Nigrizia

La redazione si prende una pausa. Dall'1 al 16 agosto il sito non sarà aggiornato. Ci rivediamo online lunedì 17 agosto
Nigrizia va in vacanza
01 Agosto 2026
Articolo di Redazione
Tempo di lettura 0 minuti
Copyright © Nigrizia - Per la riproduzione integrale o parziale di questo articolo contattare previamente la redazione: redazione@nigrizia.it
Conflitti e Terrorismo Italia Politica e Società Sudan Unione Europea
Il testo presentato dai deputati Lia Quartapelle (PD) e Paolo Ciani (DS) e dal senatore Graziano Delrio (PD) dopo la conferenza stampa del 28 luglio promossa da Fondazione Nigrizia ETS
Sudan: interpellanza al governo sull’oro che finanzia la guerra
I promotori chiedono quali informazioni siano disponibili sui flussi di oro riconducibili al Sudan che, passando attraverso Emirati Arabi Uniti, Svizzera o altri paesi terzi, raggiungono il mercato italiano ed europeo, e quali misure intenda adottare l’Italia per evitare che tali importazioni possano contribuire, anche indirettamente, al finanziamento del conflitto. Di seguito il testo
31 Luglio 2026
Articolo di Redazione
Tempo di lettura 4 minuti

Dal 2023 il Sudan è attraversato da un conflitto tra le Forze armate sudanesi (SAF) e le Forze di supporto rapido (RSF), che ha provocato una gravissima crisi umanitaria, la distruzione di infrastrutture essenziali e lo sfollamento di milioni di persone.

Il controllo dell’estrazione, del commercio e del traffico illecito dell’oro rappresenta una delle principali fonti di finanziamento delle parti in conflitto e contribuisce a prolungare la guerra.

Secondo le informazioni raccolte da Fondazione Nigrizia ETS e da una rete di organizzazioni della società civile impegnate per la pace in Sudan, dal confronto tra le statistiche ufficiali sulle esportazioni sudanesi e quelle relative alle importazioni dei Paesi partner emergerebbe che ogni anno tra il 50 e il 70 per cento dell’oro prodotto in Sudan viene commercializzato illegalmente. La produzione complessiva sarebbe pari a circa 70 tonnellate annue, per un valore stimato tra 9 e 12 miliardi di dollari.

Le RSF farebbero uscire l’oro dal Sudan prevalentemente attraverso il Ciad, la Libia e il Sud Sudan, anche mediante successive triangolazioni attraverso Kenya e Uganda, mentre le SAF utilizzerebbero soprattutto le rotte che attraversano l’Egitto e, in misura minore, l’Eritrea.

Nonostante la diversità delle rotte, una quota significativa dell’oro avrebbe come destinazione finale gli Emirati Arabi Uniti, dove il metallo verrebbe raffinato e reimmesso nel mercato internazionale con una diversa indicazione di provenienza.

Secondo i dati riportati nella medesima documentazione, nel solo 2025 la Svizzera avrebbe importato dagli Emirati Arabi Uniti circa 420 tonnellate di oro, rispetto alle circa 150 tonnellate del 2024, divenendo la principale destinazione dell’oro riesportato da Dubai.

La raffinazione e la trasformazione dell’oro in Paesi terzi possono rendere particolarmente difficile l’individuazione della sua effettiva origine e consentire che oro estratto in zone di conflitto entri nei mercati europei attraverso complesse triangolazioni commerciali.

Il regolamento (UE) 2017/821 ha introdotto obblighi in materia di dovere di diligenza nella catena di approvvigionamento per gli importatori dell’Unione di stagno, tantalio, tungsteno, dei loro minerali e di oro originari di zone di conflitto o ad alto rischio, le cosiddette Conflict-Affected and High-Risk Areas (CAHRA).

La documentazione trasmessa all’Autorità nazionale competente italiana chiede, in particolare, chiarimenti sui quantitativi di oro importati con origine dichiarata negli Emirati Arabi Uniti e in Svizzera, sulle modalità di verifica dell’origine effettiva del metallo e sulle procedure adottate per impedire l’ingresso nel mercato europeo di oro proveniente dal Sudan attraverso Paesi intermediari.

La natura transnazionale delle rotte dell’oro e il ruolo svolto da Paesi terzi rendono necessario affiancare ai controlli nazionali un rafforzamento dell’azione diplomatica italiana e del coordinamento in sede europea e internazionale.

