU). Legami che gli Emirati hanno sempre recisamente negato, ma che, alla luce di sempre nuove prove, sembrano essere davvero incontrovertibili.

The Sentry – organizzazione investigativa specializzata nello smascherare reti predatorie internazionali che traggono beneficio da conflitti, repressione e cleptocrazia – alla fine di aprile ha pubblicato $24M Property Safe Haven in Dubai to the RSF (Proprietà del valore di 24 milioni di dollari. Paradiso sicuro per le RSF a Dubai).

Si tratta di un breve e documentato rapporto sugli ingenti investimenti nel settore immobiliare di membri della famiglia Dagalo, il clan familiare di Muhammad Hamdan Dagalo, meglio conosciuto con il nome di battaglia di Hemeti, comandante e padrone delle RSF.

Si parla di almeno 24 milioni di dollari in immobili residenziali e commerciali di lusso, ma il rapporto lascia intendere che potrebbe essere la punta di un ben più consistente iceberg.

A Dubai un porto sicuro

Gli investigatori hanno seguito le operazioni di una immobiliare, la Prodigious Real Estate Management Supervision Services, incaricata delle operazioni necessarie per l’acquisto e l’affitto di immobili di lusso, molti dei quali nella stessa zona di sviluppo edilizio. Si tratta di una “gated community”, dice il documento, cioè un’area residenziale delimitata e protetta da una cinta muraria, modalità abitativa abbastanza comune nei paesi della regione, per questioni di sicurezza, ma non solo.

In diverse unità abitative della gated community in questione, acquistate o in affitto, risiedono diversi membri della famiglia del comandante delle RSF. Questa circostanza ha fatto dire agli osservatori che i Dagalo si starebbero costruendo un porto sicuro e lussuoso, come compete al loro “rango” politico ed economico, in un paese particolarmente accogliente. Inoltre in questo modo metterebbero al riparo da ogni eventuale circostanza avversa una parte consistente del loro patrimonio.

Algoney Dagalo

Il più in vista tra i residenti della gated community è Algoney, fratello minore di Hemeti, responsabile dell’approvvigionamento per la milizia, compreso l’acquisto di armi, munizioni e altro materiale bellico, e perciò figura chiave nelle RSF.

Per il suo ruolo nella continuazione del conflitto in Sudan, Algoney, titolare anche di un passaporto kenyano e di una carta d’identità emiratina, è stato sanzionato dagli Stati Uniti nell’ottobre 2024 e, alla fine dello scorso aprile, anche dal Consiglio di sicurezza dell’ONU.

Le informazioni contenute nel rapporto segnalato sono le ultime di una serie di approfondimenti sugli affari dei Dagalo negli Emirati Arabi Uniti.

Immobili per milioni di dollari

In particolare, il documento fa seguito ad un altro report, diffuso a febbraio, che pure cercava di far luce sugli investimenti immobiliari di Hemeti a Dubai: Dubai properties linked to Hemedti”. La ricerca è basata su documenti riguardanti le proprietà immobiliari a Dubai, datati tra il 2020 e il 2022, perciò prima dell’inizio del conflitto sudanese il 15 aprile 2023.

Vi si parla in particolare di tre appartamenti, del valore di circa 1 milione di dollari, acquistati direttamente da Hemeti nel 2020 e passati nel 2022 alla già nominata Prodigious Real Estate Management Supervision Services, l’immobiliare registrata negli Emirati che da quel momento diventa la compagnia di riferimento per gli investimenti nel settore.

Oltre agli appartamenti, che hanno reso circa 80mila dollari all’anno in affitti, in quel momento faceva parte del suo portfolio anche un immobile commerciale del valore di 670mila dollari.

Le sanzioni statunitensi

La Prodigious è strettamente legata alla famiglia Dagalo e alle RSF. Il proprietario, con il 100% delle azioni, è il sudanese Abo Zer Abdelnabi Habiballa Ahmmed, conosciuto anche come Abozer Habib, sanzionato nel 2025 negli Stati Uniti dal ministero del Tesoro come titolare della holding Capital Tap di cui fanno parte compagnie che hanno fornito fondi ed equipaggiamento militare alle RSF.

Ugualmente sanzionati per rifornimenti alle RSF sono altri sudanesi ed emiratini legati in una rete di pacchetti azionari e affari di cui la Prodigious fa parte, come illustrato in una tabella a pag.3 del rapporto diffuso in febbraio.  

L’immobiliare stessa è bloccata negli Stati Uniti dal 2025 perché non soddisfa i regolamenti dell’ufficio di controllo dei beni stranieri (US Office of Foreign Assets Control – OFAC).

I Dagalo hanno commentato i rapporti sottolineando che hanno agito secondo le leggi finanziarie vigenti e che non sono state trovate evidenze di un loro agire scorretto o colpevole.

