Da Nigrizia di dicembre 2010: sette monaci, una storia, un film
Uccisi quattordici anni fa, ma ancora ben presenti. La gente che vive sulla catena montuosa dell’Atlante (Algeria) non dimentica la vicenda e la testimonianza dei monaci trappisti.

Due avvenimenti erano attesi in quei giorni di fine marzo 1996 al monastero. Il più importante era l’elezione del nuovo priore. Padre Christian de Chergé era in carica dal 1984. La scelta sarebbe avvenuta il 31 marzo, domenica delle Palme. Per l’occasione, padre Bruno Lemarchand, dal 1990 animatore della fraternità che la comunità aveva aperto a Fès (Marocco), era venuto a Tibhirine. Rinnovando una tradizione che le violenze nella regione avevano momentaneamente interrotta, ci sarebbe stata la riunione del Ribât es Salâm, il gruppo di riflessione spirituale tra cristiani e musulmani al quale padre Christian aveva dedicato molte energie. Il monastero si era così riempito di 12 ospiti venuti da diverse parti del paese.

 

I monaci attendevano un altro fatto, spiritualmente di nessuna importanza, ma fondamentale: padre Gilles Nicholas, economo della diocesi di Algeri, era in Francia per acquistare una macchina, perché la vecchia era ormai moribonda. La notte tra il 26 e il 27 marzo avrebbe sospeso per sempre quelle due attese.

 

I trappisti avevano costruito nel 1843 il loro primo monastero a Staoueli, un borgo poco lontano da Algeri, che però abbandonarono nel 1904, per ritirarsi a Maguzzano, in provincia di Brescia. Trent’anni dopo, cinque monaci partono dalla Slovenia per cercare in Algeria un rifugio dalla politica anticattolica del governo. Passano da Maguzzano, dove incontrano alcuni sopravvissuti della prima comunità.

 

La scelta del luogo per il nuovo monastero cade sull’Atlante, una catena montuosa scarsamente popolata, luogo adatto, quindi, alla meditazione e all’agricoltura. Si opta per la regione di Medea, a 120 km da Algeri. Sorgono però problemi e il Monastero di Nostra Signora dell’Atlante è spostato poco lontano, a Ben Chicao. Il lavoro dei monaci si rivela proficuo. Il dispensario, subito aperto, diventa il polo d’interesse e di scambio. Ma anche qui le condizioni di vita sono troppo dure e, nel dicembre 1937, viene preso in affitto un terreno (con costruzione) ritenuto più adatto alla vita monastica. Sul diario della comunità si legge: «Poiché l’affitto di trent’anni non impedirà di costruire per secoli, noi non lasceremo più Tibhirine». La comunità viene affiliata al monastero francese di Aiguebelle.

 

 

1938

Nel marzo 1938 inizia l’avventura vera e propria di Tibhirine con una ventina di monaci. Le condizioni spirituali e materiali si normalizzano. Dopo la guerra, la presenza si rafforza con l’arrivo di nuovi fratelli, tra cui fra Luc Dochier, “il dottore”. L’ufficio delle Ore riprende la solennità che si era quasi dimenticata.

 

Durante la vendemmia non c’è tempo per ritornare al monastero, e i monaci indossano il loro abito e celebrano la liturgia delle Ore sul posto, mentre i braccianti musulmani li osservano, non però sorpresi, perché pure loro pregano in mezzo alle vigne. Attraverso il lavoro e la preghiera s’instaura un rapporto quotidiano di rispetto.

 

Appena arrivato, fra Luc apre un dispensario. Unico medico della zona, visita gratuitamente e va dove la gente ha bisogno di lui. È colpito in particolare dalla miseria estrema delle case nelle quali quotidianamente è chiamato ad andare.

 

La lotta del Fronte di liberazione nazionale (Fln) contro la Francia, potenza coloniale, investe il paese. Nel luglio 1959, fra Luc e un fratello di origine italiana sono rapiti dall’Fnl, che in cambio chiede la liberazione di un suo prigioniero. Fra Luc è riconosciuto da un guerrigliero che era stato da lui curato, e i due sono liberati. Le autorità francesi protestano, perché il monastero dà rifugio a qualche ricercato. La prova si rivela per fra Luc troppo forte e torna in Francia per un periodo di riposo. Dopo qualche anno è di nuovo a Tibhirine, giusto in tempo per assistere alla rinascita del monastero. Al momento dell’indipendenza dell’Algeria (1962), infatti, l’abate generale dei cistercensi ha deciso la chiusura del monastero. Ma il card. Léon-Étienne, arcivescovo di Algeri, ha ottenuto l’annullamento della decisione.

