Neanche il tempo di intravedere la luce del dialogo, che la Repubblica democratica del Congo ripiomba in una nuova crisi politica.
All’origine della nuova fase di impasse c’è una sentenza della Corte costituzionale. Il più alto organismo della giustizia di Kinshasa ha infatti valutato come conforme alla Costituzione un contestato disegno di legge che potrebbe aprire le porte a una modifica della Carta fondamentale e alla possibilità per il presidente Félix Tshisekedi di candidarsi per un terzo mandato, al momento non previsto dall’ordinamento congolese.
La decisione dei giudici ha ravvivato le proteste dell’opposizione, che da mesi si oppongono al disegno del capo dello stato, al potere dal 2019 al suo secondo, e in teoria ultimo, incarico da presidente.
E si usa il verbo ravvivato perché le rimostranze dei maggiori leader del fronte contrario al governo erano state messe in pausa dopo che la settimana scorsa Tshisekedi aveva annunciato un Dialogo nazionale inclusivo con la mediazione delle più importanti autorità religiose del paese.
Nonostante numerosi interrogativi, la decisione del capo dello stato sembrava aver calmato temporaneamente le acque, che tornano subito ad agitarsi.
Sull’impasse politico-istituzionale incombono poi l’epidemia di ebola in corso in alcune aree del paese e soprattutto la crisi di sicurezza nell’est, con almeno due province occupate in larga parte dalla milizia M23 e dall’esercito del Rwanda, suo alleato e principale sponsor.
Le inquietudini causate dal conflitto intersecano allora le incognite dello scontro politico, mentre sono milioni i congolesi sfollati a causa delle ostilità.
Storia di una Carta fondamentale
Il disegno di legge di cui si scrive non entra direttamente nel merito della questione dei mandati presidenziali, in realtà. Il provvedimento di legge si concentra invece sulle disposizioni relative all’organizzazione dei referendum.
Prima di essere sottoposto al vaglio della più alta Corte congolese, la bozza di provvedimento era già stata approvata dalla Camera bassa e dal Senato dell’Assemblea nazionale.
Il testo era pronto per la promulgazione del presidente, che però lo ha inviato alla Corte per una verifica sulla sua conformità con la Costituzione congolese, che risale al 2006 e che è nata al termine di una fase di conflitto durata quasi dieci anni.
Si fa riferimento qui ai due conflitti che hanno colpito il paese tra il 1996 e il 2003. Due guerre che hanno provocato milioni di morti e che sono sopraggiunte dopo il genocidio del Rwanda del 1994 e alla fase finale dei 30 anni al potere di Mobutu Sese Seko, che era diventato presidente nel 1965, cinque anni dopo l’indipendenza ottenuta dal Belgio.
La Costituzione congolese, si capisce allora, è figlia di un momento spartiacque per la regione dei Grandi Laghi e in realtà per tutta l’Africa.
I dettagli
La questione relativa al disegno di legge è in realtà giuridicamente piuttosto articolata. La Corte costituzionale si è sì espressa favorevolmente sulla norma nel suo complesso, ma ha espresso riserve su ben 13 articoli. Riserve di cui si dovrà tener conto al momento dell’eventuale implementazione della norma.
Tra i punti discussi dai costituzionalisti ci sono anche alcuni degli elementi più dibattuti dalla politica. Il disegno di legge non disciplina direttamente le modalità di modifica della Costituzione, ma ampliava in modo deciso lo spettro degli ambiti sottoponibili a referendum, estendendoli a “tutte le questioni di fondamentale importanza per la vita della nazione”.
Una dicitura tanto vasta da far temere di poter essere utilizzata per aggirare il dettato costituzionale, che all’articolo 220 stabilisce che il numero e la durata dei mandati presidenziali “non possono essere oggetto di alcuna revisione costituzionale”.
Le osservazioni della Corte hanno corretto questo punto, ma nel senso opposto a quello richiesto dalle opposizioni e più in generale dai detrattori della misura.
