Come ampiamento previsto, in Tanzania la presidente in carica Samia Suluhu Hassan ha vinto le elezioni del 29 ottobre con il 97,66% dei voti, una percentuale più che “bulgara”, che da sola sfida la credibilità del risultato. Un risultato che non rifletterebbe minimamente il reale gradimento della maggior parte degli elettori tanzaniani, ma piuttosto il modo in cui il voto è stato preparato e il clima in cui si è svolto.
Anche le narrative della tornata elettorale si differenziano in modo sconcertante. Secondo l’opposizione e le organizzazioni locali e internazionali per la difesa dei diritti umani, nei giorni di mobilitazione popolare – dei giovani della Gen Z in particolare, il gruppo d’età maggioritario nel paese – ci sarebbero stati dai 500 ai 700 morti. Una decina secondo le fonti ufficiali.
Una minimizzazione che cozza con le innumerevoli immagini diffuse dai mass media che mostrano dimostranti affrontati dalla polizia in modo durissimo e anche con gli stessi provvedimenti decisi dal governo per controllare la rivolta.
Il blocco di Internet e l’imposizione del corpifuoco sono misure drastiche che non possono, o almeno non dovrebbero, essere state prese per mera precauzione dal momento che mettono in gioco l’immagine stessa del paese oltre che la sua economia.
Un articolo pubblicato oggi, 3 novembre, sul Daily Nation, il più diffuso quotidiano del Kenya, titola: Suluhu Hassan and the question of Nyerere’s legacy (Suluhu Hassan e il problema dell’eredità di Nyerere).
Per decenni, dice l’autore John Kamau, la Tanzania si è, ed è stata, descritta come un faro di pace e di stabilità in una regione caratterizzata da colpi di stato ed elezioni contestate. Proiettava sui vicini l’immagine di un paese tranquillo, “nato dal consenso, cresciuto nell’umiltà, tenuto insieme dalla visione di unità di Julyus Nyerere. Oggi quell’immagine è in rovina”.
Nello stesso articolo l’autore paventa anche il nascere di tensioni tra la terra ferma, quello che era il Tanganika, e l’isola di Zanzibar. La crisi del paese sarebbe non solo politica, ma anche di identità.
L’unione costruita con l’isola, percepita un tempo come partnership tra uguali, sarebbe ora vista da molti tanzaniani della terraferma come una struttura di controllo in cui Zanzibar comanda e gli altri ubbidiscono. L’incombente presenza della presidente, originaria di Zanzibar dove ha costruito tutta la sua carriera politica, non farebbe che aumentare il disagio.
Un articolo del settimanale regionale The East African, descrive invece come il clima sempre più insicuro del paese avrebbe già convinto diversi investitori a ritirarsi mentre le richieste di uso del porto di Mombasa, in Kenya, sarebbero aumentate nelle scorse settimane a scapito del suo diretto competitore, il porto tanzaniano di Dar el Salaam (che in kiswahili significa terra di pace).
Per non parlare dei problemi ai punti di confine con il Kenya, dove si sono creati interminabili file di camion e una certa tensione, sia in entrata che in uscita, dal momento che, in mancanza di internet, tutte le operazioni doganali dovevano essere fatte manualmente. Con danni economici rilevanti, dal momento che i carichi di merce deperibile sono andati perduti.
Le elezioni tanzaniane non sono state né libere né credibili hanno dichiarato, tra gli altri osservatori, diversi rappresentanti dell’Unione Europea. Ma il presidente dell’Unione Africana, il gibutino Mahmoud Ali Youssouf, si è congratulato immediatamente per la vittoria, pur esprimendo cordolio per le vittime dei disordini, ma assicurando il sostegno dell’organizzazione “al popolo e al governo della Tanzania nei loro sforzi di preservare la pace, la coesione nazionale e la democrazia”. Un testo e un linguaggio decisamente diplomatici ma, sembrerebbe, del tutto scollegati dalla realtà.
Samia Suluhu non ha avuto competitori reali, nonostante la lista di ben 16 candidati alla presidenza. I due che avrebbero potuto sfidarla alla pari erano stati messi fuori gioco da tempo, mentre CHADEMA, il maggior partito di opposizione, aveva invitato a non andare alle urne.
I dati precisi sull’affluenza ai seggi e sull’esito delle legislative, che si sono svolte in concomitanza, non sono stati ancora diffusi dalla Commissione elettorale, per altro tacciata dall’opposizione di essere controllata dal governo. Ma sembra che i votanti siano stati molti meno degli oltre 37 milioni di iscritti alle liste elettorali.
D’altra parte, immagini diffuse dai media mostrano seggi vandalizzati, schede disperse, urne incendiate. Non sarà facile fare un conteggio credibile in assoluto, e che, in particolare, possa essere considerato tale nel paese.
Nonostante tutto, però, Samia è stata insediata ufficialmente oggi. La legge elettorale del paese non prevede l’eventuale ricorso dei perdenti, come ad esempio in Kenya, e dunque i risultati certificati dalla Commissione elettorale sono definitivi.
La presidente, che aveva ereditato la carica nel 2021 alla morte di John Magufuli, di cui era vice, ricoprirà ora il suo ruolo con maggior autorevolezza, potendo vantare la vittoria elettorale. Ma dovrà impegnarsi molto per cercare di guadagnarsi anche il sostegno dei tanzaniani, delusi dal suo crescente autoritarismo, in linea con quello del suo predecessore Magufuli, da cui, all’inizio della sua presidenza, aveva cercato di differenziarsi.