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Benin Conflitti e Terrorismo Politica e Società
Dietro il tentativo di colpo di stato militare del 7 dicembre il malumore di una parte dei militari che guardano con simpatia alle giunte golpiste saheliane
Benin: il golpe fallito e le fratture interne all’esercito
A far fallire la peraltro maldestra manovra per rovesciare il presidente Talon ha contribuito l’intervento tempestivo della Francia e della Comunità dell’Africa occidentale, con la Nigeria in prima linea, che però non si sono mostrate altrettanto solerti quando, dieci giorni prima, i militari hanno deposto in Guinea-Bissau il presidente Embaló
10 Dicembre 2025
Articolo di Elio Boscaini
Tempo di lettura 5 minuti

A dieci giorni dal colpo di stato, questo sì riuscito, in Guinea-Bissau, eccoci a un tentativo, da parte di alcuni militari (un gruppuscolo?) di rovesciare in Benin il governo del presidente Patrice Talon, fortunatamente andato a vuoto.

Ci schieriamo, infatti, tra coloro che ritengono la soluzione militare comunque e sempre da scartare, anche di fronte a regimi corrotti e antidemocratici. Ma il golpe fallito tradisce una deriva dell’Africa occidentale e manifesta l’indebolimento delle idee democratiche in quella regione, dove le cattive notizie si susseguono.

Se i contorni del golpe non sono ancora chiari del tutto, quei militari – che la mattina di domenica 7 dicembre, dopo aver preso d’assalto al mattino presto le residenze di diversi ufficiali di alto rango e quella del presidente Talon, erano apparsi in televisione per annunciare che avevano dimesso dalle sue funzioni il presidente e preso il potere “fino a nuovo ordine” per “ristabilire la coesione nazionale” – con quei caschi di traverso e uniformi incerte non davano di certo l’idea di avere le idee chiare: impreparati lo erano senz’altro.

Il potere ha forse vacillato per un momento, ma il fatto che i rivoltosi non siano riusciti a mettere la mano su Talon – che faceva appello ai suoi militari lealisti così come alla Francia e alla vicina Nigeria -, rendeva i putschisti perdenti. Il Comitato militare per la rifondazione, il nome della giunta, si è rivelato effimero, benché gli ammutinati, membri della guardia nazionale, fossero comunque ben armati, cosa che ha sorpreso il governo.

Dopo poche ore dall’annuncio dei militari, il ministro degli Interni Alassane Seidou alla tv nazionale annunciava che il colpo di stato era fallito. E la sera lo stesso presidente Talon si mostrava per dire che tutto era rientrato.

Il tempestivo intervento di Francia e CEDEAO

Due giorni dopo, martedì 9 dicembre, l’Eliseo ci ha tenuto a far sapere che la Francia, l’ex potenza coloniale, era subito intervenuta, su richiesta del governo, in materia di coordinamento, sorveglianza e logistica per far fallire il colpo di stato. È lo stesso presidente francese Emmanuel Macron – molto preoccupato dal susseguirsi in Africa occidentale di colpi di stato che rivelano una sorda opposizione alla presenza francese – ad aver condotto «uno sforzo di coordinamento», «di scambio d’informazioni con i paesi della regione».

Dopo aver parlato con Talon, Macron aveva contattato i suoi omologhi della Nigeria e della Sierra Leone, paese che assicura la presidenza della CEDEAO/ECOWAS (Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale) di cui il Benin fa parte, che subito ha mobilitato una risposta militare rapida per aiutare le forze lealiste beninesi a riprendere il controllo della situazione.

La Nigeria ha portato la sua assistenza militare contro i golpisti. Abuja ha riconosciuto di aver bombardato alcuni siti a Cotonou, su richiesta delle autorità, per “sloggiare i golpisti dalla televisione nazionale e da un campo militare dove si erano riuniti, oltre che dispiegare truppe di terra (duecento soldati). La CEDEAO ha da parte sua annunciato il dispiegamento immediato di truppe per sostenere il governo legittimo.

Le ragioni dei golpisti

I soldati ammutinati avevano annunciato in tv, nella capitale economica del paese, Cotonou, che a presiedere il Comitato militare per la rifondazione era stato chiamato il luogotenente colonnello Tigri Pascal. Spiegavano di aver preso le loro responsabilità di fronte alle “molteplici derive del governo”, citando in particolare il “continuo degradarsi della situazione di sicurezza nel nord”, regione frontaliera con il Burkina, il Niger e la Nigeria (dove i soldati beninesi affrontano una recrudescenza di attacchi jihadisti).

