I COLORI DI EVA – giugno 2012
Elisa Kidané

Lo scrittore fiorentino Giovanni Papini scriveva: «In un mondo dove tutti pensano soltanto a mangiare e a far quattrini, a divertirsi e a comandare, è necessario che vi sia ogni tanto uno che rinfreschi la visione delle cose, che faccia sentire lo straordinario nelle cose ordinarie, il mistero nella banalità, la bellezza nella spazzatura. (…) È necessario uno svegliatore notturno, che smantelli per dar posto alla luce».

Svegliatori notturni. Un termine che la giornalista Giancarla Codrignani, poche settimane fa, a Verona, per presentare e ricordare la figura di Adriana Zarri (1919-2010), ha voluto applicare a questa singolare teologa, aggiungendo che è stata «una svegliatrice non solo notturna ma anche diurna». Giancarla è riuscita, con tinte leggere e al contempo profonde, a descriverci questa donna poliedrica e quasi a farci rimpiangere di non averla incontrata personalmente. Ha saputo sintetizzarci il vissuto di Adriana, dando ragione a chi aveva scritto il giorno della sua scomparsa: «poetessa orante, teologa, donna libera, eremita comunicante, critica, preveggente, viva». Una donna che non faceva sconti a nessuno, né alla sua chiesa, tanto da saperla criticare anche con estremo rigore, né alla società della quale avvertiva il lento e inesorabile declino etico.

Alle sue parole corrispondeva una nitida coerenza di vita. Eppure – o meglio, proprio per questa sua inattaccabilità – è stata poco amata, meno conosciuta, spesso criticata. Ma è la sorte dei profeti e ancor di più delle profetesse: derise, ignorate e osteggiate. Lei, vera svegliatrice diurna e notturna, non si è mai assopita. Ha tenuto desta l’attenzione della società ecclesiale e politica. Forse qualcuno pensa che ora l’Adriana Zarri “postuma” possa essere meno “pericolosa”. Ma sta a noi continuare a raccontarla, per tramandare il suo coraggio genuino, la sua limpida intelligenza, la sua fede diamantina alle generazioni nuove, orfane di uomini e donne capaci di vivere con coraggio la propria fede religiosa e politica, e fare la differenza.

Dio solo sa quanto bisogno abbiamo di svegliatrici anche oggi, quando sembriamo essere immersi nel “sonno della ragione” e nell’incapacità di distinguere la notte dal giorno. Diventa sempre più difficile intravvedere una linea di demarcazione tra il vero e il falso, tra la notizia e la bufala, tra il politico di professione e quello che ci prova. Politici che fanno i comici e viceversa; comiche che s’improvvisano bibliste, e via di questo passo. Ormai non si capisce più chi fa cosa. Il vero dramma è che non ci si meraviglia più di nulla. Siamo anestetizzati e vaccinati contro tutto. Assuefatti all’overdose giornaliera di Tiggì che iniettano pessimismo allo stato puro. Risulta poi difficile far uscire la propria mente da nebbia e confusione.

Faccio queste considerazioni dopo aver visto il film The Lady: la straordinaria vicenda di una svegliatrice notturna e diurna, Aung San Suu Kyi, donna minuta ma dalla volontà di acciaio, che riesce a piegare, a prezzo altissimo, il corso della storia del suo paese, Myanmar. In una società come la nostra, immersa nel grigiore, troppo spesso far politica sembra la scorciatoia al ladrocinio. Per questa ragione, forse, il film va visto perché è una terapia d’urto, una boccata di ossigeno morale e spirituale. Scoprire che si può e si deve fare politica, senza necessariamente far ribrezzo.

Aung San Suu Kyi ha ridato alla parola e al servizio della politica la giusta e alta qualifica: rendersi responsabile del bene comune del proprio popolo e della propria nazione. Una responsabilità che include il coraggio di credere che fare politica, quella vera, significa rivestirsi ogni giorno di principi sociali e morali, di impegni etici. Aung San Suu Kyi ci ricorda che «non è il potere che corrompe, ma la paura. Il timore di perderlo corrompe chi lo detiene e la paura del castigo corrompe chi ne è soggetto». Donne così ce ne vorrebbero tante per rendere più giusto e sano questo nostro mondo.

Ma abbiamo bisogno anche di svegliatori, ovvio. Ne ho incontrato uno pochi giorni fa a Santa Ninfa, diocesi di Mazara del Vallo. Giovane in mezzo a una folla di giovani, con il suo saio e un ciuffo ribelle, senza tanti giri di parole, mi ha raccontato un frammento della sua vita, alcune sue scelte, i suoi sogni e i progetti per la costruzione di una umanità nuova. Mi ha detto che è difficile realizzare i sogni, ma che è importante non demordere. Ha detto di essere un discepolo di Alex Zanotelli, delle sue battaglie, del suo impegno per un mondo più equo. Ha scelto la via di san Francesco per coniugare passione per l’umanità e passione per Cristo, attraverso uno stile di vita semplice. Legge Nigrizia dalla quale trae spunti importanti per la sua vita. Vive assieme ad altri due confratelli in un campo di nomadi. Una scelta radicale? «No! Solamente coerente», mi ha risposto. Si chiama fra’ Giuseppe. Così, semplicemente.