La formula prevista dal testo originale del disegno di legge è stata sì ritenuta troppo vaga e quindi cancellata, ma solo per essere sostituita da quattro motivazioni precise che però comprendono anche la possibilità di una revisione costituzionale e addirittura della stesura di una nuova Carta fondamentale, su iniziativa del popolo congolese.
La legge prevede poi le varie condizioni e disposizioni tecniche per condurre quest’ultima fase, che passa per una serie di passaggi parlamentari e infine per il vaglio popolare. Insomma, la legge così come è stata rivista dalla Corte è potenzialmente ancora più netta rispetto alle possibilità di modificare l’ordinamento congolese.
Non a caso, il deputato che per primo ha proposto il provvedimento, Paul Gaspard Ngondankoy, esponente della maggioranza di governo, ha detto al settimanale Jeune Afrique di “non poter nascondere la sua soddisfazione” per quanto deciso dai giudici.
La presa di posizione della C64
La reazione delle opposizioni è stata ben diversa. A partire dalla C64, un’alleanza dei cinque principali leader del fronte opposto al governo che è stata fondata lo scorso maggio con l’obiettivo esplicito di contrastare il disegno di riforma costituzionale del presidente.
L’alleanza ha definito la Corte costituzionale “asservita, priva di legittimità e sprovvista di indipendenza nei confronti di un potere che l’ha sottomessa” e ha pertanto affermato che “la sua sentenza è nulla”.
“L’alto tradimento è stato appena cristallizzato da questa sentenza scellerata – si legge ancora in una nota della coalizione -. Di conseguenza, la C64 ricorda che questa sentenza costituisce una ribellione giudiziaria della Corte Costituzionale contro il popolo sovrano”.
I leader delle opposizioni che animano il blocco, tra i quali gli ex candidati alla presidenza Martin Fayulu e Moise Katumbi, hanno quindi dato appuntamento al popolo congolese al prossimo 15 agosto per capire il prosieguo delle azioni.
E adesso?
Non è totalmente chiaro cosa questo voglia significare. Per fare luce sulla questione bisogna fare alcuni passi indietro. La C64 ha iniziato a protestare contro il disegno di modifica della Costituzione del presidente a fine maggio e a giugno una sua protesta a Kinshasa è stata anche repressa con violenza dalle forze dell’ordine.
In almeno due occasioni, la coalizione ha poi convocato nuove proteste, salvo poi ripensarci. Prima dopo un incontro di mediazione col presidente del Burundi, Évariste Ndayishimiye, a Bujumbura.
Poi dopo che il Il 17 luglio scorso Tshisekedi e i rappresentanti delle maggiori confessioni religiose del paese avevano convocato un Dialogo nazionale inclusivo, acconsentendo almeno apparentemente a una istanza promossa da tempo dalle Chiese cristiane, dalle opposizioni e dalla società civile.
In quel frangente i vertici della C64 avevano poi incontrato i leader delle Chiese e infine deciso di cancellare una protesta indetta per il 20 luglio. Sempre in quella occasione, la C64 ha chiesto al preside detto di mettere in pausa la mobilitazione fino al 15 agosto: qualora il Dialogo non fosse iniziato per quella data, le opposizioni sarebbero scese di nuovo in piazza.
Questa nuova presa di posizione dell’alleanza è molto netta nei toni, di dura condanna, ma non sembra rappresentare un’inversione definitiva rispetto all’idea di aspettare fino al 15 agosto per decidere sul da farsi.
La C64 aveva anche chiesto al presidente di non promulgare il disegno di legge sui referendum nel frattempo: un’altra incognita, soprattutto alla luce della sentenza della Corte costituzionale.
Tante incertezze
L’alternativa al caos sarebbe appunto il Dialogo nazionale, ma anche su questo manca chiarezza. Innanzitutto, il capo dello stato non ha ancora tradotto il suo annuncio in una norma attuativa.
Al contempo, anche le organizzazioni religiose che faranno da mediatrici, tra le quali la Conferenza episcopale (CENCO) e la Chiesa cristiana in Congo (ECC) protestante, non hanno fornito informazioni chiare relative alla conduzione dell’iniziativa.
