Da Nigrizia di marzo 2011: Il nord e il sud
L’indipendenza del Sud Sudan, sancita dal referendum dello scorso gennaio, chiude un capitolo complicato. Ma rimangono da sciogliere altri nodi sull’asse Khartoum-Juba. Tra i più urgenti, la collocazione della regione petrolifera di Abyei e la consultazione popolare sui Monti Nuba.

Il 9 luglio prossimo, la più vasta nazione africana subirà un profondo cambiamento: la sua parte meridionale diventerà indipendente e sarà il più giovane stato del mondo. Il graduale allontanamento tra le due zone è andato crescendo con il tempo, ma ha conosciuto un’accelerazione a partire dal 9 gennaio 2005, quando tra il regime di Khartoum e l’Esercito/ movimento popolare di liberazione del Sudan (Spla/m) fu firmato l’Accordo globale di pace (Agp) che dava autonomia al sud e l’avviava verso l’indipendenza.

 

Molti – anche sud-sudanesi – pensavano che la separazione non sarebbe mai arrivata. I sei anni che sono seguiti sono stati costellati di ostacoli difficili da superare (e che continueranno a esistere a lungo anche dopo l’indipendenza). Ostacoli di due tipi: le immense difficoltà connesse alla ricostruzione di un paese complesso e distrutto dalla guerra; e poi le estenuanti azioni di disturbo messe in atto dal governo di Khartoum. Le due serie di ostacoli sono intrecciate e il regime del Partito del congresso nazionale (Pcn) farà di tutto perché continuino ad esserlo.

 

Va detto che non è solo una questione tra il nord e il sud di un paese. Molti potentati e interessi esterni – governi, organizzazioni umanitarie, giornalisti – si comportano come se lo fosse, ma, così facendo, mostrano di non voler guardare (e trattare) il Sudan nel suo insieme, tenendo presenti la varietà dei suoi territori, la sua storia e – per gli ultimi 21 anni – la spietata politica del suo governo islamista. La verità è che il problema del futuro del Sudan riguarda pure le popolazioni del Darfur, dei Monti Nuba, dello stato del Nilo Azzurro e anche delle regioni del nord. Il Pcn, impossessatosi del potere con un colpo di stato nel 1989 (allora si chiamava Fronte nazionale islamico), ha costantemente ingaggiato un jihad (“guerra”) contro il suo stesso popolo in ogni angolo del paese, nel tentativo di esportare la sua “rivoluzione salvifica” anche negli stati confinanti – dall’Egitto all’Uganda – e oltre.

 

Comprensibilmente, l’attenzione del mondo è oggi focalizzata quasi soltanto sul sud del paese, anche grazie ai giornali e alle televisioni che hanno parlato a lungo di Sud Sudan in occasione del referendum sull’indipendenza (9-15 gennaio). Molti giornalisti e troupe televisive (per lo più occidentali) erano presenti a Juba in quella settimana, pronti a stendere reportage, scattare foto e girare documentari. Ne emergeva un’immagine fosca, al punto che molti sud-sudanesi se ne sono risentiti. Quei corrispondenti devono aver provato un vero shock nel trovarsi in uno degli angoli più poveri del pianeta. E dire che si sono trattenuti per lo più nella capitale. Se si fossero avventurati nelle zone rurali, avrebbero potuto vedere la totale distruzione di ogni tipo di infrastruttura, frutto di una guerra durata oltre mezzo secolo, con una breve sospensione di 11 anni (dal 1972 al 1982), e costata oltre 2 milioni di morti.

 

Cos’hanno contestato i sud-sudanesi ai giornalisti internazionali? La loro quasi totale incapacità di capire il profondo senso di orgoglio e l’indicibile gioia che un popolo, tanto a lungo martoriato, può provare il giorno dell’inizio di un nuovo capitolo della sua storia. La vittoria al referendum significava esattamente questo. I ripetuti riferimenti che la gente faceva a Mosè che conduce il suo popolo fuori della schiavitù d’Egitto, e a Giosuè che combatte fino al crollo della mura di Gerico, sono caduti su orecchi sordi.

