Politica e Società Sudan
Proteste e scioperi in tutto il paese
Sudan: scontro aperto tra militari e attivisti pro-democrazia
Le Nazioni Unite tentano una mediazione per ripristinare il percorso di transizione, in stallo dopo il golpe di ottobre e le recenti dimissioni del primo ministro Hamdok. Ma le posizioni appaiono ancora troppo lontane con le tensioni tra militari e società civile che aumentano dopo l’uccisione di altri sette manifestanti il 17 gennaio
19 Gennaio 2022
Articolo di Redazione
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SUDAN-Proteste

Si acuisce lo scontro tra militari al potere e manifestanti pro-democrazia in Sudan, con un’escalation di violente repressioni delle proteste, iniziate dopo il golpe del 25 ottobre e intensificate nelle ultime settimane, in seguito alle dimissioni del primo ministro Abdalla Hamdok, il 2 gennaio, e all’uccisione da parte delle forze di sicurezza di 71 giovani oppositori (e il ferimento di più di 2mila altri, secondo i medici allineati con il movimento di protesta) nelle ultime dodici settimane.  

Gli ultimi sette sono caduti lunedì 17 gennaio, colpiti da proiettili sparati a altezza d’uomo e da gas lacrimogeni e granate assordanti. Alle barricate erette con pneumatici e pietre lungo le principali strade della capitale, i militari hanno deciso di rispondere anche con l’uso di tattiche e armi letali, tra cui mitragliatrici e mitragliatori pesanti e veicoli blindati. Ai quali i manifestanti rispondono con una sorta di pacifica guerriglia urbana, ripristinando sistematicamente le barricate smantellate dai militari.  

Ma dopo i morti di lunedì anche la protesta ha cambiato passo. Gli organizzatori hanno annunciato due giorni di scioperi e disobbedienza civile, ieri e oggi (18 e 19 gennaio). Le tre organizzazioni rappresentative dei medici hanno proclamato il loro ritiro totale dagli ospedali della polizia e dell’esercito, e uno sciopero nazionale di tre giorni, che terminerà la sera del 20 gennaio.

A più riprese, nelle ultime settimane, l’associazione dei medici ha denunciato anche attacchi contro il personale medico e gli ospedali da parte delle forze di sicurezza, durante le manifestazioni.

A sostegno dello sciopero nazionale, oltre ai medici, i gruppi che rappresentano insegnanti, ingegneri e piloti, così come i comitati di resistenza al di fuori della capitale. Chiuse anche banche, negozi e aziende private.

Dopo i morti di lunedì, l’ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr) ha condannato l’uso brutale e sproporzionato della forza contro i manifestanti pacifici. Di “uso sproporzionato della forza” parla anche una nota dell’Unione europea, secondo cui, attraverso la dura repressione “e la detenzione continua di attivisti e giornalisti, le autorità militari stanno dimostrando di non essere pronte a trovare una soluzione negoziata e pacifica alla crisi”.

Il riferimento è anche alla revoca, il 16 gennaio, della licenza al canale di live streaming Mubasher TV della rete televisiva Al Jazeera, accusata dai militari di sostenere le proteste pro-democrazia. Questo dopo che, a novembre, il capo dell’ufficio di Khartoum di Al Jazeera, Al-Musalami al-Kabbashi, era stato arrestato e trattenuto per tre giorni senza accuse. Ma sono decine i giornalisti locali incarcerati nei rastrellamenti avviati in seguito al golpe militare. Centinaia gli attivisti aderenti ai comitati di resistenza, o presunti tali, finiti in manette.

A preoccupare, in questo senso, è anche il decreto emanato il 28 dicembre dal capo della giunta golpista, generale Abdel Fattah al-Burhan, che permette ai servizi di intelligence di effettuare arresti.

In questo clima di scontro sociale si inseriscono gli appelli e le pressioni della comunità internazionale al dialogo. In prima linea c’è la missione politica delle Nazioni Unite nel paese (Unitams), che sta cercando di avviare un processo di mediazione con l’obiettivo di portare tutte le parti interessate a concordare una tabella di marcia e una tempistica, per raggiungere gli obiettivi originali della transizione. Ovvero il trasferimento del potere ai civili.

Ci sono poi anche gli sforzi del nuovo inviato speciale degli Stati Uniti per il Corno d’Africa, David Satterfield, volato lunedì in Arabia Saudita – dove si è unito ai rappresentanti di Emirati Arabi, Regno Unito, Germania, Francia, Svezia e Norvegia, nel coordinamento di sostegno all’iniziativa dell’Unitams denominato Friends of Sudan – e che in questi giorni è in Sudan ed Etiopia.

A sostegno degli sforzi diplomatici internazionali in corso si è detto anche il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, che ha negato un suo sostegno alla giunta golpista: «Abbiamo una politica coerente di non interferenza negli affari degli stati», ha detto. Per al-Sisi, consenso politico e una road map verso le elezioni sono necessari per risolvere la crisi, perché «Il Sudan rappresenta la sicurezza nazionale dell’Egitto».

Ma il dialogo appare un’eventualità sempre più remota con il passare delle settimane. Non solo per la spaccatura interna alle Forze per la libertà e il cambiamento (Forces for Freedom and Change – Ffc), parte delle quali non sembra intenzionata a trattare con i golpisti, ma anche per tensioni crescenti tra l’esercito e i gruppi armati firmatari degli accordi di pace di Juba (ottobre 2020), i cui combattenti restano schierati nella capitale, grazie ad un accordo con i militari.

Al termine di una riunione del Consiglio di sicurezza e difesa, presieduta ieri da al-Burhan, l’organismo ha ordinato agli ex ribelli di radunare le loro truppe fuori da Khartoum e dalle principali città per far rispettare le disposizioni di sicurezza. Un ordine finora disatteso.

Rimane grave, intanto, la situazione economica del paese. Restano bloccati i fondi dei donatori stranieri, Stati Uniti e Fondo monetario in testa, mentre il tasso di inflazione, uno dei più alti a livello mondiale, ha iniziato a diminuire. A dicembre si attestava al 318% su base annua, in calo rispetto al 339,5% di novembre. Un piccolo passo avanti vanificato dall’aumento della domanda di dollari in seguito alla crisi politica che ha fatto crollare il valore della sterlina sudanese, sceso di oltre il 3% e scambiato a 465 sterline per dollaro sul mercato nero, il 16 gennaio. (MT)

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