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Eritrea Politica e Società
Asmara accusa il blocco regionale d’aver “tradito il suo mandato e perso la sua autorità”. Dietro la decisione anche le crescenti tensioni con l’Etiopia
L’Eritrea annuncia il suo ritiro dall’IGAD
15 Dicembre 2025
Articolo di Redazione
Tempo di lettura 2 minuti
Il presidente eritreo Isaias Afwerki

L’Eritrea ha deciso per la seconda volta di lasciare il blocco regionale IGAD (Autorità intergovernativa per lo sviluppo) che include Etiopia, Kenya, Sudan, Sud Sudan, Uganda e Gibuti, creato nel 1986.

L’organizzazione, finalizzata a promuovere la stabilità regionale e la sicurezza alimentare nell’Africa orientale, era stata già abbandonata dall’Eritrea nel 2007 in seguito alla disputa di confine con l’Etiopia. Asmara era poi rientrata nel giugno 2023 nell’organismo regionale. Il ministero degli Esteri eritreo ha accusato in quest’occasione l’IGAD di essersi schierata a favore dell’Etiopia nelle controversie regionali.

“L’Eritrea si trova costretta a ritirare la propria adesione a un’organizzazione che ha tradito il suo mandato e perso la sua autorità senza offrire alcun vantaggio strategico percepibile a tutti i suoi elettori e non riuscendo a contribuire in modo sostanziale alla stabilità della regione”, si legge in una nota del ministero dell’Informazione.

Dal canto loro, i responsabili dell’organizzazione, rammaricandosi per la decisione dell’Eritrea, “presa senza la presentazione di proposte concrete o un impegno su specifiche riforme istituzionali o politiche”, hanno fatto notare che in realtà, da quando il paese è tornato nell’unione “non ha partecipato alle riunioni, né ai programmi o alle attività dell’IGAD”.

Il ritiro si verifica in un momento in cui le tensioni tra Eritrea ed Etiopia sono nuovamente aumentate.

Come noto, nel 1993, dopo una decennale battaglia per l’indipendenza, l’Eritrea si era ufficialmente separata dall’Etiopia, lasciando quest’ultima priva di sbocchi sul mare. Dal 2023, pertanto, il primo ministro etiopico Abiy Ahmed ha insistito nel chiedere l’accesso al Mar Rosso attraverso l’Eritrea, ricevendo da Asmara risposte stizzite. Un crescendo di tensione che fa temere lo scoppio di un nuovo conflitto.

Tra l’altro, nel 2009, l’Eritrea aveva rotto i rapporti diplomatici con Gibuti, che ospita la sede centrale dell’IGAD, a seguito di una disputa di confine tra i due paesi. Un elemento che spiega la decisione dell’Eritrea è, inoltre, il fatto che l’ex ministro degli Esteri etiopico Workneh Gebyehu sia attualmente segretario esecutivo dell’IGAD. Cosa che ha contribuito ad accrescere i sospetti di Asmara nei confronti dell’organizzazione.

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Conflitti e Terrorismo Economia Italia Mozambico Politica e Società
Il capo dello stato incontro Mattarella e Meloni. Firmati diversi accordi bilaterali, ma sui crimini del Frelimo nessuna pressione
Mozambico: il presidente Chapo in Italia, fra economia e diritti umani ignorati
Il leader di Maputo si è recato anche in visita da Sant'Egidio, dove si è parlato di pace
15 Dicembre 2025
Articolo di Luca Bussotti
Tempo di lettura 5 minuti
La presidente del Consiglio Meloni e il presidente Chapo a Roma. (Credits: Presidenza del Consiglio dei ministri)

La prima visita in Italia del presidente della Repubblica del Mozambico, Daniel Chapo, dal 9 all’11 dicembre, ha subito assunto i contorni di una rinnovata opzione strategica. A farla da padrona è stata la cosiddetta “diplomazia economica”, affiancata dall’immancabile incontro con la Comunità di Sant’Egidio, il soggetto che più di tutti contribuì alla firma dell’Accordo Generale di Pace fra governo mozambicano e ribelli della Renamo, nell’ormai lontano 1992.

Frelimo, partner “affidabile”

Da allora, le relazioni fra Italia e Mozambico hanno conosciuto alti e bassi, come sovente accade fra un paese occidentale senza grande presenza nel Sud globale come l’Italia, e uno africano come il Mozambico.

