Tanzania / Diritti

Il governo della Tanzania ha rimosso un articolo del protocollo di adesione alla Corte africana per i diritti umani e dei popoli che permette a cittadini e ong di ricorrere al tribunale. A denunciarlo è Amnesty International che parla di “un cinico tentativo” del governo di “sfuggire alle proprie responsabilità”.

Secondo il coordinatore di Amnesty per l’Africa, Japhet Biegon, il comportamento della Tanzania “mina l’autorità e la legittimità della Corte ed è un clamoroso tradimento agli sforzi di istituire un organismo credibile per i diritti umani in Africa che possa fare giustizia e garantire trasparenza”.

L’esecutivo di Magufuli ha minimizzato. Stando al quotidiano locale The Citizen, il ministro della Giustizia Augustine Mahiga ha sostenuto di aver «scritto alla Corte chiedendo di rivedere un protocollo», che «sarebbe in contrasto con il nostro codice penale». Il ministro ha però anche annunciato che il paese uscirà dal tribunale, che ha sede nella città tanzaniana di Arusha, qualora le richieste di modifica non fossero accolte.

Secondo Amnesty, la Tanzania detiene il primato africano per le denunce depositate presso alla Corte. Oltre il 40% delle sentenze emesse da Arusha, almeno fino al settembre di quest’anno, riguardavano la Tanzania.

L’organizzazione per i diritti umani aveva pubblicato il mese scorso un report sul governo di Magufuli, al potere dal 2015, nel quale si sottolinea l’aumento nel paese di “paura, censura e repressione”.

La Corte africana per i diritti umani e dei popoli è stata istituita sulla base di un protocollo adottato dall’Unione Africana in Burkina Faso nel 1998. L’accordo è stato ratificato da 30 paesi ed è entrato in vigore nel gennaio 2004. A oggi solo 9 nazioni africane riconoscono alla Corte la competenza per ricevere direttamente denunce di cittadini e ong. Tra questi c’era anche la Tanzania. (Dire)