L’intervista estratta da Kwanza 2.0

La Vmk, agenzia di comunicazione interattiva, con sede a Brazzaville, nella Repubblica del Congo, ha presentato lo scorso 17 settembre nella capitale congolese il Way C, primo tablet africano. L’intervista al suo ideatore, Vérone Mankou.

Nel corso dell’African Web Summit, Vérone Mankou, giovane imprenditore di Brazzaville, ha annunciato, entro il prossimo novembre, l’arrivo sul mercato africano del Way C, primo tablet interamente progettato in Africa. Il prodotto, che sarà distribuito in Congo, Senegal, Kenya, Gabon, Camerun, Costa d’Avorio, Repubblica Democratica del Congo e in Belgio, utilizzerà come sistema operativo Android 2.3 e costerà circa 300 dollari statunitensi, tre volte in meno rispetto all’IPad. A descrivere il Way C è lo stesso Vérone Mankou:

Come ha concepito l’idea di creare questo prodotto?
All’inizio cercavamo una soluzione per consentire a un gran numero di persone l’accesso a internet. Ci siamo poi resi conto che il tablet era il prodotto ideale. Non è soltanto facile da trasportare, ma è possibile utilizzarlo anche quando manca la corrente elettrica. Ora con il wireless e, tra poco, con il sistema 3G, il tablet potrà connettersi con tutte le altre reti. Sono state queste le ragioni forti che ci hanno spinto a credere che fosse il prodotto giusto.

 

Lei ha pensato al Way C, ma la produzione è stata realizzata in Cina. Cosa risponde a chi dice che di africano non abbia nulla?
Tutti i tablet sono prodotti in Cina; l’IPad è prodotto in Cina, il Blackberry è prodotto in Cina. Perché li chiamano tablet americani, canadesi o coreani? Penso che si tratti solo di mancanza di oggettività e di afro-pessimismo. Quando gli africani fanno qualcosa, si dice: “ecco non è africano”. Perché non chiamiamo l’IPad “tablet cinese”?

 

Produrre e progettare un tablet richiede sicuramente degli investimenti. Dove ha trovato i soldi?
È stata, infatti, la parte la più difficile. Abbiamo lavorato due anni per raccogliere i soldi necessari per la fase ricerca e sviluppo del progetto. Solo ora abbiamo iniziato la fase produttiva e ci servono ancora dei soldi. Non è semplice. In questo momento siamo in discussione con il governo congolese per vedere se può contribuire con un finanziamento.

 

Oltre allo Stato congolese?
Ci sono investitori privati che sono interessati e anche con loro siamo in trattativa. Sono proprio in questo momento a Parigi per discutere con alcuni di loro.

 

Il tablet dovrebbe essere lanciato in questi giorni, quando esattamente?
Sarà sul mercato all’inizio di novembre. Però non sappiamo ancora il giorno preciso. Proprio per il fatto che la produzione si concentra in Cina, non abbiamo ancora tutte le precisazioni per quanto riguarda la logistica. Posso dire, tuttavia, con certezza che il prodotto sarà sul mercato entro il 15 novembre.

 

Parliamo del prezzo. Lei aveva annunciato un costo di 150.000 franchi Cfa, circa 300 dollari. È sicuro che i suoi connazionali congolesi e altri africani saranno in grado di acquistarlo?
Certo. Abbiamo già raggiunto, oggi, circa mille ordini confermati. Ciò mi fa credere che abbiamo fatto una buona scelta. Vedete, il tablet più economico sul mercato è prodotto da Samsung, e costa 400.000 franchi Cfa, senza poi contare l’IPad, il cui prezzo si aggira intorno ai 600.000 franchi Cfa. Per molti, il nostro prodotto costituisce una grande occasione. Inoltre il prezzo non è mai un ostacolo. Quello che conta è il desiderio: la gente ha davvero bisogno di un tablet? Cosa li aiuterà a fare? Perché e quanto devono spendere per questo prodotto? Molti hanno trovato delle risposte a queste domande e hanno deciso di comprare. Credo sia questa la cosa il più importante.

 

Non teme la concorrenza con la telefonia mobile che in africa è in continua espansione, offrendo anche servizi internet?
Citerò qualcuno che ci ha appena lasciato: Steve Jobs. Quando Jobs ha presentato la prima versione dell’IPad, aveva tenuto a precisare che si trattava di un prodotto a metà strada tra un computer e un telefono cellulare. Un tablet non può, quindi, sostituire né un telefono né un computer, ma è un prodotto tra i due. Sotto certi punti di vista è possibile che ci sia concorrenza con la telefonia mobile ma non si tratta di concorrenza frontale.

 

Il Way C è concepito in Africa e fabbricato materialmente in Cina. Pensa un giorno di sviluppare tutta la produzione nel suo paese?
È appunto questa la nostra idea. Stiamo cercando di avere prodotti made in Congo. La cosa è realizzabile, è solo una questione di mezzi ed è quello che stiamo cercando.

 

Cosa è stato a spingerla verso questo tipo di investimenti?
Mi dico sempre che non possiamo rimanere dei consumatori in eterno. È necessario che creiamo i nostri prodotti. È questa visione che mi ha spinto ad andare fino in fondo. Credo che essere africano non sia poi così infernale come la pensiamo. Gli africani creano e conosco molti di loro che hanno fatto grandi cose. Penso che si debba continuare.

 

Un messaggio ai giovani?
Ai giovani dico che conosco le difficoltà dell’Africa, soprattutto per quanto riguarda il finanziamento dei progetti. Tuttavia, la cosa più importante è crederci. Credere nei nostri progetti è il primo passo verso la loro realizzazione.

 

(l’intervista è stata estratta dal programma radiofonico Kwanza 2.0)