Nigrizia

Chiesa e Missione Conflitti e Terrorismo Etiopia
La testimonianza del missionario comboniano padre Catalán dalla regione dell'Oromia: "Siamo dovuti fuggire ad Hawassa, i miliziani saccheggiano e i civili devono scappare"
In Oromia, l’altro fronte che preoccupa l’Etiopia
Nel paese prosegue il conflitto in Tigray
16 Ottobre 2026
Articolo di Brando Ricci
Tempo di lettura 6 minuti
Il primo ministro Abiy Ahmed e miliziani dell'OLA

“Siamo dovuti andare via dalla missione e ormai da due settimane siamo ad Hawasa, a oltre 150 chilometri a nord. Da mesi sentivamo voci sull’avvicinamento dei ribelli, che stanno conquistando sempre più terreno e seminano la paura tra la popolazione.

Con la guerra nel nord e il giuramento del premier Abiy, hanno deciso di intensificare gli attacchi. Quando abbiamo sentito gli spari, siamo dovuti fuggire”. A parlare con Nigrizia è padre Ramón Navarro Catalán, missionario comboniano spagnolo che vive in Etiopia da oltre 45 anni.

La missione da cui lui e altri confratelli sono dovuti andare via si trova ad Haro Waato, nella parte meridionale della regione dell’Oromia. La comunità è situata circa 150 chilometri a sud-est di Hawasa, nella regione dei Sidama, e a 440 chilometri di strada verso sud dalla capitale Addis Abeba.

La regione dell’Oromia è un grande territorio che occupa parte del centro-sud e del centro-est dell’Etiopia, di fatto circondando la capitale. Da anni è al centro di una diffusa instabilità, come tutto il resto del paese.

Il 23 settembre scorso si è riaperto un conflitto nella regione settentrionale del Tigray, quattro anni dopo la fine di due anni di ostilità tra le forze armate etiopi e le truppe del Fronte di liberazione del popolo tigrino (TPLF). Una guerra che ha provocato fino a 600.000 vittime secondo diverse stime ed è stata segnata da diffuse violazioni dei diritti umani, con potenziali crimini di guerra e contro l’umanità.

La guerra in Tigray

Il conflitto di oggi è in parte figlio dei nodi lasciati irrisolti – o dei passaggi mai applicati – dell’accordo di Pretoria che il 4 novembre 2022 ha messo fine alla prima guerra tigrina.

In realtà l’intesa non aveva comunque interrotto l’instabilità del nord del paese, con scontri che sono proseguiti a fasi alterne anche nelle vicine regioni dell’Amhara, a est, e dell’Afar, a ovest.

Così come avvenuto nel primo conflitto, anche le attuali ostilità vedono del resto il coinvolgimento anche di milizie provenienti da queste due regioni, oltre che dell’esercito eritreo.

Il timore è che la guerra si possa espandere ancora di più di quanto sia avvenuto con la prima. Le ostilità vanno poi collocate in uno scenario reso ancora più pericoloso da oltre tre anni di conflitto nel vicino Sudan. Conflitti collegati tra loro da alleanze a geometrie variabili che rischiano di far implodere tutta la regione. 

Tensioni di lunga data

In questo quadro vanno collocati i disordini che attraversano l’Oromia. Le tensioni sono riconducibili in buona parte agli scontri tra una milizia locale e il governo centrale, ma anche alle tensioni tra il gruppo armato non statale e altre organizzazioni analoghe della vicina regione Amhara.

Gli oromo lamentano una storica marginalizzazione politica in Etiopia, dove per lunghi anni il potere si è concentrato nelle mani delle élite originarie del Tigray.

Nel 2018, con la nomina al ruolo di primo ministro di Abiy Ahmed Ali, che è appunto originario dell’Oromia, in molti avevano previsto un possibile miglioramento delle condizioni della popolazione locale e delle tensioni con Addis Abeba. Poco dopo la nomina, si era anche giunti a un accordo di pace, che è però durato appena pochi mesi.

Le cose sono andate diversamente infatti, e la zona continua a essere segnata dalle attività dell’Oromia Liberation Army (OLA), braccio armato dell’Oromia Liberation Front (OLF) e principale gruppo armato attivo nella regione.