 

 

Sicurezza, corruzione, terre

È difficile che il mondo accetti come libera e corretta una consultazione che ottiene il 98,82% dei consensi. Ma questa è stata l’esatta percentuale con cui i sud-sudanesi hanno detto sì alla separazione da Khartoum. E sono riusciti a farlo, in barba a tutti i problemi che avevano preoccupato governi, diplomazie e agenzie umanitarie internazionali.

 

Le sfide del futuro sono immense, ma la popolazione, avvezza alle difficoltà, è pronta ad affrontarle. Sono però cresciute le aspettative. Ora che le colpe non potranno più essere scaricate sul nord e il suo regime islamista, i bersagli delle accuse si faranno sempre più vicini, che si chiamino leader politici o gruppi etnici rivali.

 

L’8 febbraio, il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir Mayardit, ha elencato le priorità del suo governo: demarcazione dei confini, consultazioni popolari sui Monti Nuba e nello stato del Nilo Azzurro, sicurezza e corruzione. Le prime due sono vecchi punti nodali che l’Agp aveva chiesto di affrontare prima del referendum, ma che rimangono irrisolti a motivo dell’intransigenza di Khartoum. Le altre due, invece, mirano a rispondere a due problemi interni al sud.

 

Kiir è stato chiaro: non solo ha menzionato la corruzione, ma ha dichiarato «guerra a questo male e agli ufficiali amministrativi che lo alimentano». Dunque, la corruzione esiste in Sud Sudan. Non se ne è mai parlato, quasi fosse un argomento tabù. Ora, invece, se ne riconosce l’esistenza. Kiir è ritenuto una persona onesta: molti ricordano ancora il giorno in cui sfidò lo stesso John Garang, il leader storico dell’Spla/m, puntando il dito contro la disonestà di alcuni alti ranghi del movimento. Ma il governo del Sud Sudan, mentre concentrava i propri sforzi quasi esclusivamente sui problemi della sicurezza e sull’ottenimento del referendum, ha chiuso un occhio sul diffondersi della corruzione. Chi si è permesso di dire che una nuova nazione dovrebbe cogliere l’opportunità di evitare da subito un male che deturpa molti altri paesi, non è stato ascoltato. Pauline Riak, responsabile della commissione anti-corruzione del governo di Juba, ha ingaggiato varie battaglie contro i non pochi leader disonesti. Distintasi come attivista in gruppi di donne già durante il suo esilio in Kenya, Pauline è considerata una persona decisa e tenace. La sua provenienza la dice lunga sulla sull’importanza del ruolo della società civile nel nuovo Sud Sudan, ed è bene che anche gli organismi non governativi internazionali ne tengano conto.

 

Altro tema caro a Salva Kiir, ex agente dell’intelligence nell’esercito del Sud Sudan, è la sicurezza. Il paese pullula di milizie (composte per lo più da “sudisti”), alcune delle quali armate e pagate da Khartoum. Il 9 febbraio, 212 persone sono state uccise dai miliziani del gen. George Athor Deng. Ex generale dell’Spla, il 5 gennaio Athor aveva firmato una tregua con il governo di Juba in vista del referendum, ma deve essersi rimangiato la parola. L’anno scorso, un suo luogotenente dichiarò che uno degli elicotteri catturati dall’Spla in un attacco contro le milizie di Athor era di proprietà del governo di Khartoum; il velivolo è tuttora nelle mani del governo di Juba e il Pcn non l’ha mai reclamato.

 

Anche altre milizie destano preoccupazione, tra cui quella che risponde agli ordini del gen. Gabriel Gatwech Chan, noto come “Tanginya”, operante nella zona di Malakal, e quella di Paulino Matiep, ex “signore della guerra” al soldo di Khartoum, oggi vice comandante in capo dell’Spla. Il governo di Juba dà per scontato che Khartoum tornerà a servirsi di questi gruppi armati, anche solo per creare disordini nel sud. Nel frattempo, i ribelli ugandesi dell’Esercito di resistenza del Signore (Lra), guidati da Joseph Kony, imperversano nello stato dell’Equatoria e perfino in Darfur (sono operanti anche nella Repubblica Centrafricana e nell’Rd Congo). Molti danno per certo che Khartoum li stia appoggiando.