 

Nel 1971 arriva al monastero padre Christian de Chergé, di 34 anni. Subito dopo, si reca per due anni a Roma, presso il Pontificio istituto di studi arabi e islamici (Pisai), dove approfondisce la cultura araba e coranica. Tornato a Tibhirine, si distingue subito non solo per la propria erudizione ma anche per la personalità. Nel 1979, crea un gruppo di condivisione spirituale tra cristiani e musulmani, Ribât es Salâm (“vincolo di pace”), cui, a partire dal 1982, aderirà anche una parte della comunità.

 

Nel marzo 1984, padre Christian è eletto priore del monastero. Nel 1987, la comunità si sente tanto forte da aprire un annesso sull’Atlante marocchino, nei pressi di Fès.

 

La violenza si acuisce dopo l’interruzione del processo elettorale (dicembre 1991) che stava portando alla vittoria del Fronte islamico di salvezza (Fis). Il monastero non può restarne completamente fuori. Alla fine del 1993 padre Christian è convocato dal governatore di Medea, che vuole offrire al monastero una protezione armata e in località più facile da sorvegliare. Il priore rifiuta.

 

 

Nessuna “fuga”

Quando il 1° dicembre 1993 scade l’ultimatum dato dal Gruppo islamico armato (Gia) a tutti gli stranieri perché lascino il paese, il padre Christian scrive il proprio testamento spirituale. Quindici giorni più tardi, vengono sgozzati 12 operai croati del cantiere di Tamesguida, a 4 km da Tibhirine.

 

Alla vigilia di Natale 1993 c’è la visita dei “fratelli della montagna”, guidati dall’emiro Sayyat Attiya. Chiedono medicine, l’aiuto di fra Luc per curare i loro feriti e malati, e del denaro. Christian spiega che non sono ricchi. Aggiunge che fra Luc non è in grado di seguirli: «Cura però tutti coloro che si presentano al dispensario, senza domandare chi siano». E spiega che i monaci si apprestano a celebrare la nascita di Gesù. L’emiro si scusa e si ritira con i suoi uomini, lasciando una parola d’ordine, poiché ritorneranno.

 

Il giorno di Santo Stefano la maggioranza dei monaci si dice propensa ad andarsene. Il giorno dopo, c’è la visita del nuovo arcivescovo di Algeri, mons. Henri Teissier, che sottolinea gli effetti negativi sugli altri cristiani di una loro partenza precipitosa.

 

Attraverso una serie di votazioni comunitarie, i monaci respingono la collaborazione con i terroristi, salvo l’aiuto medico prestato solo nel monastero. Decidono, inoltre, di restare, ma riducendo il numero dei fratelli presenti, e di spostarsi eventualmente in Marocco, se un giorno fossero obbligati ad andarsene. Rifiutano, di nuovo, la protezione armata dell’esercito. La discussione, in verità, investe tutte le comunità religiose presenti in Algeria. La prima vittima, un padre marista, cade in un agguato (maggio 1994) nella casbah di Algeri; altri 10 tra religiosi e religiose sono uccisi nel corso di un anno e mezzo.

 

La decisione dei monaci di Tibhirine di restare nasce non solo dalla coscienza dell’impatto che una loro fuga potrebbe avere sulla popolazione locale, ma s’iscrive nella consuetudine dei monaci e delle monache di tradizione benedettino-cistercense, che esige un voto di “stabilità”, che li vincola fino alla morte al luogo dove vivono. La decisione non è frutto di incoscienza: i monaci sanno perfettamente i pericoli che corrono. Nelle sue lettere padre Christian sottolinea i rischi di questa scelta.

 

Il vuoto creato dalla notte tra il 26 e il 27 marzo e dalla morte dei monaci, avvenuta il 21 maggio, sembra essersi via via colmato. La popolazione locale non ha mai perso la speranza di veder ritornare i monaci. Nell’attesa, “il giardiniere di Tibhirine”, padre Jean Marie Lassausse, continua a coltivare con gli operai del posto il terreno del monastero. Discretamente visitato, nonostante le restrizioni imposte dalle autorità algerine per ragioni di sicurezza, il luogo è diventato riferimento ideale, come dimostrano le numerose opere e le testimonianze uscite in questi anni.

 

Ad alimentare l’interesse c’è anche la cronaca giudiziaria. Sono molti a dubitare, soprattutto in Francia, della versione ufficiale del rapimento e dell’uccisione dei monaci da parte del Gia. È la nota tesi del “chi uccide chi?”, espressione che il film mette maliziosamente in bocca a uno degli interlocutori dei monaci, e che fin dagli anni ’90 sintetizza l’idea che le stragi siano state opera dall’esercito algerino. È una tesi che non regge all’analisi dei fatti. L’aspetto più grave è che spazza via, senza mediazioni, la presenza e le responsabilità del terrorismo islamico.

 

«La mia morte – ha scritto padre Christian nel suo testamento – sembrerà dare ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo o da idealista». Ma lui conosceva bene i suoi interlocutori. Anche «l’amico dell’ultimo istante», a cui aveva dato appuntamento in paradiso. «Insh’Allah» (“a Dio piacendo”).