Continuavano denunciando le “promozioni ingiuste” in seno all’esercito, la rimessa in questione mascherata delle libertà fondamentali, la “confisca di tutti i settori vitali dell’economia nazionale da parte di una minoranza” e ancora “l’aver introdotto tasse esorbitanti”. Certo, di vero c’è molto in tutto questo. Ma come rimediare? Non certo con un golpe!

Questo tentato colpo di stato interviene a meno di dieci giorni dallo strano putsch militare in Guinea-Bissau, in una regione dove diversi paesi sono ormai controllati da regimi militari (Mali, Burkina, Niger, Guinea). Facile sorridere del dilettantismo della dichiarazione dei golpisti in Benin che quasi parola per parola riprendono gli argomenti delle giunte che hanno preso il potere nei paesi vicini.

Non ci si può nascondere però che l’ammutinamento rivela delle fratture nell’esercito beninese, soprattutto in ciò che riguarda la strategia per opporsi agli attacchi jihadisti nel nord che da anni si ripetono.

L’orizzonte elettorale

E poi ci sono senz’altro ragioni politiche. Le presidenziali si svolgeranno nell’aprile prossimo. Se Talon rispetta la Costituzione e si ritira al termine dei suoi due mandati, il suo delfino, il ministro delle Finanze Romuald Wadagni è più che favorito.

Il principale partito di opposizione – i Democratici, l’unico partito di opposizione che aveva partecipato alle elezioni legislative del 2023 e aveva ottenuto seggi nell’Assemblea Nazionale – è infatti escluso dallo scrutino per mancanza di sponsorizzazioni sufficienti. E Wadagni affronterà un solo rivale, l’oppositore Paul Hounkpé, candidato delle Forze cauri per un Benin emergente (FCBE), che si autodefinisce “moderato”.

Resta il fatto comunque che l’esercito beninese, silenzioso da decenni, dà prova di non essere indifferente all’attualità che il paese vive e che non è disposto ad avallare qualunque cosa. È dal 1972 che il Benin, dopo un periodo di instabilità, non conosce un colpo di stato.

Nel gennaio di quest’anno, però, due ex vicini al presidente Talon sono stati condannati a 20 anni di carcere, riconosciuti colpevoli di aver voluto organizzare nel 2024 un golpe contro il presidente.

La Francia intanto sorveglia, per non perdere un altro dei pochi amici su cui può ancora contare nell’Occidente africano.

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Nigeria / Tensioni ed equilibri fragili
Golpe o bluff?
Arresti misteriosi, vertici militari azzerati e smentite ufficiali: il paese tra congiure sospette e silenzi imbarazzanti. E ora anche Trump inserisce Abuja nella lista nera per persecuzioni religiose
10 Dicembre 2025
Articolo di Ibanga Isine, caporedattore del giornale online GuardPost Nigeria
Tempo di lettura 1 minuti

Questo articolo è uscito nella sezione “Africa 54” del numero di Nigrizia di dicembre 2025.

Quando il 4 ottobre scorso si è diffusa la notizia di un colpo di stato sventato in Nigeria, la storia è diventata virale sui social e non solo. Molti nigeriani, già alle prese con difficoltà economiche e insicurezza diffusa, hanno reagito con incredulità e preoccupazione. L’idea che un gruppo di ufficiali avesse pianificato di rovesciare […]
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Sport
Posticipata di una settimana la data ultima di rilascio dei calciatori africani convocati dopo il pressing dei club europei
Lo slot negato: perché la FIFA continua a sacrificare la Coppa d’Africa
Il termine ultimo, fissato a due settimane dal calcio d’inizio, è stato posticipato dall’8 al 15 dicembre. Una scelta unilaterale che ha stravolto i piani di preparazione delle nazionali ma che non è un caso isolato. Inevitabile un dibattito serio sull’assenza di un posto stabile e rispettato per la Coppa d’Africa nel calendario calcistico internazionale
09 Dicembre 2025
Articolo di Alex Čizmić
Tempo di lettura 4 minuti

Il presidente della FIFA Gianni Infantino dichiarava di sentirsi africano nella ormai celebre conferenza stampa di presentazione dei Mondiali 2022 e non perde mai occasione per ribadire la sua vicinanza al continente. Nei fatti, però, la FIFA che dirige continua a prendere decisioni che penalizzano il calcio africano e la sua competizione più importante, la Coppa d’Africa.

L’episodio più recente riguarda la data di rilascio dei calciatori convocati per il torneo: il termine ultimo, che dovrebbe essere fissato a due settimane dal calcio d’inizio, il 21 dicembre, è stato posticipato dall’8 al 15 dicembre dopo un incontro riservato tra FIFA ed ECA, l’associazione dei club europei.