I temi principali, chi potrà partecipare, dove si terrà tutto il processo? Queste domande restano a oggi inevase, come si evidenzia anche in un’analisi dell’Istituto Ebuteli, uno dei principali istituti di ricerca politica congolese.
Una delle questioni più scottanti riguarda ovviamente se si discuterà o meno della riforma costituzionale, questione chiave per le opposizioni ma non per il governo, che si concentra invece sulla guerra nell’est e sul contrasto al Rwanda che la alimenta.
La possibile partecipazione dei gruppi armati impegnati nella guerra, che a oggi sembrerebbe da escludere, pure rappresenta un banco di prova. Dubbi ci sono anche sul coinvolgimento della coalizione Sauvons la RDC, fondata in Kenya dall’ex presidente Joseph Kabila, vicino ai movimenti ribelli dell’est e condannato a morte in contumacia con l’accusa di partecipare a un’insurrezione l’anno scorso.
Secondo Reagan Miviri, analista dell’Istituto Ebuteli sentito da Nigrizia, “la fazione legata a Kabila sembra soffrire di una grande debolezza: non essere in grado di mobilitare la gente in Rd Congo: una campagna politica dall’esilio in cui si trova adesso l’ex presidente non può che avere effetti limitati”.
Al contempo, “Kabila è un attore di peso e in qualche modo dovrebbe essere rappresentato al Dialogo nazionale, o altrimenti potrebbe agire da guastafeste”.
Sollecitato sulle possibilità di tenuta dell’iniziativa, Miviri afferma che “tutto dipenderà da quanto il Dialogo sarà effettivamente inclusivo. Penso che la riforma costituzionale rimarrà per il momento in sospeso.
Se i gruppi ribelli e i gruppi armati nazionali parteciperanno, le risoluzioni avranno una possibilità di essere rispettate dalle parti in causa, aprendo la strada a un ritorno alla pace. Inoltre – suggerisce l’esperto -, tutte le parti devono mettere da parte i propri interessi individuali affinché il dialogo non si trasformi in uno stratagemma per conservare il potere o in una semplice merce di scambio per poltrone politiche”.
Il Dialogo si svolgerà in modo parallelo a due processi di pace internazionali che nei mesi scorsi sono culminati in due diversi accordi, uno tra Rd Congo e Rwanda, mediato dagli Stati Uniti, e uno tra Kinshasa e M23, negoziato con l’aiuto del Qatar.
A oggi entrambi i percorsi di pacificazione non hanno prodotto gli effetti sperati e il conflitto non accenna a calmarsi.
L’attivista Pambi: “La società civile molli la politica, e agisca”
La società civile congolese guarda a tutta questa situazione con “preoccupazione”, confida a Nigrizia Jeff Pambi, amministratore dell’organizzazione locale Alerte-Rdc nonché parte del coordinamento nazionale del Cadre de Concertation Nationale de la Société Civile (CCNSC).
“Temo che la tensione nel nostro Paese possa salire molto a seguito di questa sentenza della Corte costituzionale”, conferma Pambi. “Una decisione che per altro presenta delle stranezze: la norma è stata valutata come costituzionale nonostante numerose riserve, forse sarebbe stato più sensato inviarla nuovamente al presidente per delle modifiche”.
La sensazione di fondo comunque, “è che il capo dello stato non abbia nessuna intenzione di fare gesti di distensione”.
In teoria poteva andare in questo senso la convocazione del Dialogo nazionale, ma per adesso si brancola nel buio. “Siamo tutti in attesa di un ordine di convocazione di questa piattaforma, che però non arriva, e sui dettagli non sappiamo nulla. Le Chiese cristiane, dal canto loro, hanno detto che maggiori informazioni verranno rese note ‘in corso d’opera’. Ma che significa – si chiede l’attivista – è una formula che instilla dei dubbi”.