Dallo scorso settembre la milizia fa anche parte di un’alleanza di gruppi armati che si oppongono al governo, che comprende anche il TPLF. La tenuta di questa alleanza è però oggetto di discussione.

“Si comportano come sfruttatori”

Secondo quanto riferito da padre Catalán, i gruppi che stanno avanzando nella zona della missione di Haro Waato “si comportano principalmente come sfruttatori. Affermano di voler rovesciare il governo, come del resto fanno da anni, ma di base razziano cittadine e villaggi”.

Il missionario li definisce come “shane”, che è una parola amhara e il termine che utilizza il governo per riferirsi ai militanti dell’OLA. Una definizione che non è invece riconosciuta dai ribelli.

Va comunque evidenziato che negli anni l’OLF è anche andato incontro a una serie di scissioni interne e che esistono diversi gruppi armati che lottano per la causa oromo che possono non riconoscersi in questa organizzazione oggi.

“I miliziani – prosegue padre Catalán – dicono di voler uccidere soltanto i soldati, perché i civili sono la ‘loro gente’. In realtà anche i civili vengono ammazzati, oltre che sfruttati. Quando viene occupato un villaggio, gli si continua a chiedere cibo e denaro”.

Rispetto ai militari, il religioso afferma che “quelli presenti nella zona sono perlopiù inesperti e poco addestrati. E poi non conoscono il territorio bene quanto lo conoscono i ribelli. Le cittadine e le grandi aree circostanti vengono occupate senza troppo sforzo”. Il fronte meridionale, del resto, secondo il missionario, “al momento non preoccupa particolarmente il governo, che è concentrato nel nord”.

La fuga dalla missione

Stando a quanto riferisce padre Catalán, da alcuni mesi la situazione si era fatta comunque particolarmente complessa. Alla fine, circa tre settimane fa, “ci sono stati dei combattimenti molto più intensi, sono state riportate anche diverse vittime. Molta gente è fuggita – continua il missionario -. Quando anche noi abbiamo iniziato a sentire gli spari, siamo fuggiti verso Hawasa, in una nostra missione dove ci troviamo da circa due settimane”.

Gli effetti di questi attacchi sui civili sono stati devastanti. “È tutto fermo”, conferma il missionario comboniano. “I funzionari pubblici e dei municipi, le banche, le scuole si sono bloccate, anche perché molte persone sono scappate. Non vengono neanche organizzati i mercati, le persone non hanno da mangiare e quel poco di cui dispongono gli viene spesso richiesto dai ribelli”. 

Padre Catalán prosegue: “La maggior parte delle persone non ha lasciato la regione comunque, anzi, si sono quasi tutti stabiliti nella foresta, a poca distanza dai loro villaggi di origine”. Le prospettive per il prossimo futuro sono “molto negative. Se le cose continueranno così”, avverte padre Roman, “tra poco ci sarà la fame”.

Secondo quanto riportato la settimana scorsa dalla Ethiopian Human Rights Commission (EHRC), nel periodo compreso tra giugno 2024 e giugno 2026, tanto le forze armate regolari quanto i gruppi armati si sono macchiati di diverse violazioni dei diritti umani nei confronti della popolazione locale, compresi attacchi deliberati contro i civili ed esecuzioni extragiudiziali.

L’ultimo report dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) indica che nella regione vivono circa 750.000 persone sfollate, per lo più a causa delle ostilità.  

Padre Catalán sostiene che l’intensificarsi di queste ultime settimane possa essere collegato alla “guerra nel nord, che appunto sta tenendo molto occupato il governo, ma anche alla recente riconferma di Abiy come primo ministro da parte del Parlamento”.

Un passaggio, questo, ampiamente previsto dopo la schiacciante vittoria del suo Partito della Prosperità – PP (pure ampiamente prevista) alle elezioni legislative dello scorso giugno.

“I miliziani – conclude il missionario – ne hanno approfittato per dire: ‘Noi questo governo non lo vogliamo’”. 