Una scelta unilaterale che ha stravolto i piani di preparazione delle nazionali, costrette a rivedere ritiri e amichevoli già programmati. Purtroppo non si tratta di un caso isolato: è una situazione che si era già verificata prima dell’edizione 2022 in Camerun e poi di quella del 2024 in Costa d’Avorio.

Di quest’ultima resta particolarmente significativo l’arrivo last minute di André Onana, che fu liberato dal Manchester United a circa 24 ore dall’inizio della prima partita del Camerun.

Tutto ciò mostra che, nonostante negli ultimi anni la Coppa d’Africa abbia acquisito maggiore visibilità e riconoscimento, in Europa viene ancora spesso considerata un ostacolo ai campionati nazionali e, più recentemente, anche alla Champions League, la cui fase campionato si protrae ormai fino alla fine di gennaio.

L’Italia non fa eccezione: puntualmente, quando si avvicina il torneo, riemerge il dibattito sul motivo per cui si giochi d’inverno, ignorando che la Confederazione calcistica africana (CAF) ha più volte cercato di venire incontro alle richieste dei club europei, arrivando persino a spostare la Coppa d’Africa in estate.

A rendere tutto ancora più complicato, dunque, non è tanto la mancanza di volontà politica del continente africano, quanto piuttosto l’intreccio tra le decisioni della FIFA e un calendario internazionale a dir poco congestionato. La vicenda della Coppa d’Africa 2025 lo conferma: inizialmente previsto in Marocco a giugno, l’avvio è stato poi spostato al dicembre successivo per far spazio alla nuova e ingombrante versione del Mondiale per Club a 32 squadre voluta da Infantino.

Malgrado le difficoltà a disputare il torneo d’estate in molte regioni del continente per ovvie ragioni climatiche, la finestra estiva resta quella ufficiale della CAF. Non tutti lo ricordano, ma questo cambiamento epocale risale all’edizione 2019 disputata in Egitto ed è dovuto principalmente alla forte pressione esercitata dai club europei, che in passato avevano spinto diversi calciatori a rinunciare alla convocazione.

Ma allora, se il torneo si gioca d’inverno, perché la prossima edizione si svolgerà a cavallo tra due anni e non a gennaio e febbraio, come quasi sempre accaduto? Ricollocare definitivamente la competizione nella sua storica finestra invernale avrebbe coinciso con l’anno dei Mondiali, con il rischio di far passare in secondo piano la Coppa d’Africa.

Inoltre, a complicare ulteriormente la situazione c’è anche il regolamento FIFA, che consente ai club di liberare i propri giocatori per un solo torneo internazionale all’anno, rendendo praticamente impossibile rispettare la finestra tradizionale senza creare ulteriori conflitti con le squadre di appartenenza.

Un altro elemento che stona particolarmente agli occhi dell’Europa è la cadenza biennale della Coppa d’Africa, senza che si tenga conto delle motivazioni storiche alla base di questa scelta.

Il torneo, nato nel 1957, fu concepito in un’epoca in cui il continente non aveva ancora un posto garantito ai Mondiali. Era dunque necessario organizzare competizioni frequenti, sia per mantenere alto il livello tecnico dei giocatori, sia per garantire un sostegno economico alle federazioni, per molte delle quali la Coppa d’Africa rappresenta ancora oggi una delle principali fonti di introiti.

Trovare una soluzione, in definitiva, non è semplice. I compromessi cui la CAF è ricorsa nelle ultime edizioni si sono rivelati aggiustamenti al ribasso che, oltre a indebolire la posizione del calcio africano, hanno semplicemente rinviato il problema.

Anche quest’anno, l’accordo raggiunto, che ha previsto di far coincidere il torneo con la pausa invernale di molti campionati europei, è poco più di un espediente: può funzionare nell’immediato, ma non affronta la questione centrale, ossia l’assenza di un posto stabile e rispettato per la Coppa d’Africa nel calendario calcistico internazionale.

Come detto, è un dibattito che richiede tempo e un reale coinvolgimento di tutte le istituzioni in causa, ma resta una discussione inevitabile se si vuole dare alla Coppa d’Africa la dignità che merita e, soprattutto, garantire agli africani il pieno controllo delle decisioni che riguardano il proprio calcio.