 

Altra fonte d’instabilità saranno gli scontri per il possesso di terre coltivabili e pascoli. Spesso si tratta di conflitti di carattere etnico, con o senza la mano di Khartoum. Con il ritorno in patria di centinaia di migliaia di sud-sudanesi, le dispute per le terre sono destinate ad aumentare di numero. Anche le esplorazioni petrolifere hanno fatto scempio dei tradizionali confini tra un gruppo etnico e l’altro.

 

Molti “rientrati” vedono il Sud Sudan per la prima volta, perché nati o nelle baraccopoli di Khartoum o nei campi profughi in Kenya, e non sono pronti a iniziare una vita di stenti come allevatori o contadini. D’altra parte, dopo 20-30 anni di assenza, non hanno terre da reclamare. Questo porterà a un rapido sviluppo delle città. Juba, la capitale, sta espandendosi a dismisura e senza alcun piano regolatore, dando vita a frequenti liti tra il gruppo etnico dei bari e il governo, sempre più bisognoso di spazi per le proprie strutture. È già stato presentato ufficialmente il progetto per una nuova capitale a Ramcel, nello Stato dei Laghi.

 

La mancanza di terre si farà presto sentire anche nel resto del paese. Chi vorrà tornare nelle proprie terre e vivere da agricoltore o allevatore come i suoi padri, non avrà vita facile: cozzerà con gli agronomi del governo, che prospettano coltivazioni e allevamenti su vasta scala e progetti agro-industriali, considerati cruciali per il futuro del paese.

 

 

Risorse e confini

E veniamo ai problemi legati alle relazioni tra il nord e il sud. Per Kiir, sono principalmente due: la demarcazione dei confini e le consultazioni popolari in alcune regioni di confine. Se ne possono aggiungere altri, definibili come “problemi del post-referendum”: la spartizione delle risorse petrolifere (il greggio è nel sud, ma l’oleodotto è diretto al nord), la definizione geografica della regione di Abyei, e la posizione dei “sudisti” che vivono al nord (molti da due o tre generazioni).

 

Khartoum rischia di perdere gran parte di quelle risorse petrolifere da cui dipende. Il problema è dove tracciare la nuova frontiera. Secondo l’Agp dovrebbero valere i confini coloniali, che sono chiari sulle mappe e sono stati definiti da una commissione mista ad hoc, secondo cui Abyei appartiene al sud. Ma Khartoum ha rifiutato il verdetto e ha portato il caso alla Corte permanente di arbitrato dell’Aia. Questa, sorprendentemente, ha sospinto il confine più a sud, assegnando al nord un terzo della regione, quello più ricco di risorse petrolifere. Khartoum, ovviamente, si è affrettata ad accettare il nuovo responso.

 

Fu chiaro da subito che il “no” di Khartoum alla decisione della commissione ad hoc era parte di un piano preciso. L’Agp prevedeva la tenuta simultanea di due referendum: uno nella regione di Abyei, per sapere se la sua popolazione volesse restare con il nord o unirsi al sud, e uno nel sud, per decidere sull’indipendenza o meno. El-Bashir deve aver pensato di poter procrastinare a tempo indeterminato la seconda consultazione, per fare deragliare la prima.

 

Nonostante il responso sfavorevole della Corte di arbitrato, il governo di Juba ha deciso di procedere con la preparazione del referendum. Khartoum ha risposto, dichiarando di non essere più disposta ad accettare l’Agp e rivendicando l’intera regione di Abyei. Risultato? A nord e a sud dell’area sono oggi schierati l’esercito di Khartoum e quello di Juba. Una scintilla, e lo scontro sarebbe inevitabile.

