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Posticipata di una settimana la data ultima di rilascio dei calciatori africani convocati dopo il pressing dei club europei
Lo slot negato: perché la FIFA continua a sacrificare la Coppa d’Africa
Il termine ultimo, fissato a due settimane dal calcio d’inizio, è stato posticipato dall’8 al 15 dicembre. Una scelta unilaterale che ha stravolto i piani di preparazione delle nazionali ma che non è un caso isolato. Inevitabile un dibattito serio sull’assenza di un posto stabile e rispettato per la Coppa d’Africa nel calendario calcistico internazionale
09 Dicembre 2025
Articolo di Alex Čizmić
Tempo di lettura 4 minuti

Il presidente della FIFA Gianni Infantino dichiarava di sentirsi africano nella ormai celebre conferenza stampa di presentazione dei Mondiali 2022 e non perde mai occasione per ribadire la sua vicinanza al continente. Nei fatti, però, la FIFA che dirige continua a prendere decisioni che penalizzano il calcio africano e la sua competizione più importante, la Coppa d’Africa.

L’episodio più recente riguarda la data di rilascio dei calciatori convocati per il torneo: il termine ultimo, che dovrebbe essere fissato a due settimane dal calcio d’inizio, il 21 dicembre, è stato posticipato dall’8 al 15 dicembre dopo un incontro riservato tra FIFA ed ECA, l’associazione dei club europei.

Una scelta unilaterale che ha stravolto i piani di preparazione delle nazionali, costrette a rivedere ritiri e amichevoli già programmati. Purtroppo non si tratta di un caso isolato: è una situazione che si era già verificata prima dell’edizione 2022 in Camerun e poi di quella del 2024 in Costa d’Avorio.

Di quest’ultima resta particolarmente significativo l’arrivo last minute di André Onana, che fu liberato dal Manchester United a circa 24 ore dall’inizio della prima partita del Camerun.

Tutto ciò mostra che, nonostante negli ultimi anni la Coppa d’Africa abbia acquisito maggiore visibilità e riconoscimento, in Europa viene ancora spesso considerata un ostacolo ai campionati nazionali e, più recentemente, anche alla Champions League, la cui fase campionato si protrae ormai fino alla fine di gennaio.

L’Italia non fa eccezione: puntualmente, quando si avvicina il torneo, riemerge il dibattito sul motivo per cui si giochi d’inverno, ignorando che la Confederazione calcistica africana (CAF) ha più volte cercato di venire incontro alle richieste dei club europei, arrivando persino a spostare la Coppa d’Africa in estate.

A rendere tutto ancora più complicato, dunque, non è tanto la mancanza di volontà politica del continente africano, quanto piuttosto l’intreccio tra le decisioni della FIFA e un calendario internazionale a dir poco congestionato. La vicenda della Coppa d’Africa 2025 lo conferma: inizialmente previsto in Marocco a giugno, l’avvio è stato poi spostato al dicembre successivo per far spazio alla nuova e ingombrante versione del Mondiale per Club a 32 squadre voluta da Infantino.

Malgrado le difficoltà a disputare il torneo d’estate in molte regioni del continente per ovvie ragioni climatiche, la finestra estiva resta quella ufficiale della CAF. Non tutti lo ricordano, ma questo cambiamento epocale risale all’edizione 2019 disputata in Egitto ed è dovuto principalmente alla forte pressione esercitata dai club europei, che in passato avevano spinto diversi calciatori a rinunciare alla convocazione.

Ma allora, se il torneo si gioca d’inverno, perché la prossima edizione si svolgerà a cavallo tra due anni e non a gennaio e febbraio, come quasi sempre accaduto? Ricollocare definitivamente la competizione nella sua storica finestra invernale avrebbe coinciso con l’anno dei Mondiali, con il rischio di far passare in secondo piano la Coppa d’Africa.

Inoltre, a complicare ulteriormente la situazione c’è anche il regolamento FIFA, che consente ai club di liberare i propri giocatori per un solo torneo internazionale all’anno, rendendo praticamente impossibile rispettare la finestra tradizionale senza creare ulteriori conflitti con le squadre di appartenenza.

