Ancora al centro dell’attenzione delle organizzazioni ambientaliste e di quelle per la difesa dei diritti umani le politiche di sostegno allo sviluppo economico del governo della Tanzania.
Alla fine di aprile, parlando ad un incontro dell’Associazione degli operatori della caccia della Tanzania (Tanzania Hunting Operators Association – TAHOA), Hassan Abbas, segretario permanente al ministero delle Risorse naturali e del Turismo, ha sottolineato l’intenzione del governo di rafforzare il settore, smentendo le voci di un suo ridimensionamento.
Ha inoltre sottolineato che il turismo in generale è considerato dalle autorità come strategico per l’economia del paese, la conservazione ambientale e il benessere delle comunità.
L’anno scorso, alla fine di ottobre, il turismo aveva fruttato 4,2 miliardi di dollari, il gettito più alto nella storia del paese, secondo la Banca di Tanzania. Il forte incremento era dovuto all’aumentata presenza dei turisti stranieri; 2,09 milioni circa, 173mila più dell’anno precedente, il 9% di crescita in soli dodici mesi.
Il comparto della caccia grossa ha contribuito in modo rilevante alla crescita del settore.
Risorse naturali in vendita
Esperti calcolano che il governo incassi dai 27 ai 36 milioni di dollari dalle licenze per l’attività in blocchi che coprono complessivamente più di 250mila chilometri quadrati (l’estensione dell’Italia è poco più di 300mila chilometri quadrati).
Per gli operatori, il costo di una licenza di caccia annuale in un solo blocco arriva a 60mila dollari. Il prezzo per un giorno di safari per un turista/cacciatore può arrivare a 1.200 dollari, a cui vanno aggiunti quelli per gli animali abbattuti: 15mila dollari per un elefante, 12mila dollari per un leone, due tra i trofei più ambiti.
Nell’agosto dell’anno scorso sono stati firmati 4 nuovi accordi quadro per investimenti di oltre 60milioni di dollari complessivamente. Nell’arco di una ventina d’anni, dovrebbero far crescere di altri 13,5milioni di dollari le rimesse del turismo per il governo del paese.
La legge più recente che regolamenta il settore, lo Strategic Wildlife Investment Concession Agreement (SWICA), dice che una parte degli introiti andranno per lo sviluppo delle comunità residenti nelle vicinanze delle concessioni.
Quali benefici per le comunità locali?
Ma questo è il punto che ambientalisti e difensori dei diritti umani contestano fortemente.
Finora l’ampiamento dei parchi nazionali e delle riserve di caccia è avvenuto a spese delle comunità rurali e native, in particolare dei maasai, cacciati, spesso con la forza, dalle loro terre ancestrali. Terre per cui le comunità avevano regolari titoli di proprietà, riconosciuti loro dalle autorità competenti del paese.
Molto ben conosciuti i fatti, che non si può non definire persecutori, contro le comunità maasai stanziate nell’area del parco nazionale del Ngorongoro. La zona di Loliondo è ormai famosa nel mondo per i modi brutali con cui il governo tanzaniano ha cercato di allontanare dai loro villaggi più di 80mila persone, imponendo una ricollocazione in zone senza servizi, in territori non adatti al pascolo, dove era impossibile per loro vivere dignitosamente come allevatori, attività centrale della loro economia tradizionale e della loro identità etnica.
A Loliondo, con la scusa della protezione ambientale, la posta in gioco era proprio una riserva di caccia ad uso esclusivo della famiglia regnante di uno degli emirati del Golfo.
La sollevazione internazionale e il taglio di fondi di importanti donatori per sostenere lo sviluppo del turismo, e di quello dedito alla caccia in particolare, ha convinto la presidenza della Tanzania a chiedere il parere di commissioni, insediate dal suo stesso ufficio.
Il loro giudizio sull’esproprio delle terre delle comunità rurali e native per estendere l’area di parchi e riserve sembra sia stato favorevole alle politiche governative. Almeno a sentire le dichiarazioni ufficiali, perché il testo del documento non è mai stato reso pubblico.
L’allarme degli esperti ONU
Preoccupati per la situazione, e per la reiterata minaccia di sfratto imminente, si sono mobilitati otto esperti dell’ONU che il 17 aprile scorso, da Ginevra, hanno diffuso un durissimo comunicato stampa in cui chiedono trasparenza e rispetto per i diritti dei popoli indigeni nella zona del Ngorongoro.
“Siamo allarmati dal fatto che questi rapporti, commissionati nel febbraio del 2025, rimangono segreti. Ciò nonostante, dichiarazioni pubbliche del governo indicano che le loro raccomandazioni guideranno imminenti decisioni politiche”, vi si legge. “Questi rapporti sono di grandissimo interesse pubblico e devono essere resi disponibili senza ulteriore ritardo”.
“Decisioni che hanno un impatto su decine di migliaia di nativi non possono essere prese dietro a porte chiuse”, prosegue il testo. “L’impegno per la protezione ambientale non può essere alternativo a quello per il rispetto dei diritti umani”.
E da ultimo si legge la raccomandazione di non prendere decisioni e provvedimenti senza un dialogo serio con le comunità interessate. Dichiarazioni che non lasciano spazio ad interpretazioni.
Vedremo cosa deciderà di fare il governo della Tanzania. Ma sembra di capire che la saga che vede vittime i maasai, e altre comunità rurali, sia ben lontana dall’essere finita.