Tuttavia, il credito dell’Italia verso Maputo, maturato sul terreno diplomatico di una pace che sembrava al tempo impossibile, ha continuato a caratterizzare i rapporti bilaterali fra i due paesi, con una costante: il partito da sempre al potere, il Frelimo, ha goduto della ininterrotta fiducia di Roma, indipendentemente dal colore dei governi che si sono succeduti alla guida del Bel paese.

Niente ha incrinato questa fiducia. A esempio non c’è riuscito lo scandalo del debito pubblico occulto, che sotto la presidenza di Armando Guebuza, fra il 2013 e 2014, implicò la sottrazione di due miliardi di dollari alle casse dello stato.

Uno schema, quello che ha permesso questo enorme furto ai danni del paese, orchestrato da politici e altri boiardi di stato. Fra loro sono finiti dietro le sbarre Ndambi Guebuza, figlio dell’ex capo di stato, vertici dei servizi di intelligence mozambicana (il SIS) nonchè l’ex ministro delle Finanze Manuel Chang, condannato dalla giustizia degli Stati Uniti.

Neanche lo scivolamento verso pratiche autoritarie, culminate, nel 2024, con la contestata elezione proprio di Chapo alla presidenza della Repubblica ha prodotto uno spostamento nella posizione di Roma rispetto al Mozambico. Questo nonostante la crisi degenerata dopo il voto sia costata la vita a circa 400 giovani che manifestavano nelle piazze di tutto il paese, reclamando il riconteggio dei voti, o l’annullamento delle elezioni.

Non stupisce quindi, che nessuna delle spinose questioni appena ricordate sia stata toccata nei vari incontri di Chapo nella sua tre giorni di visita italiana. Né durante l’incontro con l’omologo e padrone di casa Sergio Mattarella, né in quello con la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, né alla tavola rotonda organizzata con le imprese italiane.

Piano Mattei docet

È un approccio, questo, in linea con la realpolitik del Piano Mattei, che privilegia l’approfondimento delle relazioni economiche, derubricando a questione interne processi elettorali poco trasparenti e gravi violazioni dei diritti umani.

Un modello, occorre ricordarlo, che non sembra essere condiviso da altri paesi europei. Uno fra i principali donatori bilaterali del Mozambico, la Svezia, ha da pochi giorni annunciato la fine della cooperazione con Maputo, insieme a quella con lo Zimbabwe, Tanzania e Liberia (e Bolivia, fuori dall’Africa).

Le motivazioni ufficiali di Stoccolma indicano una diminuzione generale del sostegno allo sviluppo e un riorientamento della strategia degli aiuti, principalmente verso l’Ucraina. Colpisce però che almeno tre dei paesi africani coinvolti siano apertamente autoritari e in peggioramento per quanto riguarda il rispetto dei diritti politici (oltre a Maputo, si respira una brutta aria ad Harare e ancora di più a Dodoma, appena passata da una crisi elettorale ancora più violente di quella mozambicana del 2024, con migliaia di vittime fra coloro che hanno manifestato contro il governo).

Come suggerito anche da analisti mozambicani, è probabile che  uno dei motivi sia la mancanza di garanzie minime, in questi paesi, del rispetto dei diritti fondamentali. 

L’incontro con Sant’Egidio

Se, dunque, la visita di Chapo è scivolata via fra nuovi accordi bilaterali firmati nei settori di assistenza giudiziaria, protezione civile e digitalizzazione e promesse per un nuovo sviluppo del paese mediante interventi di società italiane, l’altro momento centrale è stato l’incontro coi vertici della Comunità di Sant’Egidio.

Comunità che, più o meno nelle stesse ore, a Maputo, stava ricevendo l’illustre visita del segretario di stato vaticano, Cardinale Parolin, recatosi in Mozambico per richiamare l’attenzione internazionale sulla tragedia di Cabo Delgado.

A Roma, Sant’Egidio e Chapo si sono soffermati su tematiche inerenti alla pace in Mozambico: una pace in realtà mai veramente instauratasi, nonostante gli Accordi del 1992, ma che continua a essere celebrata ancora oggi, nonostante il suo sostanziale fallimento.

Sant’Egidio porta avanti nel paese molti, importanti progetti umanitari, come Dreams, incentrato nella cura e la prevenzione dell’Aids/Hiv o per l’ accoglienza dei rifugiati risultanti dal conflitto di Cabo Delgado.

