Grande diga della Rinascita e politica regionale

Un’opera pensata non solo per sostenere lo sviluppo del paese e i suoi bilanci, ma come strumento per ridisegnare, da una posizione di forza, anche le relazioni diplomatiche e politiche con i paesi confinanti, Egitto in primis.

La costruzione della Grande diga etiopica della Rinascita – Gerd nell’acronimo inglese – dà interessanti elementi di riflessione sulla posizione del paese nella regione e anche sui metodi adottati per rafforzarla. Infatti, l’impatto della diga sia sull’ambiente che sull’economia e sulle relazioni politiche e diplomatiche regionali dell’Etiopia è, e ancor più sarà, rilevante.

La Gerd è in via di costruzione sul Nilo Azzurro a 15 chilometri, circa, dal confine sudanese. Un confine poroso, attraverso cui passano flussi migratori e traffici commerciali, in buona parte illegali, in entrambe le direzioni e su cui ci sono stati, anche in anni non lontani, diversi incidenti di frontiera, nonostante il continuo sforzo dei due governi per rafforzare la cooperazione sul piano della sicurezza, in pratica per controllare movimenti e tensioni che potrebbero destabilizzare l’area e i rapporti tra i due paesi.

La diga, e l’impianto idroelettrico collegato, saranno i più grandi dell’Africa. Un’opera – del valore iniziale di 3,4 miliardi di euro (oggi si parla di oltre 4,5 miliardi), affidata all’italiana Salini-Impregilo Spa – che produrrà a regime 6.000 MW d’elettricità (come 6 centrali nucleari), creando un bacino con una superficie di 1.800 km² (quella del lago di Garda è 370 km²) per un volume di 63 miliardi di m³ d’acqua (fonte, Salini). Una diga pensata per sostenere lo sviluppo del paese, ormai il secondo più popoloso dell’Africa, il cui Prodotto interno lordo è cresciuto a un ritmo superiore al 10% negli ultimi 5 anni. Energia che sarà esportata anche nei paesi confinanti, con particolare riguardo a Sudan ed Egitto, secondo quanto stabilisce l’accordo recentemente firmato a Khartoum.

Attraverso la costruzione della Gerd – e di altri progetti similari, come il sistema di dighe in via di realizzazione sul fiume Omo, compresa la Gibe III, oggetto di una campagna internazionale per il suo impatto negativo sull’ambiente e la popolazione rivierasca della regione – l’Etiopia cerca di qualificarsi come il maggior produttore di energia elettrica del continente e di farne una importante voce attiva del suo bilancio; ma anche un altrettanto importante strumento per ridisegnare le relazioni diplomatiche e politiche regionali da una posizione di forza, come dimostra l’accordo raggiunto con l’Egitto, dopo anni di forti tensioni e firmato il 23 marzo scorso a Khartoum.

Polemiche 
Fin dall’annuncio della sua costruzione, fatta dall’allora presidente Meles Zenawi il 30 marzo del 2011, la Gerd è stata oggetto di polemiche e controversie sia a livello regionale sia internazionale. (…)

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Le politiche di gestione dell’acqua del Nilo 

Il complesso problema della gestione delle acque del Nilo è stato oggetto di numerosi trattati nel corso della storia moderna e contemporanea. È del 1959 il primo accordo in epoca post-coloniale. È un trattato bilaterale tra Egitto e Sudan in cui i due contraenti si accaparrano il 94% dell’intera portata annua del fiume, lasciando agli altri paesi del bacino, molti dei quali non ancora indipendenti, le briciole. Inoltre, l’Egitto si aggiudica di fatto il controllo totale del fiume, arrogandosi il diritto di utilizzarne l’acqua durante la stagione secca e quello di veto per le opere sul suo corso a monte del proprio territorio. Esclusa dall’accordo l’Etiopia, che fornisce la maggior quantità di acqua al Nilo attraverso i 2 maggiori affluenti, il Nilo Azzurro e l’Atbara.

Si dovrà arrivare al 2010, dopo anni di difficili trattative, per vedere un nuovo trattato, il Nile River Cooperative Framework Agreement, raggiunto sul tavolo dell’autorità regionale per la gestione delle acque del bacino, la Nile Bacine Initiative, fondata nel 1999, a cui aderiscono 10 paesi (Burundi, Rd Congo, Egitto, Etiopia, Kenya, Rwanda, Sudan, Sud Sudan, Tanzania e Uganda; l’Eritrea ha lo status di osservatore). Direttore dell’operazione, e maggior sostenitore del nuovo accordo, è l’Etiopia, il cui parlamento lo ratifica nel giugno del 2013. L’accordo è firmato, e poi ratificato, anche da Rwanda, Tanzania, Uganda, Kenya e Burundi. Il documento sancisce, tra l’altro, il diritto di utilizzare l’acqua del fiume per il proprio sviluppo socioeconomico anche senza il consenso preventivo dell’Egitto. Che si oppone strenuamente al nuovo accordo, tanto da congelare la sua stessa partecipazione al Nbi. Solo negli ultimi mesi si nota un riavvicinamento all’autorità del bacino e la firma della dichiarazione di principi sulla Gerd è un segnale positivo.