Senegal / Il business italiano nel land grabbing
Intrecci societari inestricabili. Società con sedi fasulle o liquidate in tempi ultrarapidi. Un progetto di accaparramento del suolo che appare fallimentare, con continui cambi di destinazione e che ha creato instabilità sociale. Il tutto condito con segreti e minacce a chi cerca di capire che cosa accade.

I dati ufficiali parlano chiaro: dal 2007-2008 le società italiane sono sempre più attive nel business dell’accaparramento delle terre (land grabbing) in Africa, in particolare in Senegal, Mozambico e Madagascar. Se ne contano almeno 15, da una potente multinazionale come l’Eni, ad aziende di dimensioni più ridotte quali Moncada e Fri-EL Green Power, con un investimento totale possibile per quasi 970 milioni di dollari e un concreto interesse su circa 2 milioni di ettari.

Lo schema ormai è ben rodato: si ottengono ampi appezzamenti per cifre irrisorie, al fine di produrre agrocombustibili o colture alimentari per l’esportazione. Di solito, si coltiva jatropha, o palme da olio e semi di girasole. Ma il sospetto che dietro alcuni di questi progetti si possa celare anche altro a volte è del tutto legittimo.

Un rapporto-inchiesta prodotto da vari gruppi, tra cui la rete senegalese Land Reflection and Action Group (Crafs), l’organizzazione internazionale Grain e noi dell’associazione italiana Re:Common, e realizzato in collaborazione con vari ricercatori internazionali – tra cui Stefano Liberti, autore dell’acclamato libro Land Grabbing – si occupa di un grosso caso di accaparramento di terre in Senegal.

Chi c’è dietro Senhuile-Senethanol? (questo il titolo dello studio) prova a sbrogliare complicate matasse societarie e a far luce su molti punti oscuri, nonostante la difficoltà a reperire informazioni. Gli attori coinvolti, spesso protetti dalle leggi sul diritto commerciale di vari paesi, si sono guardati bene dal fornire i chiarimenti e le spiegazioni che gli erano stati richiesti. Quando, in prima battuta, è stata interpellata telefonicamente l’Apix, l’agenzia senegalese per la promozione degli investimenti, in tutta risposta è arrivata la richiesta del pagamento di una tangente per ottenere documenti, prontamente rispedita al mittente. Ma anche una visita di persona presso i loro uffici di Dakar non ha sortito alcun effetto: «Non siamo autorizzati a diffondere informazioni sulle compagnie registrate presso di noi senza il loro avallo scritto», il loro messaggio.

Il progetto è stato avviato da Senethanol SA, una società costituita a Dakar da investitori senegalesi e stranieri nel 2010. Senethanol ha firmato l’iniziale contratto di affitto per 20mila ettari di terra con la comunità rurale di Fanaye, per coltivare patate dolci per la produzione di agrocarburanti destinati al mercato europeo. Tuttavia, il 26 ottobre 2011 forti tensioni con le comunità rurali, che si sono viste sottrarre la terra, sono degenerate in un conflitto violento. Negli scontri hanno perso la vita due persone, mentre decine sono stati i feriti gravi. Il progetto è stato rapidamente sospeso dall’allora presidente Abdoulaye Wade. Poco dopo, il suo successore Macky Sall ha rilocalizzato il progetto, declassando, tramite un decreto presidenziale, parte della Riserva naturale di Ndiael, da zona protetta a terreno agricolo messo a disposizione degli investitori. Come dire che il problema non era stato risolto, ma solo “spostato” altrove.

Da quel momento il progetto è in capo alla Senhuile SA, una joint venture controllata dall’italiana Tampieri, e da Senethanol SA.

 

Cambio programma

In base a quanto affermato dalla stessa Tampieri, per ragioni tecniche e finanziarie la società non intende più produrre agrocombustibili, ma semi di girasole per il Gruppo, destinati a essere trasformati in Italia per contrastare la volatilità dei prezzi dovuta a un’eccessiva speculazione sui mercati finanziari delle commodities alimentari.

Ma anche questa versione è stata smentita dalla raccolta di informazioni in loco e dalla stampa locale. Il 28 ottobre 2013 il quotidiano senegalese Le Quotidien aveva infatti pubblicato notizia di un accordo sottoscritto tra l’Istituto senegalese di ricerca agricola – Isra – e la società Senhuile, con l’obiettivo di attivare una collaborazione per la ricostruzione del capitale sementiero in Senegal. Questo, secondo la fonte, implicherebbe l’abbandono immediato di tutte le attività di produzione di semi di girasole, e quindi, dell’interesse primario della Tampieri nell’operazione.