Si chiede di sapere:

  • quali informazioni abbia il Governo sui flussi di oro potenzialmente riconducibili al Sudan che, attraverso gli Emirati Arabi Uniti, la Svizzera o altri Paesi terzi, raggiungono il mercato italiano ed europeo;
  • se il Ministro interrogato abbia affrontato, o intenda affrontare, nei rapporti bilaterali con gli Emirati Arabi Uniti e con la Svizzera, la questione della tracciabilità dell’oro e del rischio che le rispettive filiere di raffinazione e riesportazione siano utilizzate per occultare l’origine sudanese del metallo;
  • quali iniziative intenda promuovere nelle competenti sedi dell’Unione Europea affinché siano rafforzati lo scambio di informazioni tra gli Stati membri, i controlli sulle triangolazioni commerciali e la verifica dell’origine effettiva dell’oro raffinato o trasformato in Paesi terzi;
  • se il Governo intenda sostenere l’introduzione di più efficaci meccanismi europei di tracciabilità, trasparenza e pubblicazione dei dati relativi agli importatori e alle raffinerie, nonché misure restrittive nei confronti delle società e degli intermediari coinvolti nel commercio dell’oro che finanzia le parti responsabili del conflitto sudanese;
  • se intenda promuovere, in coordinamento con le altre amministrazioni competenti, una verifica sull’effettiva applicazione da parte degli importatori italiani degli obblighi di due diligence previsti dal regolamento (UE) 2017/821, con particolare riferimento all’oro dichiarato come proveniente dagli Emirati Arabi Uniti, dalla Svizzera o da altri rilevanti Paesi di transito e raffinazione.
Copyright © Nigrizia - Per la riproduzione integrale o parziale di questo articolo contattare previamente la redazione: redazione@nigrizia.it
Pace e Diritti Politica e Società Uganda
Il 70enne è collassato durante un’udienza in tribunale dove è accusato di tradimento. Da tempo chiedeva di essere ricoverato
Uganda: ospedalizzato l’oppositore Kizza Besigye
L’Alto Commissario ONU per i diritti umani, Volker Türk, denuncia la repressione del dissenso, una graduale erosione dello stato di diritto, un crescente coinvolgimento dei militari nelle istituzioni civili e una progressiva riduzione dello spazio civico
31 Luglio 2026
Articolo di Redazione
Tempo di lettura 4 minuti
Kizza Besigye (a sinistra) con il suo coinputato Ajji Obeid Lutale Kamulegeya durante il processo

Kizza Besigye, settantenne leader del partito di opposizione ugandese People’s Front for Freedom (PFF) in carcere da 20 mesi, è stato ricoverato in un’unità di terapia intensiva nel Mulago National Referral Hospital di Kampala dopo essere collassato durante un’udienza in tribunale il 29 luglio.

Lo ha comunicato la moglie Winnie Byanyima, che dirige tra l’altro il Programma delle Nazioni Unite per l’HIV/AIDS (UNAIDS) nel paese. Byanyima ha inoltre chiesto che il marito, visibilmente debilitato e dimagrito e da mesi in precarie condizioni di salute, venga trasferito dall’ospedale pubblico a una clinica privata dove possa essere curato dal suo medico personale.

Su X la donna ha scritto ieri che il marito è “privo di sensi, incapace di parlare e non reattivo”.

Repressione transnazionale

Besigye si trovava in prigione dal novembre 2024, dopo che era stato catturato in Kenya da agenti della sicurezza ugandese insieme al suo assistente Hajji Obeid Lutale Kamulegeya. Entrambi erano stati rimpatriati in Uganda, dove erano stati successivamente accusati di tradimento.

Adam Ampa Besigye, figlio dello storico oppositore, ha rivolto pubblicamente un accorato appello al presidente Yoweri Museveni e al figlio, il capo dell’esercito Muhoozi Kainerugaba, esortandoli a rilasciare dalla detenzione il padre che aveva visto svenire durante l’udienza, che si tiene davanti a un tribunale militare e senza che l’imputato possa disporre di suoi avvocati di fiducia.  

Difensori nel mirino

Il 15 giugno il suo difensore, l’ex sindaco di Kampala Erias Lukwago, era stato prelevato a forza nella sua abitazione e in seguito condotto in carcere, accusato anche lui di reati legati al tradimento. La sua richiesta di libertà su cauzione è stata respinta per ben due volte dall’Alta Corte di Kampala, nonostante la necessità di cure mediche.

Pochi giorni dopo, il 22 giugno, le autorità avevano fermato all’aeroporto di Entebbe la sua avvocata kenyana, l’ex ministra della Giustizia Martha Karua, impedendole l’ingresso nel paese e dichiarandola persona non grata.