E con le opposizioni che pure appaiono incerte, “la società civile si sta già preparando a levare una sua voce. Ma questa voce – sottolinea il massimo dirigente di Alerte-Rdc – deve essere del tutto indipendente dalla politica. È questa la chiave”.
Pambi prosegue: “A oggi i movimenti sociali hanno inseguito troppo le istanze dei politici e si sono fatti trascinare nelle loro divisioni, ora bisogna fare qualcosa di diverso.
Ne va anche dalla riuscita del Dialogo nazionale – conclude l’attivista – solo se saremo veramente liberi potremo evitare di farci fagocitare da chi ci governa e potremmo sostituire lo sforzo delle Chiese, che senza sostegno rischiano di dover gettare la spugna”.
Dal 2023 il Sudan è attraversato da un conflitto tra le Forze armate sudanesi (SAF) e le Forze di supporto rapido (RSF), che ha provocato una gravissima crisi umanitaria, la distruzione di infrastrutture essenziali e lo sfollamento di milioni di persone.
Il controllo dell’estrazione, del commercio e del traffico illecito dell’oro rappresenta una delle principali fonti di finanziamento delle parti in conflitto e contribuisce a prolungare la guerra.
Secondo le informazioni raccolte da Fondazione Nigrizia ETS e da una rete di organizzazioni della società civile impegnate per la pace in Sudan, dal confronto tra le statistiche ufficiali sulle esportazioni sudanesi e quelle relative alle importazioni dei Paesi partner emergerebbe che ogni anno tra il 50 e il 70 per cento dell’oro prodotto in Sudan viene commercializzato illegalmente. La produzione complessiva sarebbe pari a circa 70 tonnellate annue, per un valore stimato tra 9 e 12 miliardi di dollari.
Le RSF farebbero uscire l’oro dal Sudan prevalentemente attraverso il Ciad, la Libia e il Sud Sudan, anche mediante successive triangolazioni attraverso Kenya e Uganda, mentre le SAF utilizzerebbero soprattutto le rotte che attraversano l’Egitto e, in misura minore, l’Eritrea.
Nonostante la diversità delle rotte, una quota significativa dell’oro avrebbe come destinazione finale gli Emirati Arabi Uniti, dove il metallo verrebbe raffinato e reimmesso nel mercato internazionale con una diversa indicazione di provenienza.
Secondo i dati riportati nella medesima documentazione, nel solo 2025 la Svizzera avrebbe importato dagli Emirati Arabi Uniti circa 420 tonnellate di oro, rispetto alle circa 150 tonnellate del 2024, divenendo la principale destinazione dell’oro riesportato da Dubai.
La raffinazione e la trasformazione dell’oro in Paesi terzi possono rendere particolarmente difficile l’individuazione della sua effettiva origine e consentire che oro estratto in zone di conflitto entri nei mercati europei attraverso complesse triangolazioni commerciali.
Il regolamento (UE) 2017/821 ha introdotto obblighi in materia di dovere di diligenza nella catena di approvvigionamento per gli importatori dell’Unione di stagno, tantalio, tungsteno, dei loro minerali e di oro originari di zone di conflitto o ad alto rischio, le cosiddette Conflict-Affected and High-Risk Areas (CAHRA).
La documentazione trasmessa all’Autorità nazionale competente italiana chiede, in particolare, chiarimenti sui quantitativi di oro importati con origine dichiarata negli Emirati Arabi Uniti e in Svizzera, sulle modalità di verifica dell’origine effettiva del metallo e sulle procedure adottate per impedire l’ingresso nel mercato europeo di oro proveniente dal Sudan attraverso Paesi intermediari.
La natura transnazionale delle rotte dell’oro e il ruolo svolto da Paesi terzi rendono necessario affiancare ai controlli nazionali un rafforzamento dell’azione diplomatica italiana e del coordinamento in sede europea e internazionale.