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Conflitti e Terrorismo Congo (Rep. dem.) Pace e Diritti Podcast Politica e Società Stati Uniti
Altri temi: il Nobel per la Pace alla giurista sudafricana Navi Pillay e le sanzioni di Trump alla CPI / La tensione tra Marocco e Spagna dopo la visita dei reali iberici a Ceuta e Melilla
Africa Oggi podcast / Rd Congo, Kabila torna in campo con i ribelli dell’M23
16 Ottobre 2026
Articolo di Luca Delponte
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L'ex presidente Joseph Kabila e il capo militare dell'M23, generale Sultani Makenga, a Goma per il lancio del Fronte per la rifondazione nazionale (FRN) il 12 ottobre 2026
  • Nell’est della Rd Congo l’ex presidente Joseph Kabila assume la guida di una nuova coalizione politico-militare legata ai ribelli dell’M23. Alla ricerca di un posto nella spartizione. Quale ruolo giocano il Rwanda e i contractor americani? L’analisi di Luciano Pollichieni.

  • Il Nobel per la Pace alla giurista sudafricana Navi Pillay e le sanzioni dell’amministrazione Trump volte ad affossare la Corte penale internazionale. L’Europa dispone di uno strumento concreto per contrastare questo attentato alle istituzioni che regolano il diritto mondiale, ma se non lo usa adesso, finirà per esserne travolta, avverte Marco Mascia, del centro Ateneo per i Diritti Umani dell’Università di Padova.

  • Infine, la tensione tra Marocco e Spagna dopo la visita dei reali iberici a Ceuta e Melilla. Sullo sfondo, la disputa sulla sovranità delle due exclavi e le ferite ancora aperte della crisi migratoria dell’estate. Il servizio di Gianni Ballarini.

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Chiesa e Missione
Le celebrazioni in Tanzania e Malawi
18 ottobre 2026: la Giornata Missionaria Mondiale compie cent’anni
Anticipiamo qui un'estratto dell’articolo completo che uscirà nel numero di Nigrizia di novembre
16 Ottobre 2026
Articolo di Redazione
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Celebrazioni della GMM in Zambia

Cent’anni fa, il 14 aprile 1926, papa Pio XI istituì la Giornata Missionaria Mondiale (GMM). Il tema scelto da papa Leone XIV per il 18 ottobre 2026 è: «Uno in Cristo, uniti nella missione».

“La Chiesa, per sua natura è missionaria, in quanto essa trae origine dalla missione del Figlio e dalla missione dello Spirito Santo, secondo il disegno di Dio Padre”. Con queste parole il Concilio Vaticano II aveva definito la missione universale della Chiesa.

Le celebrazioni di preparazione in Tanzania e Malawi

“Nessun battezzato è estraneo o indifferente alla missione: tutti, ciascuno secondo la propria vocazione e condizione di vita, partecipano alla grande opera che Cristo affida alla sua Chiesa. Come ha più volte ricordato papa Francesco, la fede si rinforza donandola, e l’annuncio del Vangelo è sempre un’azione corale, comunitaria, sinodale…”.

Questo ha scritto papa Leone XIV spiegando il senso della Giornata Missionaria Mondiale che si celebra sotto l’egida delle Pontificie Opere Missionarie (POM). La GMM si celebrerà ovunque in Africa dopo una lunga preparazione con un grande numero di iniziative liturgiche, pubblicazioni, pellegrinaggi e settimane di spiritualità. 

Gli Uffici Nazionali delle POM hanno giocato un ruolo fondamentale nell’organizzazione delle iniziative.

In Tanzania, ad esempio, sono state poste in atto campagne di sensibilizzazione a livello diocesano e parrocchiale con lettere ufficiali a vescovi, sacerdoti, religiosi e fedeli pubblicando poster, opuscoli con descrizione dei contributi offerti fino ad oggi all’evangelizzazione e alle attività missionarie e il manifesto ufficiale della Giornata Missionaria, con il messaggio di papa Leone recante il tema della GMM di quest’anno.

A inizio ottobre, padre Alfred Kwene, direttore nazionale delle POM in Tanzania, ha trattato in radio il tema “il mese missionario e le Pontificie Opere Missionarie” mettendo l’accento sull’importanza di testimoniare e operare per la pace in un tempo segnato come l’attuale da conflitti in tutto il mondo.

