Intervista a mons. Dieudonné Nzapalainga, tratta da Rfi

Appello dell’arcivescovo di Bangui affinché il gruppo Seleka eviti la deriva, visti i saccheggi subiti dai fedeli cristiani nella capitale dopo la presa di potere del gruppo ribelle islamista. “È tempo di porre in fretta un termine ad atti ingiusti che potrebbero provocare, nella testa della gente, sentimenti antireligiosi o che potrebbero far pensare che questa crisi o questi avvenimenti abbiano come obiettivo i cristiani”.

Questi ultimi mesi in Repubblica Centrafricana si erano manifestate anche tensioni di tipo religioso. A gennaio, il deposto presidente, François Bozizé, aveva accusato la coalizione Seleka di propugnare un islam integralista. Domenica 24 marzo a Bangui, durante la presa della capitale da parte della ribellione, la comunità musulmana è stata indicata a dito a seguito dei saccheggi di cui sono stati vittime i cristiani. C’è in Centrafrica il rischio di un aumento delle tensioni religiose?

Ecco la reazione dell’arcivescovo di Bangui, mons. Dieudonné Nzapalainga, agli ultimi avvenimenti.

 

Qual è il suo messaggio alla popolazione centrafricana in questi momenti di prova?

Un pensiero innanzitutto per quanti sono stati uccisi. La gente ha sete di pace. E l’ha manifestato in diverse occasioni. Stiamo nuovamente vivendo un momento difficile in cui la popolazione è sballottata di qua e di là. Quando gli si darà la pace, questo popolo potrà a sua volta dare il meglio di sé per lo sviluppo del paese.

 

Come ha vissuto questi avvenimenti a Bangui?

 Sono stati avvenimenti dolorosi. Tutti questi uomini e donne che ho visto correre di qua e di là, smarriti, sconvolti, ci obbligano a domandarci: ma che succede? Che senso ha la nostra umanità? Che senso ha la vita? Oggi più che mai, chi ha accettato di essere un politico deve assumersi le proprie responsabilità chiedendosi: – che cosa offriamo ai nostri padri e alle nostre sorelle? Che tutti coloro che vogliono servire la politica mettano in primo piano davanti a loro la popolazione.

Ecco il mio messaggio alla ribellione Seleka: non si può costruire il paese escludendo gli altri. Abbiamo una road map. Se decidiamo di metterla in atto coinvolgendo gli uni gli altri – senza caccia alle streghe – allora si potrà ripartire su basi nuove. Altrimenti, sarà eterno rancore, eterna frustrazione che la popolazione dovrà subire.

 

Ora che sono al potere, quali devono essere, secondo lei, le priorità degli uomini della Seleka?

 La priorità è la protezione della popolazione, delle persone e dei beni. Bisogna porre fine ai saccheggi e che i responsabili Seleka si facciano carico di tutti i danni collaterali.

 

Anche la cattedrale di Bangui è stata saccheggiata…

Domenica, di fronte alla cattedrale, uomini e donne che erano venuti a messa, sono stati saccheggiati all’uscita da persone che volevano rubare, con la forza, anche la loro macchina. Si tratta di elementi incontrollati o di cristiani presi di mira? Chi ha ora la responsabilità di farlo, deve reagire e verificare chi sono gli autori di queste azioni.

 

Durante tutta questa crisi, si è assistito a una crescita progressiva delle tensioni religiose. Se ne preoccupa? E come si possono evitare?

 Sono il primo a preoccuparmi della tensione religiosa. Lancio un appello ai responsabili del movimento Seleka perché si eviti la deriva. La nostra soluzione passa dal dialogo e non dalla forza. È tempo di porre in fretta un termine ad atti ingiusti che potrebbero provocare, nella testa della gente, sentimenti antireligiosi o che potrebbero far pensare che questa crisi o questi avvenimenti abbiano come obiettivo i cristiani, essendo contro di loro.

Bisogna che preti, pastori e imam siano protetti. Parlo per tutti. Gli uomini di Dio devono essere protetti. Questa è una crisi politica; non bisogna permettere che svolti verso una deriva religiosa.