Un altro elemento che stona particolarmente agli occhi dell’Europa è la cadenza biennale della Coppa d’Africa, senza che si tenga conto delle motivazioni storiche alla base di questa scelta.

Il torneo, nato nel 1957, fu concepito in un’epoca in cui il continente non aveva ancora un posto garantito ai Mondiali. Era dunque necessario organizzare competizioni frequenti, sia per mantenere alto il livello tecnico dei giocatori, sia per garantire un sostegno economico alle federazioni, per molte delle quali la Coppa d’Africa rappresenta ancora oggi una delle principali fonti di introiti.

Trovare una soluzione, in definitiva, non è semplice. I compromessi cui la CAF è ricorsa nelle ultime edizioni si sono rivelati aggiustamenti al ribasso che, oltre a indebolire la posizione del calcio africano, hanno semplicemente rinviato il problema.

Anche quest’anno, l’accordo raggiunto, che ha previsto di far coincidere il torneo con la pausa invernale di molti campionati europei, è poco più di un espediente: può funzionare nell’immediato, ma non affronta la questione centrale, ossia l’assenza di un posto stabile e rispettato per la Coppa d’Africa nel calendario calcistico internazionale.

Come detto, è un dibattito che richiede tempo e un reale coinvolgimento di tutte le istituzioni in causa, ma resta una discussione inevitabile se si vuole dare alla Coppa d’Africa la dignità che merita e, soprattutto, garantire agli africani il pieno controllo delle decisioni che riguardano il proprio calcio.

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Conflitti e Terrorismo Economia
L’impianto del Kordofan meridionale riveste un’importanza vitale per l’export petrolifero del Sud Sudan
Sudan: le RSF conquistano il giacimento petrolifero di Heglig
09 Dicembre 2025
Articolo di Redazione
Tempo di lettura 3 minuti

Dopo la presa di El Fasher, capitale del Darfur settentrionale, a fine ottobre, in Sudan le Forze di supporto rapido (RSF) hanno ottenuto un altro importante successo militare ieri, 8 dicembre, con la conquista del giacimento petrolifero di Heglig, nel Kordofan meridionale.

Heglig, al confine con il Sud Sudan, è la più grande struttura petrolifera del paese e riveste un’importanza strategica vitale anche per Juba, in quanto ospita il principale impianto di lavorazione del petrolio proveniente dal Sud Sudan e diretto al terminal di esportazione di Port Sudan, sul Mar Rosso.

Il Sud Sudan dipende dal petrolio per oltre il 90% delle entrate governative e l’intera esportazione passa attraverso gli oleodotti sudanesi.

Da ieri la produzione di Heglig è ferma, secondo quanto riferito a Radio Tamazuj da fonti militari e dell’industria petrolifera, in quanto il personale addetto al funzionamento dell’impianto e i militari delle Forze armate sudanesi (SAF) di sorveglianza sono fuggiti oltreconfine, nello stato sudsudanese di Unity.

La situazione attuale non è però del tutto chiara. Il capo dell’amministrazione civile del Kordofan Occidentale, Youssef Aliyan, ha fatto sapere d’aver dispiegato una forza specializzata, istituita in coordinamento con la leadership delle RSF, per proteggere il giacimento.

Secondo quanto riportato dal Sudan Tribune, però, il vice capo delle Forze di difesa del Sud Sudan per la mobilitazione e il disarmo, il tenente generale Johnson Olony, ha dichiarato che le Forze di difesa sudsudanesi (SSPDF) intendono assumere il controllo di Heglig “per dare priorità alla stabilità regionale”.

Un’eventualità che rischia di portare a uno scontro diretto, in territorio sudanese, tra le RSF e l’esercito sudsudanese, rinfuocando una storica rivalità tra i due paesi per il controllo della cittadina di confine.

Già nel 2024 il governo di Juba era stato duramente colpito da dieci mesi di blocco pressocché totale delle esportazioni petrolifere dovuto al conflitto in Sudan, con la ripresa dell’export avvenuta a gennaio di quest’anno.    