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Conflitti e Terrorismo Economia
L’impianto del Kordofan meridionale riveste un’importanza vitale per l’export petrolifero del Sud Sudan
Sudan: le RSF conquistano il giacimento petrolifero di Heglig
09 Dicembre 2025
Articolo di Redazione
Tempo di lettura 3 minuti

Dopo la presa di El Fasher, capitale del Darfur settentrionale, a fine ottobre, in Sudan le Forze di supporto rapido (RSF) hanno ottenuto un altro importante successo militare ieri, 8 dicembre, con la conquista del giacimento petrolifero di Heglig, nel Kordofan meridionale.

Heglig, al confine con il Sud Sudan, è la più grande struttura petrolifera del paese e riveste un’importanza strategica vitale anche per Juba, in quanto ospita il principale impianto di lavorazione del petrolio proveniente dal Sud Sudan e diretto al terminal di esportazione di Port Sudan, sul Mar Rosso.

Il Sud Sudan dipende dal petrolio per oltre il 90% delle entrate governative e l’intera esportazione passa attraverso gli oleodotti sudanesi.

Da ieri la produzione di Heglig è ferma, secondo quanto riferito a Radio Tamazuj da fonti militari e dell’industria petrolifera, in quanto il personale addetto al funzionamento dell’impianto e i militari delle Forze armate sudanesi (SAF) di sorveglianza sono fuggiti oltreconfine, nello stato sudsudanese di Unity.

La situazione attuale non è però del tutto chiara. Il capo dell’amministrazione civile del Kordofan Occidentale, Youssef Aliyan, ha fatto sapere d’aver dispiegato una forza specializzata, istituita in coordinamento con la leadership delle RSF, per proteggere il giacimento.

Secondo quanto riportato dal Sudan Tribune, però, il vice capo delle Forze di difesa del Sud Sudan per la mobilitazione e il disarmo, il tenente generale Johnson Olony, ha dichiarato che le Forze di difesa sudsudanesi (SSPDF) intendono assumere il controllo di Heglig “per dare priorità alla stabilità regionale”.

Un’eventualità che rischia di portare a uno scontro diretto, in territorio sudanese, tra le RSF e l’esercito sudsudanese, rinfuocando una storica rivalità tra i due paesi per il controllo della cittadina di confine.

Già nel 2024 il governo di Juba era stato duramente colpito da dieci mesi di blocco pressocché totale delle esportazioni petrolifere dovuto al conflitto in Sudan, con la ripresa dell’export avvenuta a gennaio di quest’anno.    

Per il Sudan la perdita del controllo di Heglig rappresenta anche un danno significativo dal punto di vista economico, che si sommerebbe all’annunciata uscita di scena di un partner storico di rilievo, quale la Chinese National Petroleum Corporation (CNPC) che ha recentemente informato il governo dell’intenzione di porre fine ai suoi investimenti nel paese.

Da tempo infatti, le RSF controllano importanti giacimenti petroliferi nel settore occidentale, gestiti per decenni da aziende cinesi.

Intanto la regione del Kordofan si conferma epicentro dei combattimenti tra RSF e SAF, con un crescente numero di vittime civili e di persone in fuga o intrappolate in città sotto assedio.

L’ultimo grave episodio risale al 4 dicembre scorso, quando un attacco con droni a Kalogi, nel Kordofan meridionale, ha colpito un asilo e un ospedale, uccidendo 114 persone, tra cui 63 bambini. Un attacco la cui responsabilità è stata attribuita dalle autorità sudanesi alle RSF.

Inoltre, le Nazioni Unite hanno di recente denunciato la presenza non autorizzata delle RSF in un’altra instabile regione contesa di confine, quella di Abyei, presenza che starebbe alimentando criminalità e insicurezza.

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Migrazioni Pace e Diritti Politica e Società Tunisia Unione Europea
Ok del consiglio europeo a rimpatri accelerati, lista comune “paesi sicuri”, centri di rimpatrio in stati terzi
L’Europa legittima le deportazioni migranti
09 Dicembre 2025
Articolo di Redazione
Tempo di lettura 5 minuti

Stretta europea sui diritti legati all’immigrazione e asilo. In vista del patto che entrerà in vigore il prossimo mese di giugno, l’Europa prende appunti dagli Stati Uniti e approva, con una maggioranza qualificata, durante il consiglio degli affari interni composto da tutti i ministri dell’Interno, quella che sarà la posizione che sarà portata avanti nella commissione e nel parlamento europei.

Tre i punti nodali del negoziato: accelerazione dei rimpatri, via libera ai “return hub” in paesi terzi per le espulsioni e definizione condivisa dei cosiddetti “paesi sicuri”. L’Europa fortezza si blinda definitivamente, inasprendo tutti i regolamenti possibili, facendo un salto in avanti verso quella che sarà una chiusura definitiva al diritto migratorio.

