Economia / Africa
Al Word economic forum di Kigali, i timori per l’aumento dell’indebitamento dei paesi africani che dipendono dall’export di materie prime fa temere il peggio. Il rischio default. Soluzioni possibili: diversificare e attrarre nuovi investitori.

Si è appena conclusa a Kigali (Rwanda) la Davos africana, il World economic forum on Africa. Più di 1.200 partecipanti da 70 nazioni a confrontarsi sul tema: “Connettere l’Africa attraverso una trasformazione digitale”. Sullo sfondo i timori per la crisi economica che ha colpito diversi paesi del continente nero a causa della forte diminuzione delle quotazioni delle materie prime e, di converso, della svalutazione monetaria rispetto al dollaro e dell’aumento del costo dei debiti pubblici espressi in dollari. Paesi come Etiopia, Costa d’Avorio, lo stesso Ghana dei miracoli (con una crescita del Pil sopra al 20%), Zambia e Angola, si trovano strozzati dal contesto economico che si è generato negli ultimi mesi.
Una situazione di choc per diverse economie, con i prezzi delle materie prime in media dimezzati, quelli del petrolio diminuiti di due terzi, e i tassi di indebitamento sempre più in crescita. Al punto tale che qualcuno comincia a parlare addirittura di “rischio default”. Le Monde non a caso ha titolato così: “L’Africa sotto la minaccia di una tempesta perfetta”. Già, la tempesta perfetta. Un circolo vizioso da cui si fa fatica a intravedere una via di uscita con il Fondo monetario internazionale (Fmi) sul chi vive e, dietro l’angolo, il timore di tornare ai tremendi anni 80 e 90 del super indebitamento delle economie africane.

Nuovi debiti, futuro cupo
Il forte calo dei prezzi delle materie prime sta costringendo infatti i paesi africani a emettere dei prestiti obbligazionari in dollari sui mercati finanziari per finanziare la spesa pubblica. I tassi di questi prestiti sono schizzati in alto e si stringono come un nodo scorsoio sulle deboli economie africane, che devono affrontare la forte svalutazione delle monete nazionali.
Parte un circolo vizioso. Le Agenzie di rating cominciano ad abbassare la valutazione dei paesi. I prestiti obbligazionari diventano via via più esosi. Il mercato chiede più garanzie. E alla fine gli interessi aumentano esponenzialmente e ripagare il debito costa sempre di più.
Un po’ come è successo per l’Italia alla fine del governo Berlusconi o per la Grecia. Con il rischio che qualcuno, prima o poi, non riesca a ripagare questo deficit enorme. E vada verso il default…il fallimento.
Questo è lo scenario peggiore che per ora nessuno osa neanche pronunciare, ma tutti temono. Il premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz ha parlato chiaramente di “possibili difficoltà” di alcuni paesi a ripagare il debito. «Un fenomeno che comincia a inquietare i governatori delle banche centrali africane», ha invece ammesso John Page, ex capo economista della World Bank.  

Diversificare
Secondo i calcoli di Jubilee Debt Campaign, il Ghana dei miracoli per ripagare i suoi presiti obbligazionari dovrà usare dal 16% al 23% degli introiti governativi, solo considerando la svalutazione del cédi, la moneta nazionale, nei confronti del dollaro.
I paesi più toccati dalla “tempesta perfetta” del debito pubblico sono quelli più esposti con le esportazione di materie prime: Angola, Nigeria, Gabon, Congo Rdc, Zambia, Mozambico (“situazione critica” secondo il Fmi), Etiopia, Costa d’Avorio.
Alla Davos africana si è detto che si deve sviluppare una politica di diversificazione economica, per non tenere le economie dipendenti solo dalle materie prime, puntando su manifattura e industrializzazione locale (quello che stanno cercando di fare i cinesi in tanti paesi con dei progetti di partnership), e mirando all’apertura delle loro economie. Proprio così. Si deve scommettere sul digitale e sulle possibilità offerte dall’economia della rete e della condivisione, e soprattutto sull’integrazione regionale.

I buoni propositi non bastano
Questo dalla parte dei governi. Mentre per gli investitori internazionali è il momento di guardare alle possibilità che si aprono nel settore primario, l’agricoltura, proprio in ragione dei bassi prezzi delle materie prime. Proprio Makhtar Diop, vice presidente per l’Africa della World Bank, ha parlato, riferendosi all’era dei prezzi bassi delle commodity, di «una meravigliosa opportunità» per chi vuole investire nell’agricoltura.
C’è anche qualcuno che sta cercando soluzioni alternative: come la Nigeria che ha appena segnato un accordo con la Cina (che pesa per il 70% dell’import nigeriano), per pagare gli scambi non più in dollari ma con la moneta cinese, lo yuan. Un mezzo per evitare la strozzatura monetaria e limitare la crescita dell’inflazione che cresce del 12% l’anno.
È il momento di guardare a Sud, si è detto e ridetto alla Davos africana. Ma, per ora, si resta sui buoni propositi e sui discorsi ispirati. Mentre la crisi continua a mordere.

Sopra uno dei tanti incontri e conferenze che sono andati in scena al World economic forum on Africa che si è svolto a Kigali (Rwanda).