Alla fine dell’anno scorso destò una certa sorpresa la notizia che mercenari colombiani stavano combattendo in Darfur, a fianco dei miliziani delle Forze di intervento rapido (RSF). Lo snodo sembrava trovarsi negli Emirati Arabi Uniti (UAE, nell’acronimo inglese), da cui i colombiani passavano nel loro viaggio verso la regione sudanese. Le autorità emiratine negavano decisamente il coinvolgimento nell’affare, così come hanno sempre negato di sostenere le RSF.
Ma i fatti li smentiscono, così come i documenti emersi da recenti inchieste giornalistiche e di organizzazioni autorevoli e di solito ben informate, quali The Sentry.
In un alert, pubblicato nei giorni scorsi, intitolato “Sudan Mercenaries Linked to Business Partner of Top UAE Bureaucrat” (Mercenari in Sudan legati a un partner in affari di un importantissimo burocrate degli UAE), The Sentry illustra la catena che porta i mercenari colombiani in Darfur.
Una catena che lega faccendieri latinoamericani ed emiratini e che termina molto vicino alle autorità governative di Abu Dhabi.
La GSSG e lo sceicco Mansour bin Zayed
Secondo il documento, la compagnia che assume i mercenari colombiani è il Global Security Services Group (GSSG), registrata negli Emirati, che si descrive come l’unica compagnia di sicurezza privata che fornisce servizi al governo, avvalendosi anche di personale proveniente da altri paesi.
È stata fondata nel 2016 da Ahmed Mohamed Al Humair, già allora segretario generale della Corte presidenziale, paragonabile al ministero per gli Affari Presidenziali di altri paesi della regione. La carica di segretario generale può essere paragonata a quella di capo della segreteria generale della presidenza della Repubblica, di fatto il funzionario più vicino al presidente.
Il presidente della Corte presidenziale è il vicepresidente dell’emirato, lo sceicco Mansour bin Zayed Al Nahyan – meglio conosciuto dagli appassionati di calcio come il proprietario del Manchester City – che si dice sia il responsabile ultimo del supporto del governo emiratino alle RSF.
Nel 2017 Al Humair passò le sue quote azionarie all’attuale proprietario, Mohamed Hamdan Alzaabi, che è rimasto suo socio in altre compagnie di sicurezza, anche informatica, che agiscono nella regione.
La A4SI: da Abu Dhabi a Panama
Secondo la ricostruzione di The Sentry, i mercenari colombiani sono stati reclutati a partire dal 2024 avvalendosi di una compagnia colombiana, la International Services Agency (conosciuta anche come Academy for Security Instruction, il cui acronimo è A4SI). Il contratto è stato svelato da un media colombiano, La Silla Vacía, che ha visto i documenti che lo comprovano.
A4SI è controllata da un colonnello colombiano in pensione residente negli Emirati, Álvaro Quijano. Proprietaria è la moglie, Claudia Oliveros, direttrice anche della Global Staffing, una compagnia con sede a Panama, attraverso la quale il Global Security Services Group paga gli stipendi ai mercenari arruolati.
Insomma un giro di denari piuttosto complicato che passa da un’agenzia emiratina, molto ben introdotta ai vertici del suo governo, ad un’agenzia colombiana, il cui CEO risiede ad Abu Dhabi, transitando per Panama, paese noto per essere un paradiso fiscale.
Non è la prima volta che gli Emirati reclutano mercenari per conto di altri. Le stesse RSF furono pagate dagli UAE per combattere in Yemen come truppe di terra, per conto dell’alleanza capeggiata dall’Arabia Saudita di cui facevano parte. Hanno reclutato anche personale sudanese delle agenzie di sicurezza per svolgere compiti similari in Libia.
Si può dunque dire che l’offerta di mercenari si configura come uno dei “servizi” offerti per rafforzare alleanze attraverso le quali consolidare la propria influenza nella regione.

Addestrati all’uso di droni
E in Darfur? Che compiti hanno i mercenari colombiani?
Secondo testimonianze dirette raccolte da The Sentry, raggiungono la regione occidentale del Sudan dopo essere stati addestrati ad Abu Dhabi nell’uso di droni a scopi militari. In effetti negli ultimi mesi l’uso dei droni ha cambiato i rapporti di forza in favore delle RSF in numerose situazioni ed azioni belliche.
