Una commissione d’inchiesta su sequestri e uccisioni nella repressione delle proteste durante le elezioni generali del 29 ottobre e l’avvio di un processo di riforme entro 100 giorni. È quanto annunciato dalla presidente della Tanzania Samia Suluhu Hassan il 14 novembre nel suo primo intervento davanti al nuovo parlamento.
La presidente, eletta con quasi il 98% dei consensi, è intervenuta per la prima volta pubblicamente in merito ai fatti del mese scorso, quando, secondo gruppi della società civile e per i diritti umani polizia ed esercito avrebbero ucciso e poi fatto sparire i corpi di migliaia di cittadini, dopo aver imposto blocco di Internet e coprifuoco.
Le Nazioni Unite parlano di centinaia di vittime, ma finora il governo non ha reso noto un bilancio ufficiale. L’ufficio ONU per i diritti umani è tra le tante istituzioni internazionali che chiedono un’inchiesta indipendente.
Tra queste, nelle ultime ore, si sono sollevate anche quelle della Chiesa cattolica e del Consiglio degli imam tanzaniani.
Nella loro dichiarazione i vescovi della Conferenza episcopale condannano le uccisioni: “È stato dimostrato che il diritto alla vita è stato violato dagli organi di sicurezza e da ‘aggressori ignoti’ che sembrano essere più potenti delle autorità statali”, scrivono, chiedendo un’inchiesta condotta da “organismi dipendenti non allineati con nessuna delle parti, come comunità e istituzioni internazionali, istituzioni religiose, organizzazioni della società civile ed esperti in diritti umani e questioni democratiche”.
I vescovi hanno inoltre sottolineato la necessità di una nuova Costituzione a garanzia dello stato di diritto, esortando il governo ad ascoltare le richieste espresse da tempo dai cittadini.
In merito a questo, nel suo discorso, la presidente ha ammesso di riconoscere le richieste del principale partito di opposizione, CHADEMA, promettendo l’avvio di riforme nei prossimi mesi.
Hassan ha anche dichiarato di aver ordinato il rilascio di alcuni giovani manifestanti, che “non sapevano cosa stavano facendo” e che “si sono uniti alle proteste solo per pressione sociale”, sostenendo “come madre” di averli perdonati.
Le autorità non hanno dichiarato il numero totale delle persone arrestate, oltre 250 delle quali sono a vario titolo accusate di tradimento, imputazione che prevede la pena capitale.
Toni duri nei confronti del governo anche dal Consiglio degli imam, la massima autorità musulmana nel paese, che oltre a chiedere un’inchiesta indipendente e radicali riforme politiche, hanno anche condannato le massicce irregolarità che hanno caratterizzato le elezioni, dalle quali sono rimasti esclusi i principali partiti di opposizione.
Nella denuncia si parla di brogli, tra cui la presenza di migliaia di nomi di persone decedute nelle liste elettorali, e l’assenza di scrutinio nella maggior parte dei seggi, documentati dagli osservatori dispiegati dal Consiglio.
Brogli diffusi, accertati anche dagli osservatori della Comunità di sviluppo dell’Africa australe (SADC) e dell’Unione Africana che – al pari dell’Unione Europea – hanno definito il voto “non libero né democratico”.