Difendere i governi eletti dalle minacce di rovesciamenti militari e garantire al continente africano una maggiore e più capillare disponibilità di acqua e condizioni igienico-sanitarie migliori per centrare gli obiettivi dell’Agenda 2063.
Si è conclusa con la promessa di rispettare questi impegni la 39esima sessione ordinaria dell’Assemblea dell’Unione Africana (UA) tenutasi ad Addis Abeba il 14 e 15 febbraio.
Un summit che ha registrato l’avvicendamento alla guida dell’organizzazione tra l’uscente João Lourenço, presidente dell’Angola, e Évariste Ndayishimiye, presidente del Burundi, che assume la presidenza di turno per il 2026.
I capi di stato e di governo dei paesi dell’UA hanno dichiarato che non ci sarà alcuna tolleranza per i cambi di governo incostituzionali.
Un messaggio che ha avuto come destinatari diversi paesi del continente dove sono andati in scena golpe nell’ultimo periodo, dalla Guinea-Bissau al Madagascar, e a quelle capitali in cui presto potrebbe espandersi l’effetto contagio dopo la stagione golpista maturata negli ultimi anni nel Sahel.
Proprio ai paesi di AES, l’Alleanza degli stati del Sahel – Mali, Niger e Burkina Faso – l’UA ha voluto inviare un messaggio distensivo, dicendosi disposta a tenere vivo il dialogo e forme di cooperazione finalizzate al contrasto dei gruppi jihadisti.
In tal senso è stata annunciata per le prossime settimane la creazione di una piattaforma comune a cui hanno già dichiarato di voler aderire diciotto stati del continente.
Non è chiaro come l’UA intenderà mettere in pratica un’altra delle principali promesse fatte durante il summit di Addis Abeba, ovvero far “tacere le armi” nel continente.
Le crisi in corso in Sudan, Sud Sudan e nell’est della Repubblica democratica del Congo sono sotto gli occhi di tutti, ma solo su quest’ultima sono state pronunciate intenzioni concrete.
Il neo presidente dell’UA Ndayishimiye si è appellato alla necessità di attuare al più presto gli di accordi pace negoziati a Washington dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump tra Kinshasa e Kigali.
Mentre il presidente della Commissione dell’UA, il gibutiano Mahmoud Ali Youssouf, ha tenuto a ribadire che l’organizzazione è in grado di guidare autonomamente questa e altre mediazioni senza l’intervento di soggetti esterni all’Unione.
Restano sospesi gli interrogativi su come riuscirci, considerato che le casse dell’UA sono da tempo in crisi e che una delle voci destinate a essere ulteriormente tagliate è proprio quella che riguarda il finanziamento delle operazioni di peacekeeping.
In quest’ottica per tamponare le emergenze è stato adottato un Memorandum d’intesa tra l’UA, le Comunità economiche regionali e i Meccanismi regionali sull’utilizzo della African Standby Force, con l’obiettivo di attivarla in futuro con maggiore prontezza e in modo più coordinato.
Mentre l’appello a una riforma del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per garantire una maggiore rappresentanza dei paesi africani e un maggiore accesso ai fondi, lanciato dal segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, per quanto virtuoso, sembra destinato a rimanere sulla carta.
Un maggiore coordinamento tra le varie posizioni dei paesi africani è stato poi invocato anche nell’affrontare le priorità fissate nell’Agenda 2063: la carenza di risorse idriche come detto, tema a cui l’UA dedica il mandato del 2026, la ristrutturazione del debito, il consolidamento dell’operatività dell’AfCFTA (Area di libero scambio continentale africana), la ricerca di finanziamenti per mettere in pratica piani di adattamento alla crisi climatica, l’aumento della sicurezza alimentare, e ancora, incentivi ai processi di digitalizzazione, interventi mirati a uno sviluppo sostenibile meno energivoro e meno impattante sull’ambiente, inclusione dei giovani e delle donne e sviluppo di competenze interne per farne il motore della trasformazione del continente.
Per ciò che concerne il capitolo della sovranità energetica, come segnalato da Agenzia Nova, degno di nota è un memorandum d’intesa firmato dall’UA con l’Agenzia per l’energia nucleare dell’OCSE per promuovere l’uso per scopi civili dell’energia nucleare. Sarà interessante monitorare come questo primo accordo inciderà sulle estrazioni di uranio, tra le materie prime più ambite del continente.
