Tanzania: l’Unhcr denuncia rimpatri forzati di rifugiati burundesi
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Trent'anni di esodi e accordi, ma la crisi è tutt'altro che chiusa
Tanzania: l’UNHCR denuncia rimpatri forzati e abusi sui rifugiati burundesi
Case demolite, centri di accoglienza al collasso e testimonianze di maltrattamenti. L'organismo dell’ONU torna a sollecitare il rispetto degli impegni presi nel 2017 per un processo di rientro che salvaguardi la dignità delle persone
06 Marzo 2026
Articolo di Redazione
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credito: The Humanitarian

Le autorità tanzaniane hanno impresso un’improvvisa accelerazione al processo di rimpatrio dei rifugiati burundesi, con conseguenze che l’UNHCR (l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati) definisce allarmanti.

Le abitazioni di molti di loro sono state demolite, lasciandoli senza riparo e costringendoli ad ammassarsi in centri di accoglienza già oltre il limite. L’agenzia ONU denuncia che alcuni sarebbero stati anche maltrattati per spingerli ad accettare il rientro.

Secondo l’agenzia delle Nazioni Unite, alla fine del 2025 si stima che circa 142mila burundesi fossero rifugiati in due campi, fuggiti da anni di guerra civile, repressione politica e povertà radicata nel loro piccolo paese nella regione dei Grandi Laghi.

I media locali hanno riportato le dichiarazioni del ministro degli interni del Burundi, Leonidas Ndaruzaniye, secondo il quale più di centomila cittadini del paese saranno rimpatriati entro giugno, in base a un accordo con la Tanzania.

Chi sono quelli che rifiutano di tornare

Non tutti, però, sono disposti a partire. Oltre 17mila burundesi si oppongono al rimpatrio per timore di persecuzioni politiche: tra loro figurano ex militari e oppositori al regime di Gitega.

Una paura tutt’altro che infondata, per chi era già fuggito due volte, prima durante la guerra civile degli anni Novanta, poi nel 2015, quando la ricandidatura del presidente Nkurunziza aveva scatenato mesi di violenze e repressione.

Un campo che chiude, un altro che scoppia

A rendere ancora più critica la situazione ci si mette la geografia dei campi. I rifugiati burundesi in Tanzania sono concentrati principalmente a Nduta e Nyarugusu, nella regione nordoccidentale di Kigoma. Il primo è destinato a chiudere entro fine marzo, a causa dei tagli ai finanziamenti che stanno progressivamente svuotando le casse dell’UNHCR.

Chi non vuole o non può tornare in Burundi si riversa così su Nyarugusu, che si trova a dover assorbire una pressione insostenibile.

Una storia lunga trent’anni

Quella dei rifugiati burundesi in Tanzania è una vicenda che affonda le radici lontano. Tra il 2002 e il 2009 l’UNHCR aveva già organizzato il rimpatrio volontario di circa 390mila persone, e nel 2014 altri 162mila burundesi avevano ottenuto la cittadinanza tanzaniana.

Nel 2017 un accordo tripartito tra l’agenzia ONU, Dar es Salaam e Gitega aveva rilanciato i rientri su base volontaria, con risultati inizialmente incoraggianti. Poi è arrivato il Covid, il flusso si è quasi interrotto e le tensioni nei campi hanno ripreso a salire.

I numeri del 2026 e le promesse dell’Onu

Nei primi due mesi di quest’anno oltre 28mila rifugiati sono tornati in Burundi, portando il totale dall’accordo del 2017 a più di 180mila persone. Numeri significativi, che tuttavia non bastano a nascondere le contraddizioni di un processo sempre più sotto pressione.

«Continueremo a sostenere i governi di Burundi e Tanzania affinché rispettino i loro impegni», ha dichiarato Bahia Egeh, referente UNHCR in Tanzania, «garantendo che i rifugiati e le loro esigenze rimangano al centro di ogni fase del processo di rimpatrio».

Parole chiare. Ora si tratta di trasformarle in fatti.

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