Anche i responsabili delle POM di altre diocesi hanno trattato le sfide per i cristiani oggi sulla base del tema scelto da papa Leone.

Anche in Malawi, dove la Chiesa cattolica ha celebrato in settembre il 125° anno dalla sua fondazione, la GMM è stata preparata con vari eventi, tra i quali un corso di formazione per formatori dei Seminari minori e maggiori del Malawi, svoltosi presso il Seminario maggiore di San Pietro nella Diocesi di Zomba, e seguito da numerose attività pastorali organizzate dalle POM del Malawi sul tema della missione in varie diocesi.

Una celebrazione solenne presso lo Mzuzu Stadium, nel nord del paese, vedrà riuniti i membri della Conferenza episcopale e i rappresentanti dei fedeli provenienti da tutte le diocesi del paese, tra i quali centinaia di sacerdoti, religiose e religiosi e laici.

La solenne eucaristia celebrata nello stadio sarà presieduta da monsignor Peter Adrian Chifukwa, vescovo di Dedza, con padre Nguyen come ospite d’onore, in rappresentanza del papa.

La testimonianza di comunione delle chiese locali del Malawi ha confermato in tal modo le parole di papa Leone nel suo messaggio per i 100 anni della GMM in cui scrive: “L’unità missionaria non va intesa come uniformità, ma come convergenza dei diversi carismi per lo stesso scopo: rendere visibile l’amore di Cristo e invitare tutti all’incontro con Lui”. 

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Cinema Colonialismo Pace e Diritti Sudan
PLUS
Sudan / Intervista a Suzannah Mirghani
Il tempo di Nafisa
Lo sfruttamento coloniale, l’emancipazione femminile, il legame tra tradizioni e futuro. Tutto confluisce nelle vicende della protagonista di "Cotton Queen", primo lungometraggio di finzione di una cineasta sudanese. Nigrizia ha parlato con la regista di diritti, guerra e cinema
16 Ottobre 2026
Articolo di Sidney Cadot-Sambosi
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Nafisa, la protagonista di "Cotton Queen"

Questo articolo è uscito nella sezione “Afroculture” del numero di Nigrizia di ottobre 2026. 

Cotton Queen, della regista Suzannah Mirghani, è ritenuto il primo lungometraggio di finzione diretto da una donna sudanese. L’autrice vive in Qatar e ha anche la cittadinanza russa. Il film è ambientato in un villaggio sudanese ai giorni nostri: la 15enne Nafisa (Mihad Murtada) raccoglie il cotone e scopre l’amore sotto lo sguardo vigile della […]
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Conflitti e Terrorismo Cooperazione Italia Politica e Società Sudan
Roma rinsalda i rapporti diplomatici con il regime militare
Il nuovo ambasciatore italiano in Sudan e il nodo della cooperazione
Per la Farnesina, "il Sudan è un paese prioritario per la Cooperazione allo sviluppo” con 33 milioni di euro già stanziati per interventi di emergenza e un portfolio globale per la crisi di 149 milioni di euro
15 Ottobre 2026
Articolo di Bruna Sironi, da Nairobi
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Il generale Abdel Fattah al-Burhan riceve le credenziali dall'ambasciatore Silvio Mignano

Dallo scorso 5 agosto, l’Italia ha un nuovo ambasciatore in Sudan. È Silvio Mignano, diplomatico di lungo corso con precedenti incarichi in Venezuela, nei Caraibi e in Svizzera. Rientrato a Roma, al ministero degli Esteri, nel settembre 2023, ha lavorato nel servizio per gli affari giuridici, per il contenzioso diplomatico e per i trattati.

Ha avuto l’incarico come ambasciatore straordinario e plenipotenziario, il massimo grado della carriera diplomatica e segno di speciale interesse per i rapporti con il paese assegnato.

Ha presentato le credenziali al generale Abdel Fattah al-Burhan, capo dell’esercito e presidente della giunta militare al potere in Sudan dall’ottobre del 2021, quando, insieme alle allora alleate milizie Forze di supporto rapido (RSF) ha rovesciato il governo civile di transizione, emerso dalla mobilitazione popolare che aveva portato alla fine del regime islamista del presidente Omar al-Bashir, che aveva governato il paese per una trentina d’anni.