Fin qui il progetto appare comunque simile a tanti altri sparsi per l’Africa, con il suo corollario di pesanti impatti sociali e cambi in corsa. Se si esamina la struttura societaria della Senhuile, però, si ha il fondato sospetto che esistano anche altri elementi, del tutto rilevanti.

La Senhuile è controllata per il 51% dall’italiana Tampieri Financial Group e al 49% dalla società senegalese Senethanol. Quest’ultima, secondo le visure camerali ottenute tramite una società specializzata, sarebbe stata creata con i fondi dal gruppo di investimento ABE Italia (75%) e dall’imprenditore senegalese Gora Seck (25%).

Tuttavia, dall’analisi dei bilanci 2011 e 2012 di ABE Italia non compare alcuna partecipazione in Senethanol. ABE Italia, creata nel 2011 dall’industriale italiano Enrico Storti, è stata messa in liquidazione dopo appena un anno e mezzo dalla costituzione, con Storti che si è sfilato dal progetto sbattendo la porta. Interpellato a più riprese per fare luce sul ruolo di ABE Italia nell’operazione, Storti non ha voluto rispondere alle nostre domande.

Al momento le presunte azioni di ABE Italia in Senethanol starebbero quindi tornando alla sua società madre ABE International LLC, con sede a New York. La ABE International, una società di comodo costituita nel 2009 tramite un trustee panamense, con un socio unico neozelandese e registrata allo stesso indirizzo di altre centinaia di shell companies, è oggi gestita da Benjamin Dummai, l’israelo-brasiliano direttore di Senhuile, e amministratore delegato di Senethanol. Ma i suoi veri proprietari sono sconosciuti, poiché la legge americana consente di mantenere tali informazioni riservate.

All’indirizzo di New York segnalato sui documenti ufficiali dell’impresa, e da noi visitato, nessuno ha mai sentito parlare di ABE International, confermando l’ipotesi che si tratti di una sede di comodo a cui affluiscono decine di altre imprese sparse per il mondo. Benjamin Dummai è un uomo d’affari con un passato controverso. In un paio di occasioni le autorità brasiliane lo hanno giudicato colpevole di evasione fiscale e truffa, sebbene poi nel primo caso il reato sia finito in prescrizione. Inoltre ha gestito varie società di comodo con partner a loro volta implicati in una serie di scandali finanziari. Gora Seck, invece, è ai vertici di diverse compagnie, tra cui alcune nel settore minerario, con sede allo stesso indirizzo di Senhule-Senethanol a Dakar. Due di queste sono condotte insieme a un funzionario del ministero delle miniere senegalese.

 

Misteri e ambiguità

La nostra missione in Senegal ha potuto confermare lo stato di ambiguità e segretezza che circonda il progetto, così come la tensione e la rabbia che si respira tra le comunità rurali coinvolte. Durante una visita nella zona del progetto, dopo un tentativo di interlocuzione con i guardiani all’entrata dello stabilimento di Senhuile, siamo stati cacciati in malo modo, per poi essere seguiti da una macchina dell’impresa e venire quindi intercettati dai gendarmi. Questi ultimi ci hanno tenuto in stato di fermo per alcune ore, intimandoci di lasciare la zona.

Per riuscire a intervistare le comunità più vicine al progetto, siamo dovuti tornare di nascosto, di notte, raccogliendo così le testimonianze dei pastori della zona. Tutti loro ci hanno assicurato di essere pronti a tutto pur di non spostarsi da lì.

«Chi può fidarsi di questi investitori?», è quanto si è chiesto un portavoce dei 37 villaggi della riserva di Ndiael. «Prendono le nostre terre, prendono le nostre vite, ci circondano, al punto che il nostro bestiame, fonte del nostro sostentamento, non può più pascolare, e tutto questo per che cosa?», ha aggiunto.

A questi interrogativi, come visto, se ne aggiungono altri. Perché per realizzare un investimento agricolo in Senegal è stato necessario fondare una società di comodo registrata a New York, tramite un trustee panamense con un pessimo record personale? Perché le succursali italiane sono state chiuse dopo pochi mesi di operatività? Perché la Tampieri affida le proprie operazioni sul terreno a uomini d’affari dai trascorsi oscuri?

Cosa spinge, infine, la Tampieri a persistere in un progetto che appare fallimentare, come si evince dai continui cambi di destinazione e dall’instabilità sociale che ha generato, esponendosi ogni giorno che passa? A livello locale e internazionale si è ormai attivata una macchina che intende far luce su questi e sui tanti altri aspetti ancora oscuri che circondano il progetto.