Per il Sudan la perdita del controllo di Heglig rappresenta anche un danno significativo dal punto di vista economico, che si sommerebbe all’annunciata uscita di scena di un partner storico di rilievo, quale la Chinese National Petroleum Corporation (CNPC) che ha recentemente informato il governo dell’intenzione di porre fine ai suoi investimenti nel paese.

Da tempo infatti, le RSF controllano importanti giacimenti petroliferi nel settore occidentale, gestiti per decenni da aziende cinesi.

Intanto la regione del Kordofan si conferma epicentro dei combattimenti tra RSF e SAF, con un crescente numero di vittime civili e di persone in fuga o intrappolate in città sotto assedio.

L’ultimo grave episodio risale al 4 dicembre scorso, quando un attacco con droni a Kalogi, nel Kordofan meridionale, ha colpito un asilo e un ospedale, uccidendo 114 persone, tra cui 63 bambini. Un attacco la cui responsabilità è stata attribuita dalle autorità sudanesi alle RSF.

Inoltre, le Nazioni Unite hanno di recente denunciato la presenza non autorizzata delle RSF in un’altra instabile regione contesa di confine, quella di Abyei, presenza che starebbe alimentando criminalità e insicurezza.

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Politica e Società Stati Uniti Uganda
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Uganda / Da Kampala a New York
Le origini di un sindaco
Il padre del neoeletto primo cittadino di New York Zohran Mamdani, il noto docente universitario Mahmood Mamdani, era uno dei cittadini asiatici espulsi da Idi Amin nel 1972. Una storia che racconta della sofferenza della mobilità umana forzata e della capacità delle persone di costruire il loro futuro nonostante le condizioni più complesse
09 Dicembre 2025
Articolo di Nicholas Van Hear, Emeritus Fellow al Centre on Migration, Policy and Society (Compas) dell'Università di Oxford
Tempo di lettura 1 minuti
Il neoeletto sindaco di New York, Zohran Mamdani

Questo articolo è uscito nella sezione “Africa 54” del numero di Nigrizia di dicembre 2025.

Nel 1972, l’allora presidente dell’Uganda Idi Amin ordinò l’espulsione dal paese di tutti i cittadini di origine asiatica. Prendere di mira una minoranza mirava come sempre a distogliere l’attenzione dai problemi politici ed economici del paese. Com’era prevedibile, questa mossa non contribuì affatto a risolvere questi problemi, anzi li aggravò. In oltre mezzo secolo, molte […]
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Conflitti e Terrorismo Economia Politica e Società Russia Sudafrica
Analisi dei dati pubblicati nell’ultimo report di SwissAid
Oro africano, chi guadagna di più da un mercato con poche regole
In testa ci sono gli Emirati Arabi Uniti, il paese che più di tutti importa la materia prima dal continente e che rappresenta un vero e proprio hub anche per le rotte del contrabbando
08 Dicembre 2025
Articolo di Rocco Bellantone
Tempo di lettura 7 minuti

Ogni anno nel continente africano vengono prodotte e non dichiarate in media tra 321 e 474 tonnellate di oro, estratte in miniere artigianali e su piccola scala. Al maggio 2024 il valore di questa produzione sommersa è stato stimato tra 23,7 e 35 miliardi di dollari. Un business enorme analizzato in un recente report di SwissAid intitolato “On the trail of african gold” (Sulle tracce dell’oro africano).

Oltre alle migliaia di ASM (Artisanal and Small-scale Mining) in Africa operano 125 miniere che producono oro su scala industriale. L’oro africano tiene in piedi le economie di diversi paesi. Attorno vi gravitano però soprattutto gli affari e gli interessi di diversi paesi extra continentali, che se ne appropriano a prezzi bassissimi per poi raffinare la materia prima e commerciarla a prezzi molto più alti sui mercati internazionali.

Alla base della filiera ci sono milioni di minatori informali costretti a lavorare in condizioni al limite della sopportazione, andando ogni giorno incontro al rischio di ferirsi, ammalarsi o perdere la vita. In questi contesti di sospensione dei basilari diritti umani e di degrado ambientale, lo sfruttamento del lavoro minorile non è un’eccezione ma spesso la regola.