Si chiede di sapere:
- quali informazioni abbia il Governo sui flussi di oro potenzialmente riconducibili al Sudan che, attraverso gli Emirati Arabi Uniti, la Svizzera o altri Paesi terzi, raggiungono il mercato italiano ed europeo;
- se il Ministro interrogato abbia affrontato, o intenda affrontare, nei rapporti bilaterali con gli Emirati Arabi Uniti e con la Svizzera, la questione della tracciabilità dell’oro e del rischio che le rispettive filiere di raffinazione e riesportazione siano utilizzate per occultare l’origine sudanese del metallo;
- quali iniziative intenda promuovere nelle competenti sedi dell’Unione Europea affinché siano rafforzati lo scambio di informazioni tra gli Stati membri, i controlli sulle triangolazioni commerciali e la verifica dell’origine effettiva dell’oro raffinato o trasformato in Paesi terzi;
- se il Governo intenda sostenere l’introduzione di più efficaci meccanismi europei di tracciabilità, trasparenza e pubblicazione dei dati relativi agli importatori e alle raffinerie, nonché misure restrittive nei confronti delle società e degli intermediari coinvolti nel commercio dell’oro che finanzia le parti responsabili del conflitto sudanese;
- se intenda promuovere, in coordinamento con le altre amministrazioni competenti, una verifica sull’effettiva applicazione da parte degli importatori italiani degli obblighi di due diligence previsti dal regolamento (UE) 2017/821, con particolare riferimento all’oro dichiarato come proveniente dagli Emirati Arabi Uniti, dalla Svizzera o da altri rilevanti Paesi di transito e raffinazione.
Kizza Besigye, settantenne leader del partito di opposizione ugandese People’s Front for Freedom (PFF) in carcere da 20 mesi, è stato ricoverato in un’unità di terapia intensiva nel Mulago National Referral Hospital di Kampala dopo essere collassato durante un’udienza in tribunale il 29 luglio.
Lo ha comunicato la moglie Winnie Byanyima, che dirige tra l’altro il Programma delle Nazioni Unite per l’HIV/AIDS (UNAIDS) nel paese. Byanyima ha inoltre chiesto che il marito, visibilmente debilitato e dimagrito e da mesi in precarie condizioni di salute, venga trasferito dall’ospedale pubblico a una clinica privata dove possa essere curato dal suo medico personale.
Su X la donna ha scritto ieri che il marito è “privo di sensi, incapace di parlare e non reattivo”.
Repressione transnazionale
Besigye si trovava in prigione dal novembre 2024, dopo che era stato catturato in Kenya da agenti della sicurezza ugandese insieme al suo assistente Hajji Obeid Lutale Kamulegeya. Entrambi erano stati rimpatriati in Uganda, dove erano stati successivamente accusati di tradimento.
Adam Ampa Besigye, figlio dello storico oppositore, ha rivolto pubblicamente un accorato appello al presidente Yoweri Museveni e al figlio, il capo dell’esercito Muhoozi Kainerugaba, esortandoli a rilasciare dalla detenzione il padre che aveva visto svenire durante l’udienza, che si tiene davanti a un tribunale militare e senza che l’imputato possa disporre di suoi avvocati di fiducia.
Difensori nel mirino
Il 15 giugno il suo difensore, l’ex sindaco di Kampala Erias Lukwago, era stato prelevato a forza nella sua abitazione e in seguito condotto in carcere, accusato anche lui di reati legati al tradimento. La sua richiesta di libertà su cauzione è stata respinta per ben due volte dall’Alta Corte di Kampala, nonostante la necessità di cure mediche.
Pochi giorni dopo, il 22 giugno, le autorità avevano fermato all’aeroporto di Entebbe la sua avvocata kenyana, l’ex ministra della Giustizia Martha Karua, impedendole l’ingresso nel paese e dichiarandola persona non grata.
Diverse organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno denunciato il sequestro e la detenzione di Lukwago come un arresto arbitrario e un’azione volta a reprimere il dissenso nel paese.