Preoccupanti sono stati in particolare gli attacchi inaspettati e ripetuti su strutture civili a Port Sudan, in maggio. Ma immediatamente dopo se ne sono verificati anche sugli aeroporti di Kassala e Port Sudan e più recentemente di Khartoum, in concomitanza con la sua ventilata riapertura.
Droni sono stati usati anche in Darfur, sui campi profughi e per facilitare la presa di El Fasher. L’ultimo episodio, riportato dalla BBC, è di pochi giorni fa e riguarda Khartoum e le sue vicinanze. Anche l’esercito è dotato di droni, molti dei quali di fabbricazione turca, che diventano sempre più i protagonisti delle azioni belliche dei due contendenti.
Negli ultimi mesi il conflitto sembra aver fatto un salto tecnologico notevole, a quanto pare anche grazie all’intervento dei mercenari colombiani.
Campi di addestramento
Che fanno anche altro. Un articolo del The Guardian, autorevole quotidiano inglese, dice che, tra l’altro, addestrano le reclute, anche minorenni. Lo scrive in base alla testimonianza di Carlos, un mercenario di ritorno dal Darfur, raccolta da La Silla Vacía, media outlet di Bogotá già citato sopra.
Il testimone parla di campi di addestramento con migliaia di reclute, tra cui moltissimi minori, anche bambini di 10, 11, 12 anni, precisa. Che sia vietato da convenzioni internazionali non gli fa nascere, evidentemente, nessuno scrupolo. «La guerra è un business», afferma. Infatti lui è profumatamente pagato per farla.
L’hub strategico di Bosaso
Come arrivano i mercenari provenienti da Abu Dhabi in Darfur? Attraverso l’aeroporto somalo di Bosaso, nella regione semiautonoma del Puntland, dove gli Emirati hanno una base militare. Lo dicono i mercenari stessi, si legge nel documento di The Sentry.
Tensioni in aumento tra Puntland e Mogadiscio
L’affermazione ha scatenato reazioni contrastanti nel paese del Corno d’Africa. A Mogadiscio il ministro della Difesa, Ahmed Moalim Fiqi, durante un’audizione alla camera alta del parlamento, paragonabile al nostro Senato, ha detto di non aver dati certi ed ufficiali, ma di sapere che dalla base militare degli UAE a Bosaso partono voli di cui non si conosce né il carico né la destinazione.
Descrive i voli come “misteriosi”, dando credito a voci ricorrenti di fonti internazionali che parlano di Bosaso come della base da cui le RSF vengono rifornite di armi e munizioni e, a quanto pare, anche uomini. Secondo le stesse fonti, da Bosaso partirebbero aerei con carichi “non specificati” anche per il Ciad e il Niger.
A Garowe, capoluogo del Puntland, invece, si nega decisamente derubricando le voci come senza fondamento e motivate da ragioni politiche. Tra Garowe e Mogadiscio le tensioni sono forti, dovute soprattutto a ragioni legate a diverse visioni del federalismo e della divisione dei poteri tra il governo nazionale e quelli degli stati federali.
Il doppio gioco di Abu Dhabi
Gli Emirati Arabi Uniti hanno un forte legame con la Somalia, di cui, tra l’altro, addestrano reparti speciali dell’esercito e ne pagano gli stipendi. Ma sembra che ultimamente abbia diminuito il sostegno al governo di Mogadiscio aumentando invece i finanziamenti diretti agli stati federali, in particolare a quelli più critici verso il centro, come appunto il Puntland e il Jubbaland, e il Somaliland che si proclama, ed è di fatto, indipendente.
Le voci di un rafforzamento delle strutture militari emiratine riguardano in particolare proprio Bosaso, nel Puntland, e Berbera, nel Somaliland, località non controllate da Mogadiscio. Gli accordi sarebbero avvenuti localmente, scavalcando il governo centrale.
Il ministro degli Esteri somalo, Abdisalan Muse Ali, se ne è detto preoccupato: «Il popolo somalo non può permettersi di diventare collaterale in guerre straniere. Usare il nostro territorio per traffico di armi minaccia la nostra sovranità e rischia di trasformare la Somalia in un campo di battaglia per conto di altri».
Pare dunque che le accuse agli UAE vengano prese molto seriamente a Mogadiscio che vede aumentare l‘instabilità nazionale e regionale a causa dello spregiudicato intervento emiratino per aumentare la sua influenza nel paese e nel Corno d’Africa in generale.