La Svizzera ha ufficialmente messo al bando, a partire da oggi, l’acquisto, l’importazione e il transito dell’oro che proviene dal Sudan, oltre a vietare la fornitura di servizi e risorse finanziarie a esso collegate e la vendita di specifici prodotti chimici impiegati nell’estrazione del metallo prezioso.
La decisione del governo elvetico, che ha recepito le misure restrittive adottate dall’Unione Europea il 13 luglio, arriva sulla scia di una profonda preoccupazione per la drammatica crisi umanitaria derivata dal conflitto in corso da quasi tre anni e mezzo in Sudan.
Un conflitto brutale, che vede contrapposte le forze armate sudanesi (SAF) e le milizie Forze di supporto rapido (RSF) e che trova proprio nello sfruttamento e nel traffico illecito dell’oro una delle sue principali fonti di finanziamento.
Il business dell’oro e il nodo degli hub di transito
Il commercio dell’oro rappresenta storicamente la spina dorsale dell’economia sudanese, ma dall’inizio delle ostilità è diventato il motore occulto della violenza. Secondo le stime di organizzazioni internazionali e centri di ricerca come Swissaid e The Sentry, una quota compresa tra il 50% e il 70% dell’oro estratto nel paese (fino a 70 tonnellate annue per un valore stimato tra i 9 e i 12 miliardi di dollari) sfugge ai canali ufficiali e viene regolarmente contrabbandato.
Le opposte fazioni alimentano questo flusso illegale facendo transitare il minerale attraverso i confini dei paesi vicini – come Ciad, Libia, Egitto e Sud Sudan – per poi confluire verso il principale crocevia globale del settore: gli Emirati Arabi Uniti.
È qui che l’oro insanguinato viene raffinato e “ripulito” della sua origine, perdendo ogni tracciabilità prima di essere riesportato verso i mercati internazionali, con la Svizzera che storicamente rappresenta la prima destinazione di questo metallo prezioso in Europa.
L’azione della società civile e la campagna di Fondazione Nigrizia
Nonostante il divieto imposto da Berna costituisca un passo in avanti formale, la rete di protezione e tracciabilità a livello europeo presenta ancora falle strutturali profonde. È su questo fronte che si inserisce con forza la mobilitazione della società civile italiana e internazionale.
Fondazione Nigrizia ETS ha portato direttamente il caso del Sudan all’attenzione delle istituzioni europee attraverso la partecipazione alla consultazione pubblica promossa dalla Commissione UE per definire le linee guida di attuazione della Direttiva sul dovere di diligenza delle imprese ai fini della sostenibilità (Corporate Sustainability Due Diligence Directive – CSDDD).
Come evidenziato nel corso delle iniziative promosse dai missionari comboniani, l’obiettivo della campagna è duplice:
- Chiedere che le linee guida europee riconoscano ufficialmente come “aree ad alto rischio” (Conflict-Affected and High-Risk Areas – CAHRAs) non soltanto i paesi direttamente in guerra, ma anche i cruciali paesi di transito, raffinazione e commercializzazione, a partire dagli Emirati Arabi Uniti.
- Introdurre indicatori di rischio specifici per l’oro – merce che richiede un regime di controllo separato rispetto ai minerali “3T” (stagno, tantalio, tungsteno) – capaci di smascherare le discrepanze statistiche tra import ed export, la persistente opacità delle filiere e l’inefficacia dei controlli doganali nei grandi hub commerciali.
Spezzare il legame tra conflitti e mercati globali
La morsa attorno al commercio illecito si sta stringendo, ma la sfida rimane complessa. Le attuali maglie del regolamento europeo sui minerali da conflitto rischiano di fermarsi a un livello di controllo superficiale, spesso limitato al primo fornitore o protetto da certificazioni di settore non pienamente allineate agli standard dell’OCSE.
La messa al bando dell’oro sudanese da parte della Svizzera dimostra che la pressione politica e diplomatica può produrre risultati concreti.
Tuttavia, come ammoniscono le voci dal mondo dell’impegno sociale e missionario, senza una riforma radicale dei meccanismi di due diligence e una reale assunzione di responsabilità da parte dei grandi centri finanziari e di raffinazione globali, il sangue versato nei villaggi del Kordofan e del Darfur continuerà a scorrere invisibile.