 

 

 

Sullo schermo / Uomini di Dio

Tibhirine, una storia d’amore

Raccontata dal regista francese Xavier Beauvois, l’opera sta avendo un forte impatto anche in Italia.

Annamaria Gallone

 Essenziale e profondo, semplice ma non semplicista, Uomini di Dio, il film francese candidato all’Oscar e vincitore del prestigioso Grand Prix al festival di Cannes, sta diventando un caso, un fenomeno culturale imprevedibile. Il distributore temeva che un lento film di due ore, su un gruppo di monaci in un convento dell’Algeria, fosse da relegare nel circuito del cinema d’essai, perché destinato a tenere lontano il grande pubblico. Invece, il film sta sbancando il box office e, arrivato in Italia il 22 ottobre, sta conquistando anche il nostro pubblico.

 

Il regista, Xavier Beauvois, è quasi sconosciuto in Italia, nonostante le sue interpretazioni come attore in opere importanti e film di qualità realizzati negli anni (che spesso hanno fatto scalpore per l’audacia delle tematiche trattate). E non era facile portare sullo schermo quest’ultima storia, che ha come sfondo la guerra civile in Algeria e racconta il sacrificio di sette monaci trappisti francesi che nel marzo 1996 furono sequestrati, forse, da un gruppo armato della jihad islamica e le cui teste furono ritrovate il 30 maggio di quello stesso anno. L’Al-Jama’ah al-Islamiyah al-Musallaha rivendicò la responsabilità dell’eccidio, ma fonti francesi hanno sempre ritenuto plausibile l’ipotesi che i religiosi siano stati trucidati da reparti dell’esercito algerino nel quadro o di una strategia della tensione o di un banale “errore”.

 

Tuttavia, non c’è violenza nel film. Il rapimento dei monaci non è raccontato, come non c’è il ritrovamento delle loro teste. La guerra civile è solo immaginata sullo sfondo e avvertita nella tensione che sale intorno al monastero. Il film non prende posizione sulle diverse tesi che si sono via via aggiunte a quella ufficiale.

 

La vicenda di padre Christian de Chergé, priore dell’abbazia di Tibhirine, e dei 6 confratelli uccisi, è liberamente interpretata dal regista, che scandaglia a fondo gli animi dei monaci che operano a favore della popolazione locale musulmana, cercando di alleviare vite di squallida miseria e prestando anche le cure mediche indispensabili. Era molto difficile trovare la cifra stilistica per un film di questo genere. E Beauvois è riuscito a raccontare una storia profondamente umana, ricca di spiritualità, incentrata più sulla ricerca del significato degli eventi che sul racconto dei dettagli di ciò che realmente accadde, con uno stile austero degno di maestri del passato, quali Dreyer e Bresson, evitando di fare del film un thriller politico su un intrigo internazionale e, soprattutto, riuscendo a non cadere nell’agiografia.

 

È un film doloroso, che commuove profondamente, perché ha il coraggio di raccontare una storia umile e coraggiosa, fatta di rinunce volontarie e di valori autentici, troppo assenti ai giorni nostri.

 

È questa la forza di Uomini di Dio, titolo scelto poco felicemente dalla distribuzione italiana. “Uomini di Dio” significa, infatti, esattamente il contrario di Des hommes et des dieux (“degli uomini e degli dei”), titolo originale francese, che non solo antepone gli uomini alle divinità, ma, nella scelta del plurale, accoglie anche il resto dell’umanità. Il titolo italiano, invece, ribadisce l’idea di un Dio unico, eliminando la dialettica di una possibile alterità. Ed è proprio questa l’origine delle guerre “sante”.

 

La messa in scena è volutamente sobria e rigorosa, e la forza del film sta soprattutto nella misurata interpretazione dei protagonisti, da Lambert Wilson a Michael Lonsdale, alla loro capacità di rendere lo spirito delle loro vite e il coraggio della loro scelta. È profondamente toccante lo spirito di condivisione dei monaci che testimoniano con la propria vita un amore per l’umanità al di là delle barriere culturali e religiose: sono veramente “fratelli” degli islamici, di cui si prendono cura e con i quali recitano anche passi del Corano (il loro “Amen” è sempre seguito da “insh’Allah“).

 

Con un linguaggio cinematografico privo di qualsiasi ricercatezza, il regista riesce a costruire tutta l’emozione, grazie a una sceneggiatura che affida il ritmo della sua narrazione a quello dilatato della vita nel monastero, privilegia i silenzi e ritma con le preghiere e i canti comunitari la vita dei monaci e non ne fa dei martiri, ma degli uomini fragili che vivono minuto per minuto un’attesa densa di paura, di incertezze e debolezze, ma non per questo vengono meno all’ideale e all’impegno di tutta una vita. Per questo il film è vincente: è un’autentica storia d’amore.

 




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