L'ACCOGLIENZA PROMESSA – DOSSIER APRILE 2017

“Noi non vogliamo progetti per noi, vogliamo progetti con noi. Invece non ci coinvolgono, partendo dalle nostre competenze. Il mediatore culturale si forma esclusivamente sui libri: non ha la conoscenza che ho io della mia cultura. Eppure è valutato più di me che posso essere un vero tramite tra le due culture».

Negli ultimi anni i convegni che ruotano attorno al tema dell’importanza del ruolo della diaspora sono diventati sempre più frequenti. Ma guardando dentro questo racconto del protagonismo migrante di cui spesso si sente parlare, c’è qualcosa che non torna. Sorgono inevitabili diverse domande: ma perché se la diaspora è protagonista, l’accoglienza non è gestita anche da realtà migranti, magari quelle più radicate nel territorio? Perché i vari mediatori culturali, oltre che essere chiamati a tradurre, non sono protagonisti di percorsi pensati insieme a chi si occupa di profughi e richiedenti asilo? Perché, invece di essere quelle figure da tramite frettoloso per le traduzioni davanti ai giudici cui spetta decidere se il migrante è meritevole o meno di un pezzo di carta che gli permetta un pezzo di vita in questo paese, non accompagnano questo tratto facendosi ponte già costruito tra le due culture?

E ancora: perché le vittime della tratta, che dalla tratta si sono liberate, non possono essere coloro che affiancano ragazze narratrici di eguali e pesanti storie da raccontare? Perché chi migra non riesce a essere protagonista oltre che della propria, dell’altrui migrazione? Spesso, la risposta che viene data a queste domande è: «Perché i migranti non hanno le competenze per farlo». Ma è una risposta fragile, che non si interroga su sé stessa, che non sente la necessità di guardare oltre. Quell’oltre capace di cambiare il senso delle risposte, di renderle domande, costruttive e propositive, di percorsi atti a modificare qualcosa che si è interrotto o che forse non è mai partito davvero.

Cercasi formazione

 «Abbiamo visto in questi anni tantissimi sprechi in materia di formazione, di corsi di accompagnamento ai e per i migranti. C’è stato un vero e proprio saccheggio ? afferma Modou Gueye, presidente dell’associazione Sunugaal Milano ?. Ma tutte queste realtà, che dicono di occuparsi di formazione degli stranieri, hanno mai chiesto alle varie menti migranti di cosa hanno realmente bisogno? Cosa poteva essere utile a proposito di formazione? Cosa già noi, per nostra cultura, abbiamo come bagaglio? Ci hanno mai coinvolto in percorsi seri che partissero non solo da necessità presunte, ma dalle nostre reali competenze? Sentiamo dire che i bandi dedicati alle realtà migranti vanno deserti perché gli stranieri non hanno le competenze per potervi accedere e partecipare. Forse noi per primi quando rivendichiamo protagonismo dovremmo capire cosa vogliamo chiedere, quale sia il modo migliore per valorizzare il ruolo della diaspora di cui tanto si parla. Ci hanno convinto che per essere protagonisti, i bandi dovessimo scriverli noi, ok, ma occorre formazione. Nessuno nasce “imparato”. Noi a Milano, siamo riusciti a organizzare…

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Foto: Modou Gueye ha organizzato a Milano corsi di formazione per migranti su come predisporre i bandi europei (Stefania Scuppa)

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