Tanzania: centinaia di persone uccise durante il lockdown elettorale
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La denuncia di opposizioni e organizzazioni per i diritti umani che accusano la polizia di uso sproporzionato della forza nel reprimere le proteste
Tanzania: centinaia di persone uccise durante il lockdown elettorale
05 Novembre 2025
Articolo di Redazione
Tempo di lettura 5 minuti

In Tanzania la rimozione del coprifuoco e de blocco di Internet, avvenuta nella tarda serata del 3 novembre, dopo cinque giorni di oscuramento in occasione delle elezioni generali del 29 ottobre, sta rivelando la portata della brutale repressione operata da polizia ed esercito nei confronti di manifestanti e semplici cittadini.

Tanto che ieri la polizia ha inviato tutti gli utenti di telefonia mobile un SMS nel quale si intimava di non diffondere immagini di persone uccise. “Evitate di condividere foto o video che causino panico o umilino la dignità di una persona” recita il testo. “Un simile comportamento costituisce un reato e, se identificato, saranno intraprese severe azioni legali”.

Con il ripristino della rete hanno cominciato infatti a circolare sui social media centinaia di filmati e immagini che mostravano i corpi di persone che, secondo gli utenti, erano state vittime di colpi da arma da fuoco durante le proteste. Immagini disturbanti, riprese anche da testate giornalistiche internazionali, come Al Jazeera.

All’indomani del voto – concluso con la vittoria, con quasi il 98% dei consensi, della presidente Samia Suluhu Hassan -, il principale partito di opposizione, CHADEMA, e organizzazioni locali e internazionali per la difesa dei diritti umani, hanno denunciato tra i 700 e i 1.000 morti. Persone, per lo più giovani della cosiddetta Generazione Z, uccise con la complicità del coprifuoco, revocato nei giorni scorsi.

CHADEMA accusa le forze di sicurezza di aver fatto sparire i corpi di centinaia di persone uccise, per nascondere la portata dei massacri, prima del ripristino di Internet e la fine del lockdown. Il partito ha anche messo a disposizione un numero telefonico per raccogliere le denunce di famigliari di persone morte e ferite.

Licenza di uccidere

Reuters cita il post su X della Viral Scout Management, una società locale di consulenza sportiva, che parla di sette giovani calciatori da essa rappresentati, di età compresa tra i 15 e i 22 anni, “uccisi a colpi d’arma da fuoco nelle loro case a Dar es Salaam, Mbeya e Mwanza”.

“Gli omicidi erano stati pianificati in anticipo per colpire regioni notoriamente politicamente attive, quelle critiche nei confronti del partito al potere. Seguire le persone fino alle loro case e ucciderle equivale a un massacro”, ha dichiarato all’Associated Press il presidente della Tanganyika Law Society, Boniface Mwabukusi, annunciando che la sua organizzazione sta compilando un rapporto da condividere con le organizzazioni legali internazionali.

Anche le poche testate giornalistiche locali indipendenti hanno cominciato a parlare di quanto avvenuto. “Il blocco di Internet ha mascherato una repressione mortale in Tanzania”, titolava ieri Mwanzo TV. “Il coprifuoco non è una licenza per uccidere: la Tanzania deve rispondere per i suoi morti”, è invece il titolo dell’editoriale di The Chanzo, che denuncia esecuzioni arbitrarie di semplici cittadini non coinvolti nelle manifestazioni.

L’articolo descrive l’uccisione di Shaaban, un giovane addetto all’autolavaggio di Dar es Salaam, freddato da un colpo d’arma da fuoco sparato dalla polizia mentre prelevava del denaro e quella di Tindwa Mtopa, un giornalista sportivo, colpito a morte nella sua abitazione dopo essere uscito per vedere cosa stesse succedendo. Vi si descrive anche il racconto fatto sui social media da una donna, di come la polizia abbia sparato e ucciso sua sorella in auto, davanti al figlio.

“Mentre il governo ha ufficialmente negato che si siano verificati decessi durante i cinque giorni di lockdown, le prove raccolte sul campo raccontano una storia diversa, molto più brutale”, scrive il caporedattore di The Chanzo, Khalifa Said. “La questione cruciale non è solo se il governo avesse il diritto di imporre un coprifuoco, ma se avesse il diritto di trasformare quel coprifuoco in una condanna a morte per i propri cittadini”.

Said chiede all’amministrazione della presidente Hassan “un’indagine completa, indipendente e trasparente su ogni decesso avvenuto durante il periodo di coprifuoco”, seguita da “un riconoscimento pubblico delle vittime e dalle scuse alle loro famiglie, dal rapido perseguimento degli agenti di sicurezza responsabili di queste uccisioni illegali e da un pieno risarcimento per le famiglie che hanno perso i loro cari”.

Il governo nega

Il governo nega un uso eccessivo della forza e finora non ha fornito il numero ufficiale delle vittime, parlando genericamente di “una decina”, mentre la presidente ha accusato persone “provenienti dall’estero” d’aver fomentato violente proteste.

I manifestanti contestavano l’esclusione dal voto dei candidati alla presidenza dei due principali partiti di opposizione. Uno dei quali, Tundu Lissu, leader di CHADEMA, è in carcere dal 6 aprile e sotto processo con l’accusa di tradimento.

Condanne e profonda preoccupazione sono stati espressi, tra gli altri, da Human Rights Watch, dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani e dalla Commissione africana per i diritti dell’uomo e dei popoli.

Per gli osservatori dell’Unione Africana “le elezioni generali non hanno rispettato i principi dell’UA, i quadri normativi e altri obblighi e standard internazionali per le elezioni democratiche”. Per l’UA, conclude il rapporto, “la Tanzania dovrebbe dare priorità alle riforme elettorali e politiche per affrontare le cause profonde delle sfide democratiche ed elettorali incontrate prima, durante e dopo le elezioni”. 

Un’altra insolita bocciatura è arrivata dalla Comunità per lo sviluppo dell’Africa australe (SADC), che nel suo report evidenzia che le elezioni “non hanno rispettato i principi della SADC” e che “gli elettori non hanno potuto esprimere la loro volontà democratica”, descrivendo dettagliatamente violenze, censura e “intimidazioni generali” nei confronti di esponenti del pubblico e dell’opposizione.

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