Polemiche
Quando si tratta di Sahara Occidentale – ex colonia spagnola occupata dal Marocco – lo scrittore tira in ballo l’Algeria e si dimentica del sovrano marocchino Mohammed VI. Lo ha fatto anche su l’Espresso. Ma il suo argomentare non regge.

Tahar Ben Jelloun, lo scrittore di origine marocchina più conosciuto, è in Italia per partecipare alla 20a edizione di Dedica Festival (Pordenone, 8-22 marzo). Vive a Parigi e ha un’intensa attività pubblicistica collaborando con diverse testate, occupandosi anche di politica. Un filo rosso ha sempre legato i suoi articoli: la costante critica all’Algeria per la violazione dei diritti umani e il sistematico silenzio sui “giardini segreti” di Hassan II, dove gli oppositori venivano torturati e fatti scomparire, fino a quando il re era in vita.

Dopo l’ascesa al trono di Mohammed VI, Ben Jelloun  si è occupato del proprio paese di origine per tessere le lodi del nuovo re e ha iniziato a ricordarsi degli anni bui, dopo che molti suoi concittadini lo avevano già fatto quando Hassan II era ancora in vita, subendone tutte le conseguenze.

Con queste premesse, non stupisce l’attacco rivolto all’Algeria su l’Espresso del 6 marzo, incluso il presidente Bouteflika, che si candida per la quarta volta al mandato presidenziale nelle elezioni del prossimo mese, senza una parola sulla situazione reale nel Marocco e le contraddizioni di una monarchia assoluta malgrado la presenza di una Costituzione. Del resto guai a parlar male del re, in Marocco non si scherza, si va difilato in prigione, come sanno direttori di giornali, giornalisti, blogger di cui lo scrittore non ha mai ritenuto degno di occuparsi, malgrado usino i suoi stessi ferri del mestiere.

Nell’articolo l’attacco all’Algeria è mosso attraverso la questione del Sahara Occidentale, l’ex colonia spagnola ora occupata per due terzi dal Marocco. Due elementi balzano all’occhio: i tempi e gli argomenti.

È iniziata a livello internazionale la battaglia diplomatica in vista del rinnovo da parte del Consiglio di Sicurezza della missione dei caschi blu nel Sahara Occidentale (Minurso) che scade il 30 aprile. Da molti anni c’è un largo consenso sulla necessità di dotarla del mandato di proteggere la popolazione civile, cui si oppone il Marocco e che ha nella Francia, con la minaccia di veto, l’inflessibile guardiana della violazione dei diritti umani. Come altre volte lo scrittore partecipa con grande tempismo alla mobilitazione diplomatica del re. Intanto la Minurso è l’unica missione di pace dell’Onu in corso priva di tale mandato.

Gli argomenti che Ben Jelloun usa sono gli stessi della monarchia. Il conflitto del Sahara Occidentale non è tra il re e i sahrawi, ma con l’Algeria. Un pezzo di storia recente è così cancellata: l’Onu che iscrive il Sahara Occidentale tra i paesi da decolonizzare, la Corte dell’Aia che sentenzia che le pretese storiche del Marocco non hanno fondamento ai fini  della autodeterminazione del popolo sahrawi, un piano di pace, firmato anche dal Marocco, che prevede un referendum per decidere il futuro del Sahara Occidentale. Morale della favola: in Africa rimane ancora un solo paese da decolonizzare.

Perché l’Algeria è tanto interessa al Sahara Occidentale? Ben Jelloun non ha dubbi: vuole lo sbocco sull’Atlantico. È noto infatti che i gasdotti algerini attraversano a malincuore il Mediterraneo per portare il gas all’Italia e all’Europa, mentre smaniano dalla voglia di farsi alcune migliaia di km in più per buttarsi nelle più fresche acque dell’oceano per arrivare da noi.

E poi come non dare ragione allo scrittore sul “piano di autonomia” che il re propone al posto dell’indipendenza? Da buon conoscitore dell’Italia come lui, saprà certamente che una autonomia che non prevede il riconoscimento dell’identità e della storia di un popolo, l’uso della sua lingua, nelle nostre Regioni a statuto speciale susciterebbe un irrefrenabile entusiasmo.

E infine di questi tempi non può mancare la ciliegina del terrorismo: i campi profughi dove vivono i sahrawi «sono diventati dei campi di addestramento del terrorismo internazionale». Perché il re ha messo al bando il giornalista marocchino che, visitati quei campi, ha testimoniato il contrario della propaganda del regime marocchino? E il nostro scrittore dove si è addestrato al suo terrorismo intellettuale?

Il re, e il nostro al suo seguito, si è arrabbiato perché l’Algeria chiede ai caschi blu di proteggere i diritti umani dei sahrawi. «Il Marocco non riceve lezioni da chi disprezza i diritti umani» è stata la risposta del re. Ma la coscienza del nostro scrittore che lezione darebbe ai soldati e ai poliziotti marocchini che ogni giorno massacrano i sahrawi che, con manifestazioni pacifiche e nonviolente, chiedono rispetto per i propri diritti e la propria dignità? Questa coscienza conosce ancora la libertà, o ha fatto sottomissione a sua maestà?