Fra accordi economici e interventi umanitari, i diritti umani sembrano ormai relegati in secondo o terzo piano. La visita in Italia di Chapo sembra dunque consolidare la credibilità del sistema di potere del Frelimo, che in patria sembra in una crisi irreversibile, ma che riesce ancora a usare il proprio soft power per accreditarsi coi partner internazionali, di cui l’Italia rappresenta un ottimo esempio.

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Conflitti e Terrorismo Mostafa El Ayoubi Sudan
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Al Kantara / Dicembre 2025
Terre, oro e petrolio Darfur al centro degli interessi arabi
La lotta per il dominio di quell’area vede la popolazione civile come principale vittima, mentre paesi esteri influenzano il conflitto per trarne benefici economici e geopolitici
15 Dicembre 2025
Articolo di Mostafa El Ayoubi
Tempo di lettura 1 minuti
Miliziani delle RSF a Nyala, nel Darfur Meridionale

Questo articolo è uscito nel numero di Nigrizia di dicembre 2025.

La carneficina avvenuta a fine ottobre scorso nella città di El Fasher, nel Darfur settentrionale, ha riacceso i riflettori sulla sanguinosa guerra che attanaglia il Sudan da circa tre anni. Essa contrappone il generale Abdel Fattah al-Burhan, capo dell’esercito regolare, a Mohamed Dagalo, alias Hemeti, leader della milizia paramilitare delle Forze d’intervento rapido (RSF). Dopo […]
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Antonella Sinopoli Arte e Cultura Benin Senegal
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Pepite d'Africa / Dicembre 2025
La danza contemporanea africana, ovvero Germaine Acogny
L’artista beninese, 81 anni, ha fatto degli stereotipi del retaggio coloniale dei punti di forza per creare uno stile unico e una carriera irripetibile. Un nuovo codice che ha varcato le frontiere fisiche e quelle mentali di razzismo e patriarcato
12 Dicembre 2025
Articolo di Antonella Sinopoli
Tempo di lettura 1 minuti

Questo articolo è uscito nel numero di Nigrizia di dicembre 2025.

Il suo nome è e sarà per sempre legato alla danza contemporanea africana. Perché è lei ad averla fondata, portata sui palcoscenici di tutto il mondo. Germaine Acogny, che tra qualche mese compirà 82 anni, ha saputo usare gli stereotipi del retaggio coloniale come punti di forza. Ma non c’è solo questo. Lei ha creato […]
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Mauritania Pace e Diritti Politica e Società
Nuova raffica di arresti in occasione delle commemorazioni del massacro di Inal contro soldati afro-mauritani. In manette attivisti e difensori dei diritti umani che lottano per memoria, verità e giustizia per i propri cari, giustiziati in circostanze mai chiarite
Mauritania: l’unità nazionale resta un miraggio
Più di trentacinque anni dopo il sanguinoso periodo del "passif humanitaire" la questione razziale e la discriminazione della popolazione nera del paese resta una ferita aperta
12 Dicembre 2025
Articolo di Nadia Addezio
Tempo di lettura 5 minuti

Da festa nazionale a giorno di lutto. Il 28 novembre è da più di 30 anni una data fortemente divisiva in Mauritania. Mentre una parte della popolazione festeggia l’anniversario dell’indipendenza dalla Francia, l’altra sfila in abiti di lutto per ricordare il massacro di Inal, avvenuto nel 1990. Così è stato anche quest’anno. La reazione è stata un’ondata di arresti che ha colpito attivisti e difensori dei diritti umani che si battono per la memoria, la verità e la giustizia per i propri cari, giustiziati in circostanze mai chiarite.

Tra questi ci sono Dieynaba N’Diom, sociologa e attivista per i diritti delle donne; diversi militanti dell’Iniziativa per la rinascita del movimento abolizionista (IRA) come il giornalista Kaaw Lô, Jemila Ahmed e Hawa Diallo; attivisti della società civile come Moctar Keita, Moussa Soumaré, Abdallah Ould Mohamed Mahmoud e Moussa Thiam.

È stata arrestata anche Baalal Maïmouna Sall, vicepresidente del Collettivo delle vedove. Secondo quanto riporta la Federazione internazionale dei diritti umani (FIDH), le donne sono state rilasciate su cauzione mentre gli uomini sono stati posti sotto sorveglianza giudiziaria e non potranno lasciare Nouakchott.