In anni in cui a livello globale è tornata a salire di giri la corsa all’oro, un bene rifugio affidabile che mantiene, e anzi aumenta, il proprio valore anche in fasi di crisi economica e geopolitica come quella attuale, l’obiettivo del report di SwissAid è fare luce su ogni singolo anello di questa filiera produttiva e rivolgere un appello ai governi africani affinché aumentino i controlli sulle condizioni di lavoro nelle miniere così come alle dogane, per verificare da dove proviene l’oro estratto e dove è diretto. Solo così si potrà arginare alla radice il contrabbando internazionale del prezioso minerale.

I numeri sulla produzione in Africa

Il dossier di SwissAid conferma che l’Africa è uno dei continenti in cui si estrae più oro. Nel 2022 le tonnellate prodotte sono state tra 991 e 1.144, pari a circa un terzo della produzione globale in quell’anno. Di questo oro, più della metà proviene da miniere artigianali e su piccola scala.

Da queste miniere 41 paesi africani su 54 ricavano almeno 100 chilogrammi di oro all’anno. Di questi 41 stati 15 non dichiarano però alcun tipo di produzione. Tra il 2012 e il 2022 la produzione sommersa è quasi raddoppiata in Mali e Burkina Faso e addirittura quintuplicata in Costa d’Avorio.

Le rotte dell’export

La maggior parte dell’oro prodotto in Africa su scala industriale viene esportata in Sudafrica, Svizzera e India, mentre l’80-85% di quello estratto nelle miniere artigianali è diretto negli Emirati Arabi Uniti. Dopo essere stato estratto, l’oro viene instradato lungo tre rotte. Nel numero minore di casi viene raffinato e commerciato all’intero dello stesso paese in cui viene estratto. Nella maggior parte dei casi, invece, viene esportato in paesi extra continentali, con in testa per l’appunto gli Emirati, seguiti da Svizzera, India, Turchia, Canada, Australia, Libano e Cina.

Il commercio intra-africano rappresenta solo circa il 20% del commercio complessivo con principale destinazione il Sudafrica. Quest’ultimo si conferma per distacco il primo esportatore di oro regolarmente dichiarato del continente. Dietro, a debita distanza, si piazzano Ghana e Guinea.

Crocevia Sudafrica

La stragrande maggioranza dell’oro che arriva in Sudafrica da altri paesi africani arriva alla Rand Refinery, raffineria con sede vicino a Johannesburg, l’unica del continente a essere certificata dalla LBMA (London Bullion Market Association), ente con sede nel Regno Unito che detta lo standard globale per le raffinerie di oro e argento in tutto il mondo. Questa raffineria gestisce quasi tutto l’oro importato formalmente dal Sudafrica, il 98% di quello estratto su scala industriale nel paese e il 90-95% di quello che viene raffinato e poi esportato.

Il principale acquirente dell’oro prodotto o trattato in Sudafrica è la Cina. Ci sono però ingenti quantità di oro che transitano per il Sudafrica sfuggendo ai tentativi di tracciamento. A dimostrarlo sono una serie di dati messi insieme da SwissAid. Uno di questi, in particolare, fa riflettere.

Tra il 2014 e il 2022 le importazioni di oro dal Sudafrica verso paesi extra continentali sono state superiori alla somma della produzione dichiarata dal governo, delle importazioni e della produzione artigianale e su piccola scala non dichiarata. Secondo SwissAid questa incongruenza dimostra che in Sudafrica circola anche oro contrabbandato soprattutto in paesi limitrofi, come lo Zimbabwe, che viene poi venduto al di fuori del continente.

L’hub emiratino

Gli Emirati Arabi Uniti sono uno dei principali hub internazionali del commercio di oro. Non a caso Dubai è soprannominata la Città dell’Oro con oltre venti raffinerie e oltre 7mila commercianti di metalli e pietre preziose, attivi in ​​particolare al Dubai Gold Souk e nella zona franca del Dubai Multi Commodities Centre (DMCC).