Il contrabbando di oro

Sta di fatto che in pochi anni sono diventati una potenza finanziaria che ha il suo centro negli Emirati. Lo illustra un altro rapporto di The Sentry – “The RSF’s Business Network in the UAE“, diffuso in ottobre dello scorso anno. Vi si parla in particolare della complessa rete di intrecci finanziari ed economici – definita nel documento “complesso industrial-paramilitare” – che trasformerebbe in fiumi di denaro l’oro estratto in Darfur e contrabbandato negli EAU.

Già durante gli ultimi anni del regime del deposto presidente Omar al-Bashir in Sudan si diceva che Hemeti fosse diventato in breve tempo l’uomo più ricco del paese. Grazie al controllo dell’estrazione dell’oro del ricco filone scoperto in quegli anni nell’area del Jebel Amir, in Darfur. Grazie agli accordi economici con il gruppo russo Wagner per lo sviluppo della sua estrazione e prelavorazione. Grazie ai contratti per l’uso mercenario delle sue milizie, già allora conosciute come Forze di supporto rapido, nella guerra dello Yemen e in Libia. Ma da allora la sua ricchezza sembra essere aumentata di molto.

Le inchieste di The Sentry segnalano come volano l’opacità della rete di interessi cresciuta negli Emirati grazie alla mancanza di controlli e di rispetto degli accordi internazionali in materia della commercializzazione delle materie prime provenienti dalle zone di conflitto e in quella delle restrizioni su persone e compagnie sanzionate dalla comunità internazionale.

«In grado di combattere per decenni»

Sta di fatto che all’inizio di maggio, in un discorso ai comandanti delle sue milizie, avrebbe affermato che i suoi uomini sono ormai 450mila, triplicati rispetto all’inizio del conflitto, quando erano 143mila. Cifre che parlano chiaro, anche al netto di probabili esagerazioni di parte.

Cifre che supportano anche l’altra dichiarazione fatta in quell’occasione: le RSF sono pronte ad un negoziato di pace, ma sarebbero in grado di combattere per decenni. Un forte monito per la giunta militare e le Forze armate sudanesi (SAF), che sostengono di poter vincere la guerra sul campo di battaglia, e per la comunità internazionale, in cui crescono le pressioni perché le RSF siano dichiarate gruppo terroristico.

Ma per continuare a combattere e a mantenere un esercito così numeroso servono molte risorse, oltre che solide alleanze.

Mercenari colombiani transitati da basi emiratine

Le ultime azioni militari, come il bombardamento di Khartoum con droni perfettamente manovrati, segnalano inoltre la crescita tecnologica della milizia, anche grazie, dicono altre inchieste, all’addestramento compiuto da mercenari colombiani, pure legati al contesto emiratino. Legami negati dalle autorità competenti del paese.

Conflict Insight Group, organizzazione specializzata nella raccolta di dati sui conflitti e nella loro analisi, è stato in grado di seguire almeno 40 smartphone dalla Colombia al Darfur, passando per basi militari negli Emirati e in altre località in Africa – come Libia, Ciad e Somaliland – già individuate in altre inchieste relative all’intervento dei mercenari colombiani nella guerra sudanese.

Nel rapporto Blood Money. How UAE Support and Foreign Mercenaries Enabled the Fall of El Fasher(Denaro insanguinato. Come il supporto degli EAU e mercenari stranieri hanno reso possibile la caduta di El Fasher) si trovano in particolare i dettagli delle celle agganciate da tre telefoni che dimostrano come i loro possessori, partendo dalla Colombia, siano finiti ad essere impegnati nella battaglia per la presa di El Fasher.

Le RSF sarebbero dunque in crescita sul piano militare, mentre sembra stiano consolidando anche l’amministrazione nelle aree sotto il loro controllo.

Defezioni eccellenti e tensioni interne

Ma sembrano crescere anche le tensioni interne. Nei giorni scorsi Ali Rizqallah, conosciuto con il nome di battaglia di El Safana, comandante di un gruppo di circa 300 uomini che operava nel Kordofan Occidentale, ha annunciato di aver lasciato il movimento “allineandosi al popolo sudanese”.

El Safana è il secondo alto comandante a disertare nel giro di poche settimane. In aprile se ne era andato El Nur El Qubba, altra figura di rilievo nella milizia, passato tra le fila delle SAF. I due avrebbero dichiarato che nelle RSF si conta in base alla vicinanza alla famiglia del comandante in capo, i Dagalo.

Sembra che non sia estraneo alla crescente insoddisfazione tra i ranghi delle RSF Musa Hilal, il tristemente famoso comandante dei janjaweed, ritornato recentemente in Darfur e allineato con l’esercito.

Potrebbe essere un elemento critico importante che potrebbe minare dall’interno le RSF.

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