Kenya / Proteste
A Nairobi il clima politico è sempre più infiammato. Opposizione e società civile continuano ad oltranza le manifestazioni in piazza per chiedere lo scioglimento della Commissione elettorale, accusata di favorire il presidente Kenyatta. La polizia risponde con la violenza e le tensioni rischiano di degenerare.

Manca più di un anno alle prossime elezioni generali in Kenya (agosto 2017), ma il clima è già infiammato di violenza. Lo si è visto lunedì 16 maggio a Nairobi, quando la polizia ha brutalmente represso una manifestazione della società civile – in gran parte legata alla coalizione d’opposizione Cord – picchiando i manifestanti con spranghe e usando gas lacrimogeni ed idranti. Le pacifiche proteste di piazza si ripetono puntualmente nella capitale ogni lunedì dall’inizio del mese e gli oppositori assicurano che, nonostante le violenze, le manifestazioni non si fermeranno.
Il Cord chiede lo scioglimento della Commissione elettorale indipendente (Independent electoral and boundaries commission – IEBC), accusata di favorire la coalizione che fa capo all’attuale presidente Uhuru Kenyatta (Jubilee) e considerata “non in grado di garantire elezioni libere, eque e trasparenti”.

Violenza insensata
Quanto accaduto il 16 maggio ha scioccato l’intero paese. Senza un motivo apparente, e proprio quando il leader del Cord, Raila Odinga, stava iniziando a parlare alla folla davanti alla sede della IEBC, la polizia anti-sommossa ha attaccato i manifestanti, incurante della presenza di fotoreporter e giornalisti. Le immagini e i filmati documentano un uso della forza immotivato ed eccessivo nei confronti di uomini e donne disarmati che tentavano di fuggire, braccati dai poliziotti. Poche ore dopo, il capo della polizia di Nairobi Paul Wanjama ha annunciato ai reporter d’aver effettuato 15 arresti, senza specificare i capi d’accusa nei loro confronti.
Intanto, i video e le foto dei pestaggi postati sui social networks scatenavano l’indignazione pubblica (#StopPoliceBrutality). Il giorno successivo il governo ha cercato di correre ai ripari: il portavoce del ministro degli Interni, Mwenda Njoka, ha annunciato l’apertura di un’inchiesta interna nei confronti di Wanjama. Il presidente dell’Autorità di supervisione indipendente di polizia, Macharia Njeru, ha invece confermato che una parte delle forze di polizia, nota per l’uso eccessivo della forza, ha agito al di fuori della legge. Una dichiarazione che suona come un’ammissione di colpevolezza da parte dello stesso organismo di controllo. Anche perché non si è trattato di un fatto occasionale legato all’iniziativa personale di Wanjama.
Pure le precedenti manifestazioni a Nairobi e in altre città del nord come Kisumu e Kisii, infatti, furono disperse con gli idranti, seppur in modo meno violento.

Assassinio a sangue freddo
Ci sono anche altri fatti che inquietano, in vista delle nuove elezioni. Uno di questi è l’assassinio a sangue freddo, avvenuto nella capitale il 5 maggio in perfetto stile mafioso, di Jacob Juma, imprenditore simpatizzante del Cord e apertamente critico nei confronti del Jubilee. Juma era a conoscenza di movimenti di denaro sporchi (aveva accusato il partito di governo d’aver utilizzato illegalmente parte del denaro degli Eurobond per coprire le spese della campagna elettorale del 2013), e lo scorso gennaio in un post su Facebook affermava d’essere stato allertato dall’intelligence in merito ad un complotto ordito dai leader del Jubilee per ucciderlo. Proprio gli stessi politici che aveva denunciato pubblicamente – e in modo circostanziato – di corruzione.

Questa palpabile tensione politica fa temere il riaccendersi delle violenze inter-etniche e rinvigorisce il ricordo dei massacri seguiti alle contestate elezioni del dicembre 2007, che causarono 1200 morti e oltre 600,000 sfollati. Il “rais” Kenyatta è fermamente deciso a vedersi riconfermato il mandato presidenziale e l’ex primo ministro Odinga, già sconfitto alle precedenti elezioni nel 2013, vuole la rivincita. Almeno per il momento, sembra essere caduto nel vuoto l’appello al dialogo lanciato, all’inizio del mese, dall’ambasciatore statunitense Robert Godec.