Osservazioni di un giovane comboniano sudanese sulla celebrazione eucaristica di apertura del Sinodo.

 

I giornali oggi parlano della battuta del cardinal Peter K. A. Turkson, arcivescovo ghaneano di Cape Cost, fatta ieri nel corso della conferenza stampa ufficiale di presentazione del Sinodo, sull’eventualità di un “Papa africano” sul soglio di Pietro («L’elezione del primo Presidente afro-americano degli Stati Uniti fa ben sperare, ma ammetto che questo evento rientra nella concezione democratica statunitense. È un caso che fa, comunque, sperare che anche la Chiesa possa essere pronta ad eleggere il suo primo Papa nero»). Altri si soffermano sulle sue parole circa la moralità dell’uso del preservativo come prevenzione all’epidemia dell’aids («La situazione del contagio da virus Hiv in Africa è grave, soprattutto nella zona australe. Ma buone notizie arrivano grazie a un nuovo farmaco retro-virale. Il preservativo è importante contro il contagio, ma la Chiesa preme sulla questione della fedeltà coniugale. Prevenzione e fedeltà devono andare di pari passo, perché non tutti i preservativi sono sicuri. Bisogna dare sostegno psicologico agli ammalati e investire nella ricerca».

 

Non so quanto esattamente esprima il vero significato delle parole del cardinale un titolo come questo: «Il relatore del sinodo per l’Africa: “Sì al preservativo nelle coppie contagiate dall’Aids”», né quanto “scherzosa” sia stata la battuta del cardinale sul Papa nero. So che molte coppie cattoliche in Africa, con un partner sieropositivo, fanno uso del preservativo, senza per questo essere “scomunicate”. Non so, invece, cosa possano pensare gli africani dell’eventualità di un Papa africano, dopo aver assistito o seguito in televisione la cerimonia di apertura del Sinodo. Se un tamburo africano fatica ancora così tanto a fare il suo ingresso nella Basilica di San Pietro, temo che la salita al soglio petrino di un africano sia di là da venire.

 

In termini di contenuti espressi durante la messa di inaugurazione, sono rimasto positivamente colpito dall’omelia di Benedetto XVI°, in particolare dalla sua descrizione dell’Africa. Dato il tema del sinodo(“La chiesa in Africa al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace”), mi attendevo la solita lista mali: conflitti, fame, malattie, miseria… È questo, oggi, lo stereotipato vocabolario usato per descrivere il continente. Il Papa, invece, ha scelto di mettere in risalto gli aspetti positivi sui quali l’Africa può costruire un futuro migliore. L’ha presentata come «continente della speranza», che già sta dando un contributo notevole alla chiesa e all’interno del mondo globalizzato. Descrivere l’Africa come il «polmone» della chiesa, pur passibile di trasformarsi in polmone ammalato, costituisce un’immagine nuova e inedita. Allo stesso modo, la sua condanna del materialismo come raccolta di «scorie spirituali tossiche» di cui il continente è divenuto ricettacolo (pensando, tra l’altro, alle tonnellate di rifiuti tossici “reali” sversati nei nostri mari…) è un’immagine molto ficcante per descrivere la visione con cui spesso in Occidente si guarda all’Africa, e riflette il reale stato delle cose. Dunque, il messaggio lanciato è stato positivo.

 

Ma se guardo la celebrazione da un punto di vista “africano”, la considero una sorta di versione “decurtata e tarpata” di una celebrazione eucaristica africana. L’uso del latino è stato deciso a prescindere dalla conoscenza o meno di questa lingua da parte di chi affollava la basilica. La corale è apparsa una specie di “coro gregoriano africano” in uno scenario alquanto freddo e staccato dal contesto.

 

Durante la celebrazione, pensavo che un ignaro visitatore che per caso fosse entrato nella Basilica, di fronte alle lunghe file di volti seriosi che riempivano il presbiterio e le panche, avrebbe dedotto che si trattava probabilmente di una celebrazione funebre per qualche alto dignitario, piuttosto che la celebrazione di un evento che apriva le speranze di un grande futuro per la chiesa d’Africa.

 

Tra l’altro, occhieggiando nell’ampia assemblea, uno non poteva evitare di notare la presenza del tutto minoritaria di volti africani e, in particolare, di cristiani laici africani. Qualcuno ha sussurrato alla fine della celebrazione: «Se dovessi trarre delle conclusioni dalla gente e dall’atmosfera presenti a questa celebrazione, concluderei che non c’è da aspettarsi nulla di particolarmente nuovo né tantomeno rivoluzionario dal sinodo».

 

Ma lo Spirito soffia dove e quando vuole… Nutro, pertanto, la speranza di un grande evento per la chiesa africana.