 

L’Agp non aveva previsto un referendum per i Monti Nuba e per lo stato del Nilo Azzurro. Poi, si sono suggerite non meglio precisate “consultazioni popolari” per queste regioni. Le loro popolazioni, però, si sono dette insoddisfatte. Del resto, numerosa era stata la loro presenza nelle file dell’Spla; molti loro villaggi erano stati fatti oggetto di operazioni di pulizia etnica da parte dei soldati di Khartoum.

 

La “consultazione popolare” nel sud dello stato del Nilo Azzurro c’è stata, ma è passata quasi inosservata. Ora sono gli abitanti dei Monti Nuba ad attendere il loro turno. Il Kordofan Meridionale, invece, non ha ancora tenuto le elezioni politiche (fissate per il 2010). Sono prevedibili conflitti nelle tre aree. La nomina di Ahmed Mohamed Haroun, ex ministro degli interni del governo di Khartoum, a governatore del Kordofan Meridionale non promette bene: ben 51 i capi d’accusa emessi contro di lui dalla Cpi per crimini contro l’umanità perpetrati in Darfur; su di Haroun pende anche un mandato di cattura internazionale. Ma tutto ciò non ha impedito agli uomini della Missione delle Nazioni Unite in Sudan (Unmis) di mettere a suo servizio un elicottero perché potesse partecipare a un incontro ad Abyei lo scorso gennaio. È questo il genere di cose che fanno sì che i sud-sudanesi non si fidino della comunità internazionale, che giudicano troppo amica di Khartoum.

 

 

Darfur

Questo sentimento è diffuso anche in Darfur, dove la Missione congiunta Onu-Africa è più criticata che non l’Unmis nel sud. I colloqui di pace tra Khartoum e i vari gruppi ribelli ristagnano in Qatar, anche se El-Bashir giura che l’accordo finale è imminente. La pace non è di certo prossima. A inizio febbraio, gli aerei governativi hanno di nuovo bombardato villaggi. L’opposizione è frammentata. Khartoum è maestra nell’arte del divide et impera: in un contesto di guerra, povertà e disperazione, la cosa le riesce facile.

 

Nel frattempo, il regime islamista è anche riuscito a riscrivere la storia. I gruppi di difesa popolare istituiti dalla popolazione per difendersi dagli attacchi delle forze governative e dai janjawid sono oggi chiamati “ribelli”; le operazioni di pulizia etnica (300mila, 500mila morti?) sono definite “repressioni delle sommosse”. Sorprende che a usare questo nuovo vocabolario non sia solo Khartoum, ma anche governi e giornalisti stranieri. Oggi troppi puntano il dito contro i “ribelli”, e non contro il governo di Khartoum, dimenticando il mandato di cattura internazionale spiccato dalla Cpi contro il suo presidente, accusato di genocidio.

 

Il Pcn è oggi impegnato in una doppia offensiva: in casa, tenta di annullare ogni possibile forma di opposizione; all’estero, mira a convincere il Consiglio di sicurezza dell’Onu a differire ogni possibile mossa della Cpi contro El-Bashir e a indurre gli Usa a togliere le sanzioni contro il Sudan. L’opposizione, raccolta nelle Forze per il consenso nazionale, gode di scarso consenso. L’ex primo ministro, Sadiq El- Mahdi, un giorno chiede le dimissioni del governo, il giorno dopo torna a dialogare con esso. L’Unione africana è per lo più a favore di El-Bashir e del Pcn, anche se pochi nord-sudanesi lo sono.

 

Qualcuno a Khartoum, come Hassan Al-Turabi, vecchio mentore di El-Bashir ma da tempo caduto in disgrazia, riferendosi a quanto è accaduto in Tunisia ed Egitto, ha ricordato che anche in Sudan, almeno in due occasioni, governi civili sono riusciti a rovesciare dittature militari (1964 e 1985). «Quanto sta avvenendo là, potrebbe capitare anche qui» ha detto, guadagnandosi così l’ennesimo arresto domiciliare. Forse ha sottovalutato il fatto che a Tunisi e al Cairo a scatenare la rivolta c’erano i giovani, non politici di vecchia data, più o meno invischiati con il regime che intendono abbattere.





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