La repressione a cadenza fissa

Le retate sono iniziate il 26 novembre, quando diversi militanti per i diritti umani si stavano recando nelle città meridionali di Maghama, Kaédi, Bababé, Boghé e Djéol. Secondo quanto documentato dal deputato Khally Diallo, ci sono stati abusi e violenze.

Tra le persone arrestate c’era Abdoulaye Bâ, detto “dottor Bâ”: responsabile della sezione immigrazione dell’IRA, Bâ era stato arrestato il 26 aprile e condannato a giugno a un anno di carcere con l’accusa di “incitamento all’odio e reati informatici”. Il motivo? Aveva pubblicato un video dove chiedeva al ministro dell’Interno, Mohamed Ahmed Ould Mohamed Lemine, di interrompere gli arresti dei migranti irregolari e degli afro-mauritani, oltre che le loro espulsioni dal paese. Bâ ha lasciato il carcere il 2 ottobre scorso con la sospensione della pena di sei mesi. Ora si trova in custodia cautelare con Demba Sall, attivista molto noto in Mauritania, nel carcere di Aleg.

La loro prigionia fa parte della prassi annuale a ridosso della festa dell’indipendenza. Il tentativo delle autorità è chiaro: evitare i disordini negando il dovere della memoria, nonché la pretesa di verità e giustizia.

Il massacro di Inal

Nella notte tra il 27 e il 28 novembre 1990, 28 soldati afro-mauritani furono uccisi nel complesso militare di Inal. «Sono stati acquartierati, sepolti vivi, fucilati e impiccati per celebrare l’indipendenza del paese», spiegava il presidente del Comitato Inal-France, Youba Dianka, a Global Voices. Dianka sottolineava che le atrocità non si sono limitate a Inal, ma «si sono verificate ad Azlatt, Sory Malé, Wothie, Walata, Jreida e nella valle».

Secondo Mahamadou Sy, scrittore sopravvissuto ai campi di tortura, si conterebbero fino a 33 persone morte a Inal. Le altre cinque sarebbero infatti decedute per sfinimento dalle torture. Lo racconta nel suo libro-testimonianza “L’Enfer d’Inal. Mauritanie: l’horreur des camps”, pubblicato nel 2000.

In un frammento l’autore scrive: “Le impiccagioni durarono più di un’ora. Dopodiché, come animali spinti dall’odore del sangue, il gruppo di carnefici, preso da un’euforia collettiva, si rivoltò contro gli altri prigionieri e picchiò qualsiasi cosa si muovesse. Come conseguenza di questa follia collettiva, morirono altre cinque persone”.  

Il “passif humanitaire” e le discriminazioni verso gli afro-mauritani

Il massacro di Inal s’inserisce nel periodo andato tra la metà degli anni ‘80 e i primi anni ‘90, noto come “passif humanitaire”, quando sotto il regime di Maaouya Ould Sid’Ahmed Taya si ebbero esecuzioni extragiudiziali di militari e civili afro-mauritani (di etnia e lingua fulani, soninké, wolof, bambara); deportazioni ed espulsioni di massa verso il Senegal e il Mali; detenzioni arbitrarie, torture e sparizioni forzate; confisca delle terre e di proprietà appartenenti agli afro-mauritani.

Da allora, la discriminazione nei loro confronti, portata avanti dal gruppo etnico arabo-berbero beydan (al potere) non si è mai esaurita. Ciò benché gli afro-mauritani rappresentino assieme agli haratin (discendenti da persone rese schiave, arabofoni) il 70% della popolazione complessiva, pari a 4,9 milioni di abitanti.

Le rivendicazioni degli afro-mauritani nascono da tutto questo. Oggi il governo mauritano guidato da Mohamed Ould Ghazouani non intende minimamente sanare un trauma che si perpetua di generazione in generazione. Al contrario, lo scorso ottobre ha proposto un indennizzo di 26 miliardi di vecchie ouguiyas (circa 56 milioni di euro) alle vittime sopravvissute e alle famiglie delle vittime del Passif humanitaire, nel tentativo di mettere un punto definitivo a questo capitolo della storia del paese.

Una mossa che sfrutta la condizione di forte povertà in cui vivono queste persone, già soggette a un’esclusione sistemica da tutti i settori della vita cittadina, a partire dall’impossibilità di ottenere documenti di riconoscimento.

Intanto la violenza e la repressione nei confronti degli afro-mauritani aumentano. A restare fuori, ancora una volta, è un processo di riparazione fondato sul diritto alla giustizia e alla verità.

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