Almeno 518 morti, di cui 502 civili – 21 erano bambini – e 16 membri delle forze di sicurezza.
Per la prima volta in Tanzania un ente filogovernativo ammette l’entità dei massacri compiuti durante e dopo le elezioni generali del 29 ottobre 2025, attribuendo però la responsabilità delle violenze a un disegno eversivo fomentato da entità esterne.
Il capo della commissione d’inchiesta voluta dalla presidente Samia Suluhu Hassan – eletta in quell’occasione con quasi il 98% dei voti -, Mohamed Chande Othman, ha anche affermato che il bilancio delle vittime potrebbe essere sottostimato a causa delle difficoltà nell’identificazione.
E in effetti, fin da subito le organizzazioni per i diritti umani, locali, regionali e internazionali, e della società civile, avevano parlato di un numero ben più alto di morti, addirittura 3mila, persone disarmate uccise e fatte sparire anche in fosse comuni dalle forze di sicurezza, approfittando dei cinque giorni di coprifuoco e del blocco di Internet imposti dal governo.
In una conferenza stampa, il 23 aprile, la commissione ha dichiarato di aver ottenuto “prove inconfutabili” del fatto che le violenze siano state pianificate, coordinate e finanziate da “persone addestrate”, senza però chiarire chi fossero queste fantomatiche figure e a chi facessero capo. Dichiarazioni che, d’altronde, avvallano la retorica del governo che all’indomani del voto aveva accusato non meglio precisate “forze straniere” di fomentare le proteste per rovesciare le istituzioni.
La commissione ha affermato che i coordinatori avrebbero reclutato gruppi vulnerabili, tra cui bambini di strada e tassisti in motocicletta, pagandoli tra 10 e 50mila scellini (tra i 4 e i 19 dollari) per partecipare ad attacchi simultanei volti a sopraffare le forze di sicurezza.
Il rapporto, peraltro, non è stato reso pubblico e probabilmente sarà destinato a rimanere in un cassetto della scrivania presidenziale, visto che durante la cerimonia Suluhu Hassan ha affermato che il report è «proprietà del presidente».
La reazione delle opposizioni non si è fatta attendere. Il principale partito antagonista, CHADEMA, che aveva boicottato il voto, ha liquidato l’intera inchiesta come un insabbiamento governativo, facendo notare che è impossibile che un esecutivo accusato di frode elettorale e violazioni dei diritti umani indaghi su sé stesso ed emetta una sentenza imparziale.
Insieme al secondo partito di opposizione, ACT-Wazalendo, CHADEMA aveva contestato fin dall’inizio la nomina della commissione, sottolineato che tutti e nove i suoi membri sono funzionari governativi, attuali o ex, affiliati al partito al potere, il Chama Cha Mapinduzi (CCM).
Entrambi i partiti hanno rinnovato il loro appello per un’inchiesta internazionale sotto l’egida delle Nazioni Unite, dell’Unione Africana o della SADC, la Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale.
Le elezioni di ottobre si sono svolte in un clima di violenze, intimidazioni e repressione, anticipate da una campagna di arresti arbitrari, sparizioni forzate e omicidi senza precedenti.
Lo storico leader di CHADEMA, Tundu Lissu, arrestato il 9 aprile 2025 resta in carcere e sotto processo con l’accusa di tradimento, mentre il partito è stato riabilitato solo lo scorso 15 aprile grazie a una sentenza della Corte d’Appello che ha annullato un’ingiunzione dell’Alta Corte che per 309 giorni gli ha impedito di svolgere qualsiasi attività politica.
Il candidato alla presidenza di ATC-Wazalendo, Luhaga Mpina, era stato invece escluso dalla corsa elettorale da un duplice provvedimento della Commissione elettorale indipendente (INEC), intervenuta in opposizione a una sentenza dell’Alta Corte che giudicava incostituzionale la sua esclusione.