Oppositori minacciati
Dal rapimento di Besigye in Kenya non si è mai fermata la campagna di avvocati, sostenitori e attivisti per i diritti umani che sostengono che le accuse contro Besigye e altre figure di rilievo dell’opposizione siano motivate politicamente e che la loro detenzione rientri nella repressione in corso contro tutti gli oppositori di Museveni.
Il più noto tra loro, Robert Kyagulanyi Ssentamu, alias Bobi Wine, è stato costretto a rifugiarsi negli Stati Uniti con la sua famiglia, temendo per la sua vita, dopo minacce dirette di morte postate da Kainerugaba su X e dopo aver denunciato brogli e illegalità nelle elezioni presidenziali del gennaio scorso, in cui Museveni era stato rieletto per la settima volta dal 1986.
L’allarme dell’OHCHR
A tale proposito, proprio in questi giorni, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, ha denunciato la repressione del dissenso in Uganda, unitamente a una graduale erosione dello stato di diritto, al crescente coinvolgimento dei militari nelle istituzioni civili e alla riduzione dello spazio civico, tutti fattori che – secondo Türk – stanno creando un clima di paura in tutto il paese.
L’Ufficio ONU per i diritti umani (OHCHR) sostiene che, dalle elezioni di gennaio, almeno 50 leader e sostenitori dell’opposizione, 5 difensori dei diritti umani e altrettanti giornalisti sono stati vittime di violazioni dei diritti umani.
Sparizioni forzate, tortura e maltrattamenti si sono verificati, così come arresti e detenzioni arbitrarie in base a decreti non conformi con il diritto internazionale. Inoltre, da gennaio 2026 sono state sospese 10 importanti organizzazioni della società civile.
Nella sua denuncia, Türk ha invitato il governo ugandese «a rispettare i propri obblighi ai sensi del diritto internazionale in materia di diritti umani, della Carta africana e della Costituzione ugandese per garantire una società civile dinamica in cui tutti possano esprimere liberamente le proprie opinioni e partecipare agli affari pubblici».
Una prospettiva che pare purtroppo allontanarsi sempre più non solo in Uganda, ma anche in altri paesi “democratici” dell’Africa orientale, come il Kenya e la Tanzania.
La piantagione di ananas della Del Monte in Kenya – una quarantina di chilometri quadrati nelle contee di Kiambu e Murang’a, pochi chilometri a nord-est di Nairobi – continua a fare notizia per le gravi violazioni dei diritti umani della popolazione locale. Violazioni che vengono denunciate da decenni senza che le parole di condanna degli stessi vertici della multinazionale e i provvedimenti che ne conseguono si traducano in fatti.
Circostanza che sembra segnalare una mancanza di volontà di affrontare in modo efficace e positivo le cause ultime della situazione che possono essere ricondotte ad una difficile relazione con la popolazione locale che, finora, non avrebbe percepito nessun concreto vantaggio dalla presenza della piantagione sul suo territorio.
Ne avrebbe invece ricevuto danni evidenti, sia per l’espropriazione di terreni un tempo comunitari, sia per l’aumentata difficoltà delle comunicazioni, dovuta all’impossibilità di usare le strade rurali su cui tradizionalmente ci si spostava nella zona perché passano all’interno del vastissimo territorio dell’azienda.
Una valutazione in linea con altre relative all’impatto di grandi piantagioni sull’economia e sugli standard di vita delle comunità locali.
Un investimento strategico
I vantaggi sarebbero evidenti solo nel bilancio statale. La piantagione di ananas della Del Monte sarebbe la più importante del Kenya per l’esportazione di prodotti agricoli e varrebbe più di 100 milioni di dollari all’anno.
La media degli stipendi mensili nella zona sarebbe di circa 380 dollari, pari a meno di 50mila scellini kenyani, una cifra medio-bassa che consente di sopravvivere in una zona rurale, ma non di affrontare eventuali emergenze, ricorrenti nella vita di ogni famiglia.
Il difficile rapporto della piantagione con le comunità locali si è talvolta tradotto in attività illegali, come il furto dei prodotti maturi che si trovano poi sui mercati informali del paese. Questo giustificherebbe la stretta sorveglianza e l’intervento delle forze dell’ordine.
