“Siamo dovuti andare via dalla missione e ormai da due settimane siamo ad Hawasa, a oltre 150 chilometri a nord. Da mesi sentivamo voci sull’avvicinamento dei ribelli, che stanno conquistando sempre più terreno e seminano la paura tra la popolazione.
Con la guerra nel nord e il giuramento del premier Abiy, hanno deciso di intensificare gli attacchi. Quando abbiamo sentito gli spari, siamo dovuti fuggire”. A parlare con Nigrizia è padre Ramón Navarro Catalán, missionario comboniano spagnolo che vive in Etiopia da oltre 45 anni.
La missione da cui lui e altri confratelli sono dovuti andare via si trova ad Haro Waato, nella parte meridionale della regione dell’Oromia. La comunità è situata circa 150 chilometri a sud-est di Hawasa, nella regione dei Sidama, e a 440 chilometri di strada verso sud dalla capitale Addis Abeba.
La regione dell’Oromia è un grande territorio che occupa parte del centro-sud e del centro-est dell’Etiopia, di fatto circondando la capitale. Da anni è al centro di una diffusa instabilità, come tutto il resto del paese.
Il 23 settembre scorso si è riaperto un conflitto nella regione settentrionale del Tigray, quattro anni dopo la fine di due anni di ostilità tra le forze armate etiopi e le truppe del Fronte di liberazione del popolo tigrino (TPLF). Una guerra che ha provocato fino a 600.000 vittime secondo diverse stime ed è stata segnata da diffuse violazioni dei diritti umani, con potenziali crimini di guerra e contro l’umanità.
La guerra in Tigray
Il conflitto di oggi è in parte figlio dei nodi lasciati irrisolti – o dei passaggi mai applicati – dell’accordo di Pretoria che il 4 novembre 2022 ha messo fine alla prima guerra tigrina.
In realtà l’intesa non aveva comunque interrotto l’instabilità del nord del paese, con scontri che sono proseguiti a fasi alterne anche nelle vicine regioni dell’Amhara, a est, e dell’Afar, a ovest.
Così come avvenuto nel primo conflitto, anche le attuali ostilità vedono del resto il coinvolgimento anche di milizie provenienti da queste due regioni, oltre che dell’esercito eritreo.
Il timore è che la guerra si possa espandere ancora di più di quanto sia avvenuto con la prima. Le ostilità vanno poi collocate in uno scenario reso ancora più pericoloso da oltre tre anni di conflitto nel vicino Sudan. Conflitti collegati tra loro da alleanze a geometrie variabili che rischiano di far implodere tutta la regione.
Tensioni di lunga data
In questo quadro vanno collocati i disordini che attraversano l’Oromia. Le tensioni sono riconducibili in buona parte agli scontri tra una milizia locale e il governo centrale, ma anche alle tensioni tra il gruppo armato non statale e altre organizzazioni analoghe della vicina regione Amhara.
Gli oromo lamentano una storica marginalizzazione politica in Etiopia, dove per lunghi anni il potere si è concentrato nelle mani delle élite originarie del Tigray.
Nel 2018, con la nomina al ruolo di primo ministro di Abiy Ahmed Ali, che è appunto originario dell’Oromia, in molti avevano previsto un possibile miglioramento delle condizioni della popolazione locale e delle tensioni con Addis Abeba. Poco dopo la nomina, si era anche giunti a un accordo di pace, che è però durato appena pochi mesi.
Le cose sono andate diversamente infatti, e la zona continua a essere segnata dalle attività dell’Oromia Liberation Army (OLA), braccio armato dell’Oromia Liberation Front (OLF) e principale gruppo armato attivo nella regione.
Dallo scorso settembre la milizia fa anche parte di un’alleanza di gruppi armati che si oppongono al governo, che comprende anche il TPLF. La tenuta di questa alleanza è però oggetto di discussione.

“Si comportano come sfruttatori”
Secondo quanto riferito da padre Catalán, i gruppi che stanno avanzando nella zona della missione di Haro Waato “si comportano principalmente come sfruttatori. Affermano di voler rovesciare il governo, come del resto fanno da anni, ma di base razziano cittadine e villaggi”.
Il missionario li definisce come “shane”, che è una parola amhara e il termine che utilizza il governo per riferirsi ai militanti dell’OLA. Una definizione che non è invece riconosciuta dai ribelli.
Va comunque evidenziato che negli anni l’OLF è anche andato incontro a una serie di scissioni interne e che esistono diversi gruppi armati che lottano per la causa oromo che possono non riconoscersi in questa organizzazione oggi.
“I miliziani – prosegue padre Catalán – dicono di voler uccidere soltanto i soldati, perché i civili sono la ‘loro gente’. In realtà anche i civili vengono ammazzati, oltre che sfruttati. Quando viene occupato un villaggio, gli si continua a chiedere cibo e denaro”.
Rispetto ai militari, il religioso afferma che “quelli presenti nella zona sono perlopiù inesperti e poco addestrati. E poi non conoscono il territorio bene quanto lo conoscono i ribelli. Le cittadine e le grandi aree circostanti vengono occupate senza troppo sforzo”. Il fronte meridionale, del resto, secondo il missionario, “al momento non preoccupa particolarmente il governo, che è concentrato nel nord”.
La fuga dalla missione
Stando a quanto riferisce padre Catalán, da alcuni mesi la situazione si era fatta comunque particolarmente complessa. Alla fine, circa tre settimane fa, “ci sono stati dei combattimenti molto più intensi, sono state riportate anche diverse vittime. Molta gente è fuggita – continua il missionario -. Quando anche noi abbiamo iniziato a sentire gli spari, siamo fuggiti verso Hawasa, in una nostra missione dove ci troviamo da circa due settimane”.
Gli effetti di questi attacchi sui civili sono stati devastanti. “È tutto fermo”, conferma il missionario comboniano. “I funzionari pubblici e dei municipi, le banche, le scuole si sono bloccate, anche perché molte persone sono scappate. Non vengono neanche organizzati i mercati, le persone non hanno da mangiare e quel poco di cui dispongono gli viene spesso richiesto dai ribelli”.
Padre Catalán prosegue: “La maggior parte delle persone non ha lasciato la regione comunque, anzi, si sono quasi tutti stabiliti nella foresta, a poca distanza dai loro villaggi di origine”. Le prospettive per il prossimo futuro sono “molto negative. Se le cose continueranno così”, avverte padre Roman, “tra poco ci sarà la fame”.
Secondo quanto riportato la settimana scorsa dalla Ethiopian Human Rights Commission (EHRC), nel periodo compreso tra giugno 2024 e giugno 2026, tanto le forze armate regolari quanto i gruppi armati si sono macchiati di diverse violazioni dei diritti umani nei confronti della popolazione locale, compresi attacchi deliberati contro i civili ed esecuzioni extragiudiziali.
L’ultimo report dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) indica che nella regione vivono circa 750.000 persone sfollate, per lo più a causa delle ostilità.
Padre Catalán sostiene che l’intensificarsi di queste ultime settimane possa essere collegato alla “guerra nel nord, che appunto sta tenendo molto occupato il governo, ma anche alla recente riconferma di Abiy come primo ministro da parte del Parlamento”.
Un passaggio, questo, ampiamente previsto dopo la schiacciante vittoria del suo Partito della Prosperità – PP (pure ampiamente prevista) alle elezioni legislative dello scorso giugno.
“I miliziani – conclude il missionario – ne hanno approfittato per dire: ‘Noi questo governo non lo vogliamo’”.