Secondo tutti gli analisti politici esperti di Sudan, nel colpo di Stato del 2021 sta una delle più importanti cause scatenanti del conflitto, scoppiato alla metà di aprile del 2023 e che sta ancora devastando il paese.

Nonostante la sede dell’ambasciata resti ad Addis Abeba per motivi di sicurezza, la cerimonia di accreditamento si è svolta nel palazzo presidenziale di Khartoum. Un palazzo frettolosamente restaurato per il recentissimo ritorno della giunta militare nella capitale – e del governo apparentemente civile da lei nominato e dominato – dopo anni di lavoro da Port Sudan.

In una città che ancora mostra i gravissimi danneggiamenti subiti fin dai primi giorni dei combattimenti tra i due ex alleati, l’esercito, appunto, e le RSF, che guidano una cordata di forze militari e politiche, conosciuta come Tasis o Alleanza per la fondazione del Sudan, che ha un suo governo che siede a Nyala, capoluogo del Darfur meridionale.

Come sottolinea il comunicato dell’ambasciata stessa, Mignano è stato il primo ambasciatore di un paese europeo ad accreditarsi presso la giunta militare sudanese che funziona da governo del paese, seguito, il 13 settembre scorso, dalla Spagna. Di recente la giunta militare ha rivolto anche alla Francia l’invito a riaprire la sua ambasciata a Khartoum. Ma l’Italia non ha mai interrotto i rapporti diplomatici con il paese, nemmeno dopo lo scoppio del conflitto.   

Sospeso dall’UA

Val la pena ricordare che il Sudan è stato sospeso dall’Unione Africana al momento del golpe militare e non è ancora stato riammesso, nonostante le innumerevoli richieste di rivedere la situazione.

L’ennesima delegazione dell’organizzazione visiterà Khartoum prossimamente, ma non è detto che il Sudan potrà riavere il suo posto nell’assemblea continentale. Non risulta, infatti, che siano state accolte positivamente le richieste avanzate per la sua riammissione.

Sostanzialmente possono essere riassunte in due punti: il ripristino di un governo civile di transizione, dunque inclusivo di tutte le forze in campo, e dell’ordine democratico.

Sembra, insomma, che l’UA, almeno fino a questo momento, non ritenga legittimo il governo di Khartoum, nonostante gli sforzi di accreditamento internazionale fatti in questi anni, mentre il nostro paese ha già scelto da che parte stare.

Nonostante il Sudan sia effettivamente diviso in due e nonostante le critiche avanzate da diverse parti sulla normalizzazione delle relazioni diplomatiche con una giunta militare, e con quella sudanese in particolare.

Un riconoscimento implicito del regime

In un rapporto del MIT Center for International Studies, un centro studi americano, dell’Università di Cambridge, nel Massachusetts, si sostiene che in Sudan si vede che cosa succede quando si riconosce una giunta (Sudan is what happens when you recognize a junta). E quando si insiste nel mettere intorno ad un tavolo gli interlocutori militari, invece delle forze che si oppongono al conflitto, si può aggiungere.

I gruppi della società civile, le organizzazioni per la difesa dei diritti umani e diversi analisti politici sono molto critici rispetto all’attuale posizione di riconoscimento di fatto della giunta militare, portata fino alla normilizzazione dei rapporti diplomatici da parte del nostro governo, insieme ad altri esecutivi, in particolare quelli autoritari della regione e alcune monarchie del Golfo.

La loro analisi dice che questa posizione legittima il golpe militare, minaccia la transizione democratica del paese, fomenta la guerra civile e aggrava la già gravissima situazione umanitaria.

Altri sottolineano come la comunità internazionale, e il nostro governo per quanto ci riguarda, si siano di fatto adeguati all’azione di pressione della giunta militare (in qualche caso è stato usato il termine di bullizzazione) che, per raggiungere i propri obiettivi, ha giocato sul fattore tempo che avrebbe fatto passare la crisi sudanese in secondo piano rispetto ad altre che sarebbero intanto scoppiate, alleggerendo le richieste di riprendere il processo di transizione democratica passando ad un governo civile.

