DIRE DIO INDIGENO – FEBBRAIO 2020
Eleazar López Hernández

Nelle società postmoderne ci sono persone che guardano ai popoli amerindi come a persone primitive e selvagge che non contribuiscono alla crescita dell’umanità e anzi ne ostacolano lo sviluppo; questo vuol dire che per alcuni sarebbe meglio che i popoli originari della Pachamama (Madre Terra) scomparissero dalla mappa del pianeta.

Ci sono invece altri che ammirano gli indigeni del passato per le loro opere monumentali e il loro alto grado di civiltà, ma non vedono alcun legame tra le ricchezze del passato e quelle di oggi. Come se quelli di oggi non avessero antenati che hanno aperto il varco nella storia delle civiltà.

Il sinodo panamazzonico, tenutosi a Roma lo scorso ottobre, ha mostrato come la saggezza di questi popoli originari del continente Abya Yala (la Terra del sangue di vita), ora chiamato America, sebbene siano stati spinti alla periferia della periferia latinoamericana hanno molto da insegnare alla famiglia umana e persino alla Chiesa. Si trae un grande beneficio nell’ascoltarli, nel parlare con loro per arricchirsi dei loro insegnamenti.

La traiettoria millenaria dei popoli amerindi prima del 1492, ha dato loro la possibilità di sviluppare e accumulare conoscenze, valori e stili di vita in tutti gli ambiti, compresa la sfera religiosa. La teologia dal volto indigeno ha rivelato il suo mondo così pieno di meraviglie che dovrebbero essere conosciute, apprezzate e considerate come patrimonio dell’umanità.

Nel loro lungo stadio nomade, hanno concluso che la terra, essendo la matrice di tutta la vita, è sacra e richiede rispetto e collaborazione dagli umani perché Dio si manifesta come nostra Madre, che ci dà la vita, ci protegge, ci prende in braccio. Tutti gli esseri della creazione sono fratelli e sorelle e dobbiamo essere responsabili della custodia, del miglioramento e della crescita della vita sulla terra.

Quando queste persone si installarono nella loro terra producendo mais, patate, manioca, capirono che, insieme a Dio, siamo anche co-creatori e co-formatori, responsabili di prenderci cura dell’armonia di tutti i fattori della vita sia in natura che nei rapporti tra le persone e tra i popoli. Rompere l’armonia è il più grande peccato da rimuovere con l’impegno del “buen vivir” con noi stessi, tra noi creature e con Dio creatore.

Le grandi civiltà precolombiane hanno imparato che il potere della scienza, della tecnologia e della cultura dovrebbe essere messo al servizio del “buen vivir” dando priorità ai più piccoli e indifesi. Per loro Dio non è solo nell’aldilà, ma nell’aldiquà, vicino a tutte le sue figlie e figli; Lui-Lei, profondamente coinvolto con le persone e con l’intera creazione, è il Cuore del Cielo-Cuore della Terra.

Con questa antica saggezza, i nativi americani hanno dato solidità alla loro storia anche con fallimenti ed errori come ogni esperienza umana. Una saggezza sintetizzata in tre grandi verità: la terra è nostra madre e dobbiamo rispettarla e prenderci cura di essa; gli altri esseri della creazione sono i nostri fratelli e sorelle; Dio, Creatore e Formatore, ci ha fatto essere i suoi interlocutori e collaboratori nella custodia e protezione della vita.

Buen vivir
Sumak Kawsay (buen vivir in spagnolo) è una parola quechua utilizzata prettamente dagli amerindi ecuadoriani per indicare il loro stile di vita ancestrale, prima dell’invasione coloniale. Dal 1990, il Sumak Kawsay si è sviluppato come proposta politica che cerca il “bene comune” e la responsabilità sociale dal suo rapporto con Madre Natura.

Il “buon vivere” vuol essere alternativo al modello di sviluppo capitalistico. In seguito, il Sumak Kawsay è stato incorporato nella Costituzione dell’Ecuador (2008) e nella Costituzione dello stato plurinazionale della Bolivia (2009). Studiosi della materia, come gli economisti Alberto Acosta e Magdalena León, sottolineano che non si tratta di una teoria completa o completamente strutturata, ma piuttosto di una proposta sociale che può essere migliorata.