Summit pace e sicurezza di Nairobi
Anche se per ora operano localmente, le organizzazioni terroristiche del continente pensano ormai globalmente. È quindi necessaria una maggiore coordinazione fra i paesi interessati. Di questo si è parlato ieri a Nairobi durante il Summit dell’Unione Africana su pace e sicurezza.

Ieri Nairobi ha ospitato il Summit dell’Unione Africana su pace e sicurezza. Pochi giorni prima sempre nella capitale keniana si era svolto il meeting del Committee of Intelligence and Security Services of Africa (Cissa) cui partecipano 40 paesi africani, mentre Mombasa ospitava l’incontro dei capi della polizia dei paesi dell’Est Africa (Eapcco).
In Africa, a quanto pare, il terrorismo è un tema molto caldo, visto il proliferare delle organizzazioni in tutta la fascia settentrionale del continente che, anche se operano localmente, pensano globalmente, afferma Francisco Madeira, direttore dell’ African Centre for the Study and Research on Terrorism (Acsrt), emanazione dell’UA, e dunque la risposta non può che prevedere una migliore pianificazione e uno stretto coordinamento. Per questo i servizi di intelligence del continente, uno volta occupati a raccogliere informazioni l’uno sull’altro, devono ora cambiare approccio e scambiarsi le informazioni rilevanti nel campo della sicurezza.
Il summit ha preso in considerazione in particolare le attività illegali, quali il riciclaggio di denaro sporco e i proventi del bracconaggio, che costituiscono una consistente fonte di finanziamento delle organizzazioni terroristiche, e il fenomeno della radicalizzazione ideologica dei giovani del continente.
La porosità dei confini è la causa del proliferare delle attività criminali e terroristiche, ha affermato il presidente keniano Kenyatta, portando ad esempio gli 800 chilometri di confine tra il Kenya e la Somalia, dove ci sono solo tre punti di polizia di frontiera. Per rafforzare il controllo servono enormi risorse, e anche di questo si è parlato al summit di Washington, tra il presidente americano Obama e i capi di stato africani. Kenyatta, ad esempio, ha portato a casa, tra l’altro, risorse per la lotta al terrorismo e accordi per azioni comuni di analisi, di rafforzamento dei sistemi informatici e di formazione dei servizi di intelligence. Il Kenya è, infatti, considerato paese di frontiera, non solo per le continue azioni terroristiche sul suo territorio, ma anche e soprattutto perché va pensata con anticipo un’azione preventiva nei confronti dei gruppi che combattono per instaurare il califfato, ha dichiarato Isaac Ochieng, direttore del Kenya’s National Counter Terrorism Centre, gruppi che potrebbero trovare facilmente simpatizzanti anche nei paesi dell’Est Africa.
I direttori dei servizi di intelligence si sono infatti molto occupati dei fenomeni della radicalizzazione ideologica dei giovani del continente, che finiscono poi per ingrossare le fila delle organizzazioni terroristiche. Chris Mburu, direttore keniano dei servizi di intelligence esteri, si è detto preoccupato della velocità e del modo in cui i giovani vengono indottrinati nelle ideologie estremiste di gruppi che, altrettanto velocemente, stringono alleanze internazionali. La causa ultima di questo processo, ritengono concordemente i responsabili della sicurezza del continente, è il livello preoccupante di povertà, la corruzione dell’amministrazione e della politica e la disoccupazione giovanile. Dunque si appellano ai capi di stato affinché la risoluzione di questi problemi abbia la priorità nell’agenda politica del continente.