Lo afferma un portavoce della polizia, che lo considera una decisione volta “non solo a mettere in sicurezza un investimento strategico per il paese, ma anche a rafforzare con decisione il ruolo della legge e a mettere fine all’impunità”.
Certo, però, le sue considerazioni non possono giustificare i continui e gravissimi incidenti che si verificano nella piantagione.
L’inchiesta di The Guardian
In un’inchiesta pubblicata il 13 luglio dal The Guardian, prestigioso quotidiano inglese, si dice che, nel corso dell’ultimo anno le guardie della piantagione hanno ucciso tre giovani. L’articolo sottolinea che la sorveglianza è ora assicurata da un gruppo di 270 uomini di una compagnia per la sicurezza inglese, la G4S, in collaborazione con la polizia locale.
La Del Monte, un paio d’anni fa, aveva deciso di sostituire le sue guardie private con un servizio specializzato e riconosciuto internazionalmente dopo una serie di incidenti gravissimi, e diversi morti, denunciati in precedenza. Ma evidentemente non è bastato. E gli incidenti mortali sono continuati.
In agosto dell’anno scorso un poliziotto della polizia locale ha sparato al petto a Stephen Marubu Kibandi, 34 anni, che, secondo un testimone oculare, aveva alzato le braccia in segno di resa.
Suo fratello, Haron Kame Kibandi, 27 anni, è morto in aprile, dopo essere stato colpito da un sasso lanciato da una guardia della G4S che lo ha sbalzato dalla moto su cui viaggiava.
Michael Muiruri, 31 anni, che pure attraversava la piantagione in moto, è morto dopo essere stato urtato da un pick-up del servizio di guardia.
Nella ricostruzione degli incidenti, raccolta dai reporter di The Guardian che hanno visto anche documenti delle denunce fatte dai familiari delle giovani vittime degli incidenti, risulterebbe evidente l’uso ingiustificato di armi da fuoco, di corpi contundenti e di pratiche pericolose usati sia da uomini della polizia che della G4S.
La quale per altro nega che ci siano state condotte non conformi allo standard di sicurezza della compagnia nelle operazioni sotto indagine.
Un suo portavoce ha sottolineato che gli operatori della G4S hanno ricevuto una preparazione specifica che include attenzione per i diritti umani e tecniche di de-escalation. Inoltre lavorano secondo il principio del minimo uso della forza anche per la difesa personale. “I problemi sollevati riguardano o operazioni della polizia, non della G4S, o incidenti stradali che sono al vaglio della polizia kenyana”.
Polizia, abusi e impunità
Aver coinvolto la polizia locale nella sicurezza della piantagione non sembra essere considerata una buona idea nella zona. Secondo molti sentiti dai ricercatori, avrebbe portato, e porterà, all’aumento degli incidenti, anche mortali.
Secondo loro è infatti molto difficile provare e perseguire uomini delle forze dell’ordine, che si sentirebbero perciò difesi dalla loro stessa divisa. Va detto inoltre che la polizia del Kenya non è annoverata tra le migliori del mondo.
Nella lista del World Internal Security and Police Index (WISPI), nel 2024 si collocava al 125° posto su 127. I problemi riscontrati riguardano la legittimità delle operazioni e le capacità dimostrate, che in genere, portano a risultati non soddisfacenti, se non addirittura controproducenti.
Gli abusi nella piantagione hanno raggiunto anche il livello politico. Joe Nyutu, senatore rappresentante della contea di Murang’a, una delle due in cui la piantagione si estende, si è detto “profondamente preoccupato” per i ripetuti incidenti nella zona.
Chiede un’inchiesta globale e indipendente che riguardi i protocolli di sicurezza, la catena di comando e l’aderenza agli standard di rispetto dei diritti umani. “Nessuna compagnia che opera in Kenya, a prescindere dalla sua estensione o del suo contributo economico, dovrebbe essere al di sopra di un’indagine”.