EDITORIALE LUGLIO-AGOSTO 2014
Nigrizia

Olivier De Schutter è stato per due mandati il relatore speciale dell’Onu per il diritto al cibo (o all’alimentazione). Ha terminato il suo impegno il 30 maggio scorso. Dal 2008 si è speso per combattere l’ideologia rapace e utilitaristica che considera la natura solo come un’inanimata risorsa da sfruttare. Ha guardato con sospetto i devoti all’“agricoltura produttivista”. Gli stessi che vogliono pigiare sull’acceleratore dell’evoluzione dall’autosufficienza all’agrobusiness temendo, altrimenti, di inchiodare il sud del mondo alla rupe dell’arretratezza.

Anche nel suo ultimo rapporto/testamento, De Schutter ricorda, invece, come il modo migliore per far diminuire la povertà rurale e aumentare la sicurezza alimentare nelle regioni più povere del pianeta sia proprio ridare la terra ai contadini su scala più piccola. Il modello vincente sarebbe proprio quello dell’agricoltura familiare. Con le pratiche dal basso. Modello, tuttavia, che collide con gli interessi privati. Soprattutto delle grandi imprese. Ne è consapevole lo stesso ex relatore, che motiva le difficoltà della sua proposta «da una parte a causa del peso delle lobby dell’agrobusiness, che condizionano le scelte dei politici, dall’altra perché è una sfida difficile e costosa che non interessa molto gli investitori privati».

De Schutter appartiene a quella piccola riserva indiana che ritiene l’eccessiva industrializzazione dell’agricoltura un modello perdente. La sua voce è un bisbiglio tra gli strilli di chi ha già deciso che solo il passaggio da un’agricoltura familiare a quella commerciale può trainare il sud del mondo, in particolare l’Africa subsahariana, a vincere la triplice sfida della crescita, della riduzione della povertà e della sicurezza alimentare. Viviamo già il tempo della finanziarizzazione agricola. Della speculazione. Dei cacciatori di terra. Del cibo come il nuovo petrolio. Dell’agricoltura, con il controllo dei terreni fertili, diventata uno dei settori strategici per lo sviluppo delle nazioni, vista la contrazione globale dei terreni arabili, di uno stress idrico crescente e dell’aumento della domanda alimentare.

E nell’era geopolitica del cibo (che sarà “santificata” l’anno prossimo con l’apertura a Milano dell’Expo), è proprio il continente africano, con i suoi 200 milioni di ettari arabili ma non coltivati, l’eldorado per chi è a caccia di profitti alimentari.

Secondo uno studio, del 2013, della Banca mondiale se l’Africa, i suoi governi e i suoi imprenditori migliorassero l’accesso al capitale nel settore agricolo; aumentassero il potenziale di energia elettrica disponibile; migliorassero la tecnologia con terreni maggiormente irrigati per far crescere cibo ad alto valore nutrizionale; se ci fosse, insomma, uno sfruttamento agricolo “produttivista” l’agrobusiness africano triplicherebbe il suo valore da qui al 2030 arrivando a mille miliardi di dollari. Con ricadute positive per tutti.

Ci dicono che solo così, con il modello dell’industrializzazione massiccia dell’agroalimentare, si porrà fine alla povertà. Perché, strano ma vero, l’obiettivo di molti istituti internazionali parrebbe essere proprio lo sradicamento della povertà nel mondo.

Nell’ottobre scorso, Jim Yong Kim, presidente di quella Banca mondiale, si è presentato in Vaticano, felice di incontrare papa Bergoglio. «Condividiamo quella che lui chiama la “opzione preferenziale per i poveri”. Spero che possiamo lavorare assieme», ha dichiarato Yong Kim in un’intervista al Sole 24ore.

Finanza e Chiesa: non solo lo stesso obiettivo, ma il medesimo slogan. Ma è proprio così?

Per il presidente della Bm eliminare la povertà non significa chiedersi se l’attuale modo di consumare e di produrre sia ancora oggi sostenibile (ogni anno 1.226 milioni di metri cubi d’acqua sono utilizzati per produrre quel 30-50% di cibo prodotto che viene perso o sprecato prima del consumo). E non si interroga neppure se l’eccesso di sfruttamento agricolo torni davvero a beneficio delle comunità africane più povere. Per Jim Yong Kim l’“opzione preferenziale per i poveri” si materializza, invece, nel sostenere le attività della Società finanziaria internazionale (Sfi), il braccio operativo della Bm, accusata di facilitare il land grabbing in Africa, attraverso gruppi privati stranieri. Il business dei soliti noti.

Le parole hanno una loro fragilità interna. Sviluppo e lotta alla povertà sono come il gladio romano: una lama a doppio taglio. Così come le “buone azioni”, che per papa Francesco non sono proprio legate alla finanza.

 

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