Diverse organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno denunciato il sequestro e la detenzione di Lukwago come un arresto arbitrario e un’azione volta a reprimere il dissenso nel paese.

Oppositori minacciati

Dal rapimento di Besigye in Kenya non si è mai fermata la campagna di avvocati, sostenitori e attivisti per i diritti umani che sostengono che le accuse contro Besigye e altre figure di rilievo dell’opposizione siano motivate politicamente e che la loro detenzione rientri nella repressione in corso contro tutti gli oppositori di Museveni.

Il più noto tra loro, Robert Kyagulanyi Ssentamu, alias Bobi Wine, è stato costretto a rifugiarsi negli Stati Uniti con la sua famiglia, temendo per la sua vita, dopo minacce dirette di morte postate da Kainerugaba su X e dopo aver denunciato brogli e illegalità nelle elezioni presidenziali del gennaio scorso, in cui Museveni era stato rieletto per la settima volta dal 1986.

L’allarme dell’OHCHR

A tale proposito, proprio in questi giorni, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, ha denunciato la repressione del dissenso in Uganda, unitamente a una graduale erosione dello stato di diritto, al crescente coinvolgimento dei militari nelle istituzioni civili e alla riduzione dello spazio civico, tutti fattori che – secondo Türk – stanno creando un clima di paura in tutto il paese.

L’Ufficio ONU per i diritti umani (OHCHR) sostiene che, dalle elezioni di gennaio, almeno 50 leader e sostenitori dell’opposizione, 5 difensori dei diritti umani e altrettanti giornalisti sono stati vittime di violazioni dei diritti umani.

Sparizioni forzate, tortura e maltrattamenti si sono verificati, così come arresti e detenzioni arbitrarie in base a decreti non conformi con il diritto internazionale. Inoltre, da gennaio 2026 sono state sospese 10 importanti organizzazioni della società civile.

Nella sua denuncia, Türk ha invitato il governo ugandese «a rispettare i propri obblighi ai sensi del diritto internazionale in materia di diritti umani, della Carta africana e della Costituzione ugandese per garantire una società civile dinamica in cui tutti possano esprimere liberamente le proprie opinioni e partecipare agli affari pubblici».

Una prospettiva che pare purtroppo allontanarsi sempre più non solo in Uganda, ma anche in altri paesi “democratici” dell’Africa orientale, come il Kenya e la Tanzania.

Copyright © Nigrizia - Per la riproduzione integrale o parziale di questo articolo contattare previamente la redazione: redazione@nigrizia.it
Economia Kenya Pace e Diritti Politica e Società
La coltivazione estensiva di ananas è di nuovo sotto accusa per le ripetute violazioni dei diritti umani nei confronti della popolazione locale
Kenya: ancora abusi nella piantagione Del Monte
Un’inchiesta di The Guardian documenta la morte di tre persone nell'ultimo anno, attribuita alle violenze della compagnia per la sicurezza G4S che opera in collaborazione con la polizia locale
31 Luglio 2026
Articolo di Bruna Sironi, da Nairobi
Tempo di lettura 5 minuti

La piantagione di ananas della Del Monte in Kenya – una quarantina di chilometri quadrati nelle contee di Kiambu e Murang’a, pochi chilometri a nord-est di Nairobi – continua a fare notizia per le gravi violazioni dei diritti umani della popolazione locale. Violazioni che vengono denunciate da decenni senza che le parole di condanna degli stessi vertici della multinazionale e i provvedimenti che ne conseguono si traducano in fatti.

Circostanza che sembra segnalare una mancanza di volontà di affrontare in modo efficace e positivo le cause ultime della situazione che possono essere ricondotte ad una difficile relazione con la popolazione locale che, finora, non avrebbe percepito nessun concreto vantaggio dalla presenza della piantagione sul suo territorio.

Ne avrebbe invece ricevuto danni evidenti, sia per l’espropriazione di terreni un tempo comunitari, sia per l’aumentata difficoltà delle comunicazioni, dovuta all’impossibilità di usare le strade rurali su cui tradizionalmente ci si spostava nella zona perché passano all’interno del vastissimo territorio dell’azienda.

Una valutazione in linea con altre relative all’impatto di grandi piantagioni sull’economia e sugli standard di vita delle comunità locali.

Un investimento strategico

I vantaggi sarebbero evidenti solo nel bilancio statale. La piantagione di ananas della Del Monte sarebbe la più importante del Kenya per l’esportazione di prodotti agricoli e varrebbe più di 100 milioni di dollari all’anno.