Ha giocato anche sul rifiuto di fatto di qualsiasi tavolo negoziale, persino per l’apertura di corridoi umanitari, capitalizzando sul controllo dell’unico porto del paese, Port Sudan, da cui avrebbero dovuto passare la gran parte degli aiuti alla popolazione martirizzata. Riuscendo a controllare saldamente così anche le operazioni umanitarie e affamando le zone del paese al di fuori della sua giurisdizione.

Anche in questo il nostro governo si è fatto trascinare, come uno dei donatori di peso in questi anni di guerra.

Paese prioritario per la Cooperazione

Secondo un comunicato del ministero degli Esteri in occasione della terza conferenza dei donatori per il Sudan, svoltasi a Berlino la scorsa primavera, dal 2023, anno di inizio del conflitto, l’Italia ha stanziato oltre 33 milioni di euro per interventi di emergenza (18,5 milioni attraverso organizzazioni internazionali; 14,65 milioni per progetti bilaterali realizzati da organizzazioni italiane).

Sul comunicato si legge anche che “Il Sudan è un paese prioritario per la Cooperazione italiana allo sviluppo”. Infine si dichiara che il portfolio italiano globale per la crisi sudanese è di 142 milioni di euro, più 7 milioni di euro gestiti direttamente dall’Agenzia per la cooperazione (AICS) di Addis Abeba, che in questo momento ha competenza anche sul Sudan.

Inoltre, l’Italia ha lanciato l’iniziativa “Italy for Sudan” che ha organizzato l’invio di 132 tonnellate di aiuti e lo stanziamento di 5 milioni di euro alla FAO per interventi in agricoltura e di 1 milione alla Croce Rossa per garantire il rifornimento idrico in alcuni campi di sfollati.

Stanziamenti notevoli, soprattutto se paragonati a quelli effettuati in occasione di crisi similari e se valutati a fronte degli stanziamenti globali per la cooperazione internazionale degli ultimi anni.

Viene da chiedersi dove siano approdati e dove siano stati distribuiti questi aiuti. La gran parte nel Sudan orientale, controllato dalla giunta militare, almeno a quanto si legge su un comunicato dell’Ansa del 4 luglio scorso in cui si racconta dell’ultima visita in Sudan dell’ambasciatore precedente, Michele Tommasi, che finiva in quei giorni il proprio mandato prima del trasferimento a Dakar.

L’ambasciatore uscente era accompagnato dal direttore dell’AICS, Marco Riccado Rusconi, e dal direttore dell’ufficio AICS di Addis Abeba, Michele Morana.

Aiuti umanitari e propaganda

Per concludere, un paio di note su come sono usati gli aiuti umanitari in Sudan in questo periodo. Nei mesi scorsi, appena l’esercito riprendeva il controllo di una zona precedentemente controllata dalle RSF, minacciava, e spesso arrestava, i volontari delle Emergency Response Rooms e delle cucine comunitarie, le organizzazioni di base che avevano potuto organizzare servizi di aiuto alla popolazione.

Nei campi di sfollati attorno a Port Sudan, almeno fino a pochi mesi fa, poteva operare solo il servizio umanitario della giunta militare. Portare aiuti “privati” poteva essere pericoloso per la sicurezza personale e per l’accreditamento dell’organizzazione.

Questi episodi, ampiamente provati, e altri del genere, quotidiani e anche più gravi, chiariscono una frase quasi incomprensibile per chi non conosce le dinamiche dei conflitti di questo periodo: gli aiuti vengono usati come armi nella guerra.

Cioè servono più per organizzare il consenso della popolazione, che non per soddisfare i suoi bisogni di base, e per affamare la popolazione non controllata in modo da mettere in crisi l’avversario.

Questo non vuol dire che non si debba portare soccorso alla popolazione, anzi. Ma significa che si avrebbe il dovere di cercare di bypassare le parti che si contendono il potere sul campo di battaglia, e in Sudan questo è stato, ed è, possibile.

Le Emergency Response Rooms, ad esempio, sono state nominate per due anni consecutivi per il Premio Nobel per la pace e hanno vinto nel 2025 il Right Livelihood Award, proprio per il servizio volontario e incondizionato a favore della popolazione presa in mezzo alla guerra scatenata per il potere e le risorse del paese.

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