3° Forum pace sicurezza di Dakar
Rinforzare gli eserciti, i controlli delle frontiere e contrastare l’ideologia jihadista. Queste alcune delle soluzioni alla lotta al terrorismo in Africa, discusse “Forum sulla pace e la sicurezza” di Dakar.

Anche in Africa, si sa o si dovrebbe saperlo, si muore a causa del terrorismo jihadista. E tanto. Per questo molti governi del continente si sforzano di combatterlo. A ribadirlo, è stato il 5 e 6 dicembre a Dakar la terza edizione del “Forum sulla pace e la sicurezza”.  Promosso dal governo senegalese, l’appuntamento annuale è volto a riunire i gradi militari, i politici, i diplomatici e gli esperti di difesa dei paesi della sub-regione saheliana e di tutto il mondo, per uno scambio di esperienze in materia e per la ricerca di soluzioni comuni. 

Tra i 500 invitati, vi hanno partecipato i capi di Stato di Capo Verde e Nigeria, il primo ministro di Mali e Togo, il vice-presidente della Libia, l’ambasciatore in Senegal dell’Arabia Saudita, il ministro della Difesa francese, il vice segretario Onu e l’Alto Commissario Ue degli Affari Esteri.

Il tema di quest’anno va dritto al nocciolo della questione: “l’Africa di fronte alle sfide di sicurezza: sguardi incrociati per delle soluzioni efficienti”.

«Dobbiamo imperativamente rinforzare le capacità di risposta delle nostre forze di difesa e sicurezza di fronte alle minacce asimmetriche, soprattutto quelle legate al terrorismo» ha dichiarato nel suo discorso di apertura il presidente senegalese Macky Sall. Che ci ha tenuto poi a sottolineare l’impreparazione della maggior parte degli eserciti africani, come conseguenza degli aggiustamenti strutturali che Fmi e Bm hanno imposto negli anni ’80 ai paesi soprattutto francofoni, che vietavano loro spese militari importanti nell’ambito della Difesa. 

Come spesso nella storia, soprattutto africana, ecco allora un occidente che prima toglie e poi è obbligato, per interesse o per circostanze, a intervenire.

Il ministro della Difesa francese Yves Le Drien ha sottolineato così al Forum l’importanza di dotare gli Stati africani di «eserciti strutturati» per meglio salvaguardare le proprie frontiere, la cui porosità costituisce un punto di forza per i movimenti terroristi nella regione. Fino ad ora, la Francia ha fornito sostegno militare ai paesi del G5 Sahel (Mauritania, Mali, Niger, Ciad, Burkina Faso) e attraverso le missioni Serval (2013-2014) in Mali, Sangaris (2013-2016) nella Repubblica Centrafricana e Barkhane in sostegno ai paesi intorno al Lago Ciad contro Boko Haram. Gli elementi francesi formati e istallati a Dakar rinforzano l’azione nella regione. 

L’Unione Europea, dal canto suo, ha reso noto attraverso la rappresentanza di Federica Mogherini di aver intrapreso iniziative di rinforzo delle capacità degli attori che agiscono per la sicurezza nella zona, e di rendere disponibili, nell’ambito dell’aiuto allo sviluppo, programmi contro la disoccupazione per i giovani africani. 

A essere discussa come arma di lotta contro il jihadismo è anche quella ideologica. Di fronte a una perdita di successo di indottrinamento di Boko Haram riscontrato in Nigeria, il presidente nigeriano Muhammadu Buhari ha informato a tal proposito di aver proposto al presidente del Ciad di incoraggiare il ritorno dei giovani combattenti di Boko Haram presso le proprie famiglie. 

L’urgenza di una risposta efficace e valida al terrorismo jihadista è sempre più grande, soprattutto in Africa occidentale: ricordiamo la trentina di morti all’hotel Radisson Blu a Bamako (Mali) durante l’attacco del novembre 2015, i 26 uccisi in un bar a Ouagadougou (Burkina Faso) nel gennaio 2016, le 19 vittime a marzo scorso nella spiaggia di Grand Bassam in Costa d’Avorio.  

(*) Luciana de Michele è giornalista freelance. Il suo blog è: africalive