Nei giorni scorsi il governo sudanese ha lanciato un nuovo piano triennale per combattere il traffico di esseri umani. Il programma è stato presentato da Siham Osman, sottosegretario al ministero della giustizia e presidente del Comitato nazionale per combattere il traffico di esseri umani (National Committee to Combat Human Trafficking, NCCT). A rimarcare l’importanza dell’evento, erano presenti il ministro della giustizia, Nasreldine Abdel Bari, e l’ambasciatore dell’Unione europea, Robert van den Dool. Con il supporto europeo, ha assicurato Siham Osman, saranno realizzati programmi per ridurre la povertà e offrire diverse opzioni di stabilizzazione a migranti, profughi e richiedenti asilo.

L’iniziativa è particolarmente importante per il nostro paese dal momento che dal Sudan passano i flussi migratori che partono dal Corno d’Africa e arrivano sulle coste italiane, dopo aver attraversato il deserto libico e il Mediterraneo.

Fino ad ora questa corrente migratoria è stata alimentata soprattutto da eritrei e sudanesi. Quest’anno, secondo dati ufficiali del ministero dell’interno, Dipartimento della pubblica sicurezza, al 31 agosto risultavano entrati illegalmente in Italia 39.082 persone, di cui 1.557 eritrei e 1.459 sudanesi. Da febbraio a maggio sarebbero stati inoltre intercettati e bloccati dalle autorità libiche altri 2mila sudanesi circa. La stragrande maggioranza di queste persone ha compiuto il viaggio nelle mani dei trafficanti di esseri umani.

Il numero degli etiopici in arrivo sulle nostre coste è stata, invece, quasi irrilevante, ma ci si aspetta che cresca nei prossimi mesi. Infatti sono ormai diverse decine di migliaia i profughi in fuga dal conflitto in Tigray e in altre zone del paese, ammassati in affollati e poco serviti campi nell’est del Sudan.

Le reti di trafficanti, che hanno le loro basi operative proprio in Sudan, sono entrate subito in azione. L’allarme è stato dato fin dai primi giorni della crisi etiopica scoppiata all’inizio di novembre del 2020. Già un mese dopo, il 3 dicembre, la Reuters richiamava l’attenzione sui minori non accompagnati. «Secondo diverse organizzazioni umanitarie, centinaia di bambini etiopici che sono fuggiti dalla guerra nella regione del Tigray e sono arrivati soli nel vicino Sudan sono a rischio di finire nelle mani dei trafficanti».

Anika Krstic, direttrice di Plan International Sudan era anche più esplicita: «Ci sono bande di trafficanti di esseri umani … attive al confine tra il Sudan e l’Etiopia». Lo stesso concetto esprime Arshad Malik, direttore di Save the Children in Sudan: «I minori non accompagnati… sono ad alto rischio di essere trafficati, sfruttati e abusati, soprattutto se sono bambine».

Il ruolo centrale del Sudan nei flussi migratori dai paesi del Corno d’Africa è riconosciuto dall’Unione europea che gli aveva affidato il coordinamento del programma di controllo, conosciuto come Processo di Khartoum, nel vertice tenutosi a La Valletta, Malta, nel novembre del 2015.

Era ancora al potere il regime del presidente Omar El-Bashir, ora deposto e accusato di gravissime violazioni dei diritti umani e di corruzione. Le organizzazioni della società civile sudanese ed europea, e anche i gruppi dell’opposizione verde e di sinistra al parlamento di Strasburgo, avevano denunciato la tipologia dei progetti finanziati, che avrebbero contribuito a rafforzare le milizie che pattugliavano i confini, tra cui le famigerate Forze di intervento rapido (Rapid Support Forces, RSF), accusate di gravissimi abusi nei confronti dei civili in Darfur prima e poi nelle altre regioni instabili del paese. Proprio le RSF, dimostratesi attivissime anche nell’intercettazione dei migranti sul confine libico, avevano chiesto spudoratamente un maggior riconoscimento dell’Europa per i servizi resi in modo tanto efficiente. La Commissione europea ha sempre negato di averle finanziate, direttamente o indirettamente.

Forse proprio per questi precedenti il ministro della giustizia sudanese, nel suo intervento alla cerimonia di presentazione del programma triennale, ha sottolineato che il suo governo, nel combattere il traffico di esseri umani, si impegna a salvaguardare la dignità di tutte le persone che vivono o transitano sul territorio del suo paese. Sarebbe un importante cambio di passo dell’attuale governo di Khartoum anche in questo delicato settore.

 

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