Non far cadere nell’oblio a cui sembra destinato, un conflitto in cui hanno perso la vita centinaia di migliaia di civili: è questa l’urgenza che ha spinto l’ex ambasciatore italiano in Etiopia, Giuseppe Mistretta, a scrivere il suo ultimo libro sulla guerra in Tigray. Il diplomatico è andato in pensione di recente dopo un ultimo incarico come Direttore per l’Africa subsahariana presso la Farnesina.
La guerra in Tigray ha visto affrontarsi le autorità locali del Fronte di liberazione del popolo tigrino (Tplf) e il governo federale di Addis Abeba fra il 2020 e il 2022. In due anni di ostilità sono stati compiuti impressionanti abusi contro la popolazione civile, potenziali crimini contro l’umanità e di guerra. La certezza rispetto a questo ultimo aspetto, forse però non ce l’avremmo mai. Uno dei timori che traspare dal testo di Mistretta è la possibilità che questa guerra si risolva nell’impunità assoluta.
Il governo etiopico è uscito quasi indenne dalle poche indagini internazionali condotte fra mille difficoltà sul suo territorio e ora gestisce da solo i meccanismi per fare giustizia su quanto avvenuto. Il rischio che gli autori delle violenze non vengano mai giudicati è concreto. Del resto, il mondo – nuovi e vecchi attori dello scacchiere internazionale – ha scelto da che parte stare: quella del governo del premier Abiy Ahmed, la parte del vincitore e l’unica che può permettergli un affaccio sul grande affare della ricostruzione e su un mercato da 130 milioni di persone.
Il libro approfondisce anche lo scontro di visioni politico-filosofiche che soggiace al conflitto: da una parte la forza accentratrice imposta da Abiy nello spirito del Medemer, dall’altra la difesa delle autonomie insite nel federalismo su base etnica che irradia la Costituzione del 1994.