I paesi terzi sicuri saranno quelli cui di fatto il continente europeo appalterà la gestione delle persone che varcheranno le frontiere cercando di richiedere protezione e asilo. In questi stati si potranno inviare, come pacchi, uomini e donne che si trovano in attesa di una risposta alle loro domande o coloro che hanno avuto un rigetto.

Non importa se questo paese sia effettivamente il loro paese d’origine, abbiano o meno un legame o vi siano transitati, come finora si paventava come regola europea per l’espulsione, sarà sufficiente che il legame lo abbia lo stato che decide la deportazione e che quindi con il paese terzo ha stretto un accordo.

Ogni criterio soggettivo, cioè legato alla persona migrante, e di territorialità viene spazzato via. Di più, nel caso in cui la domanda sia accolta, il rischio reale è che si rimanga nel paese terzo anche dopo l’eventuale riconoscimento dell’asilo o protezione internazionale. Senza alcun rispetto del progetto migratorio di chi parte.

Le accelerazioni ai rimpatri riguarderanno soprattutto coloro che arrivano da paesi di origine ritenuti sicuri e, con questo accordo, condivisi da tutti gli stati europei, e cioè: Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia (oltre a quelli che si trovano con il processo d’adesione all’UE in corso: Albania, Bosnia ed Erzegovina, Georgia, Macedonia del Nord, Moldavia, Montenegro, Serbia, Turchia).

Nessuno ti sente quando gridi

Riguardo quest’ultimo paese africano, Amnesty international ha pubblicato un dossier dal titolo Nobody hears you when you scream (Nessuno ti sente quanto gridi), in cui la Tunisia tutto sembra tranne un paese sicuro, vista la violenza descritta e perpetuata contro le persone migranti.

Nella ricerca, condotta tra febbraio 2023 e giugno 2025, in cui vengono raccolte interviste fatte a 120 persone provenienti da diversi paesi africani e asiatici, fermate o transitate tra Tunisi, Sfax e Zarzis, sono molte le testimonianze di intercettazioni violente in mare, deportazioni nel deserto al confine con Libia e Algeria, abusi sessuali e torture, detenzioni arbitrarie.

Violazioni che descrivono un vero e proprio sistema di discriminazione razziale e xenofoba rivolto soprattutto a uomini e donne dall’Africa subsahariana. Un sistema non recente, visto che dal febbraio 2023 il presidente Saied ha alimentato, con discorsi e azioni, le ostilità verso le persone nere, giustificando misure discriminatorie.

Da tempo, vari report, denunciano le deportazioni ed espulsioni di subsahariani, le compravendite ai confini, dove vige una sorta di cooperazione tra tunisini e gruppi armati libici e algerini. Qui sorgono centri di detenzione in cui uomini e donne migranti vengono sottoposti a ogni tipo di violenza e perquisizione, per confiscare soldi e documenti. Dall’Algeria poi parte un ulteriore respingimento verso Niger e Mali.

Rimpatri e procedure accelerate

Chi sopravvive a tutto questo, ma comunque ha un rigetto della domanda o è privo di permesso di soggiorno, può essere rinviato in Tunisia, stato che risponde a tutti i requisiti essendo considerato paese sicuro d’origine, di transito e di accordi con l’Europa che da tempo lo finanzia in questo “lavoro sporco” di esternalizzazione delle frontiere.

Uomini e donne che riescono ad approdare in Italia, passando dalla Tunisia e dalla Libia, dal prossimo giugno, potranno veder applicate alle loro richieste di asilo le procedure accelerate di frontiera, anche in quei centri definiti “return hub”, centri di rimpatrio, sorti, per quel che riguarda il nostro paese, in Albania e mai funzionanti.

Da qui il giubilo di Matteo Piantedosi, ministro dell’Interno presente al consiglio dei ministri europei, convinto che tutto questo sia di fatto un nullaosta per il patto albanese, su cui però pende sia quanto già rilevato dalla Cassazione, sia la prossima sentenza della Corte di Lussemburgo cui si erano appellati i giudici italiani.

Nello smistamento dei pacchi/persone rientra il vecchio discorso delle quote, 21mila le persone da ricollocare all’anno, ogni paese membro dell’Unione Europea ha una quota o, in caso in cui rifiutasse di accogliere, secondo il fondo di solidarietà, potrebbe versare in cambio un obolo: 20mila euro a persona non collocata nel suo stato.

Una compensazione economica per giustificare il venir meno di qualcosa che, inizialmente, doveva essere un dovere di ricollocazione per alleggerire i paesi di primo approdo.

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