A dieci giorni dal colpo di stato, questo sì riuscito, in Guinea-Bissau, eccoci a un tentativo, da parte di alcuni militari (un gruppuscolo?) di rovesciare in Benin il governo del presidente Patrice Talon, fortunatamente andato a vuoto.
Ci schieriamo, infatti, tra coloro che ritengono la soluzione militare comunque e sempre da scartare, anche di fronte a regimi corrotti e antidemocratici. Ma il golpe fallito tradisce una deriva dell’Africa occidentale e manifesta l’indebolimento delle idee democratiche in quella regione, dove le cattive notizie si susseguono.
Se i contorni del golpe non sono ancora chiari del tutto, quei militari – che la mattina di domenica 7 dicembre, dopo aver preso d’assalto al mattino presto le residenze di diversi ufficiali di alto rango e quella del presidente Talon, erano apparsi in televisione per annunciare che avevano dimesso dalle sue funzioni il presidente e preso il potere “fino a nuovo ordine” per “ristabilire la coesione nazionale” – con quei caschi di traverso e uniformi incerte non davano di certo l’idea di avere le idee chiare: impreparati lo erano senz’altro.
Il potere ha forse vacillato per un momento, ma il fatto che i rivoltosi non siano riusciti a mettere la mano su Talon – che faceva appello ai suoi militari lealisti così come alla Francia e alla vicina Nigeria -, rendeva i putschisti perdenti. Il Comitato militare per la rifondazione, il nome della giunta, si è rivelato effimero, benché gli ammutinati, membri della guardia nazionale, fossero comunque ben armati, cosa che ha sorpreso il governo.
Dopo poche ore dall’annuncio dei militari, il ministro degli Interni Alassane Seidou alla tv nazionale annunciava che il colpo di stato era fallito. E la sera lo stesso presidente Talon si mostrava per dire che tutto era rientrato.
Il tempestivo intervento di Francia e CEDEAO
Due giorni dopo, martedì 9 dicembre, l’Eliseo ci ha tenuto a far sapere che la Francia, l’ex potenza coloniale, era subito intervenuta, su richiesta del governo, in materia di coordinamento, sorveglianza e logistica per far fallire il colpo di stato. È lo stesso presidente francese Emmanuel Macron – molto preoccupato dal susseguirsi in Africa occidentale di colpi di stato che rivelano una sorda opposizione alla presenza francese – ad aver condotto «uno sforzo di coordinamento», «di scambio d’informazioni con i paesi della regione».
Dopo aver parlato con Talon, Macron aveva contattato i suoi omologhi della Nigeria e della Sierra Leone, paese che assicura la presidenza della CEDEAO/ECOWAS (Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale) di cui il Benin fa parte, che subito ha mobilitato una risposta militare rapida per aiutare le forze lealiste beninesi a riprendere il controllo della situazione.
La Nigeria ha portato la sua assistenza militare contro i golpisti. Abuja ha riconosciuto di aver bombardato alcuni siti a Cotonou, su richiesta delle autorità, per “sloggiare i golpisti dalla televisione nazionale e da un campo militare dove si erano riuniti, oltre che dispiegare truppe di terra (duecento soldati). La CEDEAO ha da parte sua annunciato il dispiegamento immediato di truppe per sostenere il governo legittimo.
Le ragioni dei golpisti
I soldati ammutinati avevano annunciato in tv, nella capitale economica del paese, Cotonou, che a presiedere il Comitato militare per la rifondazione era stato chiamato il luogotenente colonnello Tigri Pascal. Spiegavano di aver preso le loro responsabilità di fronte alle “molteplici derive del governo”, citando in particolare il “continuo degradarsi della situazione di sicurezza nel nord”, regione frontaliera con il Burkina, il Niger e la Nigeria (dove i soldati beninesi affrontano una recrudescenza di attacchi jihadisti).
Continuavano denunciando le “promozioni ingiuste” in seno all’esercito, la rimessa in questione mascherata delle libertà fondamentali, la “confisca di tutti i settori vitali dell’economia nazionale da parte di una minoranza” e ancora “l’aver introdotto tasse esorbitanti”. Certo, di vero c’è molto in tutto questo. Ma come rimediare? Non certo con un golpe!
Questo tentato colpo di stato interviene a meno di dieci giorni dallo strano putsch militare in Guinea-Bissau, in una regione dove diversi paesi sono ormai controllati da regimi militari (Mali, Burkina, Niger, Guinea). Facile sorridere del dilettantismo della dichiarazione dei golpisti in Benin che quasi parola per parola riprendono gli argomenti delle giunte che hanno preso il potere nei paesi vicini.
Non ci si può nascondere però che l’ammutinamento rivela delle fratture nell’esercito beninese, soprattutto in ciò che riguarda la strategia per opporsi agli attacchi jihadisti nel nord che da anni si ripetono.
L’orizzonte elettorale
E poi ci sono senz’altro ragioni politiche. Le presidenziali si svolgeranno nell’aprile prossimo. Se Talon rispetta la Costituzione e si ritira al termine dei suoi due mandati, il suo delfino, il ministro delle Finanze Romuald Wadagni è più che favorito.
Il principale partito di opposizione – i Democratici, l’unico partito di opposizione che aveva partecipato alle elezioni legislative del 2023 e aveva ottenuto seggi nell’Assemblea Nazionale – è infatti escluso dallo scrutino per mancanza di sponsorizzazioni sufficienti. E Wadagni affronterà un solo rivale, l’oppositore Paul Hounkpé, candidato delle Forze cauri per un Benin emergente (FCBE), che si autodefinisce “moderato”.
Resta il fatto comunque che l’esercito beninese, silenzioso da decenni, dà prova di non essere indifferente all’attualità che il paese vive e che non è disposto ad avallare qualunque cosa. È dal 1972 che il Benin, dopo un periodo di instabilità, non conosce un colpo di stato.
Nel gennaio di quest’anno, però, due ex vicini al presidente Talon sono stati condannati a 20 anni di carcere, riconosciuti colpevoli di aver voluto organizzare nel 2024 un golpe contro il presidente.
La Francia intanto sorveglia, per non perdere un altro dei pochi amici su cui può ancora contare nell’Occidente africano.