Tra il 2012 e il 2022 le importazioni di oro africano da parte degli Emirati sono aumentate notevolmente, passando da 86,3 tonnellate a 204 tonnellate, con un picco registrato in particolare tra il 2015 e il 2016 (+166 tonnellate) dovuto in gran parte all’aumento delle importazioni da Egitto, Libia e, in misura minore, Ghana.

Secondo il report di SwissAid buona parte dell’oro che gli Emirati acquistano dall’Africa arriva da zone in cui sono in corso conflitti.

Ben 18 paesi africani da cui gli Emirati comprano oro compaiono infatti nell’elenco CAHRA (Conflict-Affected and High-Risk Areas) stilato dall’Unione Europea con il Regolamento UE 2017/821. Si tratta di Burkina Faso, Burundi, Camerun, Ciad, Egitto, Etiopia, Eritrea, Libia, Mali, Mozambico, Niger, Nigeria, Repubblica Centrafricana, Repubblica democratica del Congo, Somalia, Sudan, Sud Sudan e Zimbabwe.

Nel 2022 da questi paesi gli Emirati si sono fatti recapitare 317 tonnellate di oro. Parte di questo oro arriva loro direttamente. Un’altra parte, invece, lo fa per “vie traverse”. SwissAid ha ricostruito, ad esempio, che agli Emirati è arrivato oro estratto in Zimbabwe e passato per il Sudafrica. Ma non solo.

La maggior parte dell’oro proveniente dalla Rd Congo prima di arrivare a destinazione è stato contrabbandato tra Uganda, Rwanda e, in misura minore, Burundi. Quello proveniente dalla Repubblica Centrafricana è transitato invece per il Camerun e il Rwanda.

L’oro si muove in diversi modi. Su voli di linea o a bordo di jet privati, stipato in stiva oppure nascosto nei bagagli trasportati dai passeggeri a mano. L’aeroporto internazionale di Dubai è lo scalo ideale per questi traffici essendo collegato con voli diretti con la maggior parte dei paesi con cui gli Emirati sono in affari. 

Il contrabbando

Su un business così lucroso non poteva non mettere gli occhi il gruppo mercenario russo Wagner, oggi sostituito quasi integralmente da Africa Corps, nuova entità militare plasmata dal Cremlino. I mercenari russi controllano miniere e traffici di oro in Repubblica Centrafricana, Sudan e Mali.

Nel 2022 in Africa oltre 435 tonnellate di oro sono state contrabbandate e hanno varcato i confini continentali al ritmo di più di una tonnellata al giorno. Un business illecito del valore di circa 30 miliardi di dollari. I traffici si concentrano soprattutto tra Mali, Ghana e Zimbabwe. E il principale acquirente, anche su questo fronte, restano gli Emirati Arabi Uniti.

Considerato che la maggior parte dei carichi di oro trafficati illegalmente transita per gli aeroporti raggiungendo un numero limitato di paesi extra continentali, e che solo un circoscritto numero di istituzioni pubbliche e aziende controlla esportazioni e commercio, anche in Africa sulla carta non dovrebbe essere eccessivamente complicato controllare in modo più rigido e capillare questo settore. Eppure i passi in avanti in tal senso restano timidi. Segno che un mercato sregolato fa comodo a tanti. Dentro e soprattutto oltre i confini africani.

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Conflitti e Terrorismo Guinea-Bissau Pace e Diritti Politica e Società
Le due nuove e più alte cariche dello stato erano tra i più fedeli ad Embaló. Tradimento o continuità?
Guinea-Bissau: ceci n’est pas un golpe – 2/2
05 Dicembre 2025
Articolo di Roberto Valussi
Tempo di lettura 1 minuti

”Truffa” è stato il termine usato dal primo ministro senegalese Ousmane Sonko per descrivere la presa di potere dei militari avvenuto in Guinea-Bissau la scorsa settimana. Non è il solo a sostenere una posizione simile. Condividono la sua opinione il principale partito d’opposizione e numerose organizzazioni della società civile guineana.

Sulla base di quali elementi? Ne vediamo alcuni in questo secondo e ultimo video dedicato alla turbolenta fase politica del Guinea delle ultime settimane.

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