La media degli stipendi mensili nella zona sarebbe di circa 380 dollari, pari a meno di 50mila scellini kenyani, una cifra medio-bassa che consente di sopravvivere in una zona rurale, ma non di affrontare eventuali emergenze, ricorrenti nella vita di ogni famiglia.

Il difficile rapporto della piantagione con le comunità locali si è talvolta tradotto in attività illegali, come il furto dei prodotti maturi che si trovano poi sui mercati informali del paese. Questo giustificherebbe la stretta sorveglianza e l’intervento delle forze dell’ordine.

Lo afferma un portavoce della polizia, che lo considera una decisione volta “non solo a mettere in sicurezza un investimento strategico per il paese, ma anche a rafforzare con decisione il ruolo della legge e a mettere fine all’impunità”.

Certo, però, le sue considerazioni non possono giustificare i continui e gravissimi incidenti che si verificano nella piantagione.

L’inchiesta di The Guardian

In un’inchiesta pubblicata il 13 luglio dal The Guardian, prestigioso quotidiano inglese, si dice che, nel corso dell’ultimo anno le guardie della piantagione hanno ucciso tre giovani. L’articolo sottolinea che la sorveglianza è ora assicurata da un gruppo di 270 uomini di una compagnia per la sicurezza inglese, la G4S, in collaborazione con la polizia locale.

La Del Monte, un paio d’anni fa, aveva deciso di sostituire le sue guardie private con un servizio specializzato e riconosciuto internazionalmente dopo una serie di incidenti gravissimi, e diversi morti, denunciati in precedenza. Ma evidentemente non è bastato. E gli incidenti mortali sono continuati.

In agosto dell’anno scorso un poliziotto della polizia locale ha sparato al petto a Stephen Marubu Kibandi, 34 anni, che, secondo un testimone oculare, aveva alzato le braccia in segno di resa.

Suo fratello, Haron Kame Kibandi, 27 anni, è morto in aprile, dopo essere stato colpito da un sasso lanciato da una guardia della G4S che lo ha sbalzato dalla moto su cui viaggiava.

Michael Muiruri, 31 anni, che pure attraversava la piantagione in moto, è morto dopo essere stato urtato da un pick-up del servizio di guardia.

Nella ricostruzione degli incidenti, raccolta dai reporter di The Guardian che hanno visto anche documenti delle denunce fatte dai familiari delle giovani vittime degli incidenti, risulterebbe evidente l’uso ingiustificato di armi da fuoco, di corpi contundenti e di pratiche pericolose usati sia da uomini della polizia che della G4S.

La quale per altro nega che ci siano state condotte non conformi allo standard di sicurezza della compagnia nelle operazioni sotto indagine.

Un suo portavoce ha sottolineato che gli operatori della G4S hanno ricevuto una preparazione specifica che include attenzione per i diritti umani e tecniche di de-escalation. Inoltre lavorano secondo il principio del minimo uso della forza anche per la difesa personale. “I problemi sollevati riguardano o operazioni della polizia, non della G4S, o incidenti stradali che sono al vaglio della polizia kenyana”.

Polizia, abusi e impunità

Aver coinvolto la polizia locale nella sicurezza della piantagione non sembra essere considerata una buona idea nella zona. Secondo molti sentiti dai ricercatori, avrebbe portato, e porterà, all’aumento degli incidenti, anche mortali.

Secondo loro è infatti molto difficile provare e perseguire uomini delle forze dell’ordine, che si sentirebbero perciò difesi dalla loro stessa divisa. Va detto inoltre che la polizia del Kenya non è annoverata tra le migliori del mondo.

Nella lista del World Internal Security and Police Index (WISPI), nel 2024  si collocava al 125° posto su 127. I problemi riscontrati riguardano la legittimità delle operazioni e le capacità dimostrate, che in genere, portano a risultati non soddisfacenti, se non addirittura controproducenti.

Gli abusi nella piantagione hanno raggiunto anche il livello politico. Joe Nyutu, senatore rappresentante della contea di Murang’a, una delle due in cui la piantagione si estende, si è detto “profondamente preoccupato” per i ripetuti incidenti nella zona.

Chiede un’inchiesta globale e indipendente che riguardi i protocolli di sicurezza, la catena di comando e l’aderenza agli standard di rispetto dei diritti umani. “Nessuna compagnia che opera in Kenya, a prescindere dalla sua estensione o del suo contributo economico, dovrebbe essere al di sopra di un’indagine”.

Copyright © Nigrizia - Per la riproduzione integrale o parziale di questo articolo contattare previamente la redazione: redazione@nigrizia.it