Sul fronte dei diritti, i leader dell’UA hanno invocato il raggiungimento di una giustizia storica e finalmente riparatrice per i secoli di soprusi patiti dai popoli africani per mano delle potenze colonizzatrici e, guardando all’oggi, ribadito la solidarietà al popolo palestinese stremato dagli attacchi militari israeliani.
Riflettori sull’Italia
Nelle giornate di Addis Abeba il paese extra-continentale che si è ritagliato maggiore visibilità è stata l’Italia. Il summit dell’UA è stato preceduto, il 13 febbraio sempre nella capitale etiope, dal secondo Vertice Italia-Africa in cui è stato fatto un punto sullo stato di attuazione del Piano Mattei.
Avviato nel gennaio 2024 con un finanziamento iniziale di 5,5 miliardi di euro, in questi due anni il programma ha trovato in Africa una delle sponde principali nella Banca africana per lo sviluppo, con cui nel febbraio 2025 l’Italia ha varato il Rome Process/Mattei Plan Financing Facility, un fondo speciale in cui il nostro paese per primo ha versato 100 milioni di euro, seguito dagli Emirati Arabi Uniti (25 milioni di dollari) e, nel dicembre scorso, dalla Danimarca (9,3 milioni di euro).
Risorse con cui sono stati al momento approvati interventi per un totale di 28 milioni di euro in Etiopia (accesso alle risorse idriche), Angola (agricoltura), Mauritania (energie rinnovabili) e Kenya (sistemi igienico-sanitari).
Dell’andamento del Piano Mattei il presidente del consiglio Giorgia Meloni ha parlato nel suo intervento il 14 febbraio alla sessione ordinaria dell’Unione Africana.
«Noi non concepiamo il Piano Mattei come un piano italiano ‘per’ l’Africa, ma come il contributo dell’Italia alla ‘vostra’ agenda», ha dichiarato la premier che ha sottolineato l’interesse dell’Italia in particolare per lo sviluppo del Corridoio di Lobito, in cantiere per velocizzare i collegamenti tra le regioni minerarie della Repubblica democratica del Congo e il porto angolano di Lobito e su cui il governo italiano ha impegnato al momento circa 300 milioni di euro.
Meloni ha poi dato notizia dell’intenzione dell’Italia di rivedere il programma di conversione del debito delle nazioni africane per trasformare integralmente quello «dei paesi più fragili e vulnerabili in investimenti».
«Allo stesso modo – ha specificato la premier – abbiamo introdotto nei nostri prestiti bilaterali delle specifiche clausole di sospensione del debito, che consentano alle nazioni africane colpite da eventi climatici estremi di liberare spazio fiscale utile ad aiutare le popolazioni e ricostruire le infrastrutture essenziali».
I riflettori puntati sull’Italia ad Addis Abeba non sono stati accolti però bene da tutti i leader africani. Stando a un retroscena svelato da Jeune Afrique, secondo alcuni leader africani il Vertice Italia-Africa del 13 febbraio avrebbe indebolito il summit dell’UA.
Il format stesso, pensato secondo la dialettica paese-continente, si configurerebbe come un retaggio del passato coloniale quando singole nazioni europee ambivano a parlare e dettare legge da sole a decine di governi e popoli africani.
Forte dell’amicizia con il padrone di casa, il primo ministro etiope Abiy Ahmed, al Vertice Italia-Africa Meloni ha però alla fine incassato la presenza dei rappresentanti di 14 dei paesi africani coinvolti nel Piano Mattei.
Intervenendo all’UA ha scelto con oculatezza le parole da usare nell’affrontare il tema della gestione dei flussi migratori dall’Africa, citando il cardinale guineano Robert Sarah.
E, soprattutto, ad Addis Abeba ha potuto oliare i rapporti con stati strategici per l’Italia sul fronte degli approvvigionamenti energetici.
Come la Repubblica del Congo, nei cui confronti è stato ribadito l’impegno nel sostenere interventi per estendere l’accesso all’acqua potabile e con cui la compagnia italiana ENI ha in essere importanti accordi per l’importazione di gas naturale liquefatto.