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Agricoltura e diritti nel Sud Globale
La rivoluzione verde della Tanzania: stop ai pesticidi tossici dell’Occidente
Con il ritiro di oltre 800 prodotti fitosanitari, Dodoma sfida i colossi della chimica e il "doppio standard" normativo che per decenni ha permesso l'esportazione di veleni in Africa
23 Gennaio 2026
Articolo di Redazione
Tempo di lettura 4 minuti

All’inizio dell’anno, Joseph Ndunguru, direttore generale dell’Autorità per la salute delle piante e i pesticidi della Tanzania (TPHPA), ha firmato un documento destinato a rimodellare i mercati agricoli dell’Africa orientale e a scuotere l’industria globale dei pesticidi. La riforma, formulata in consultazione con il ministero dell’Agricoltura, il TBS (Tanzania Bureau of Standards) e partner internazionali, segna una svolta radicale nelle policy agricole del paese.

Il bando dei veleni: una scelta per la vita

La Tanzania ha ritirato dal mercato oltre 800 prodotti fitosanitari, sostanze chimiche giudicate troppo tossiche per la sopravvivenza degli agricoltori e non più accettabili nel sistema alimentare nazionale. Dodoma ha così bloccato la circolazione di pesticidi vietati da tempo in Europa e negli Stati Uniti, proteggendo le categorie più vulnerabili – donne, bambini e poveri – che pagano il costo umano più alto dell’esposizione chimica.

Le conseguenze sulla salute, spesso latenti, emergono nel lungo periodo: alterazioni enzimatiche, squilibri ormonali, elevati tassi di aborti spontanei e ritardi nello sviluppo cognitivo dei bambini cresciuti nelle comunità rurali. Sebbene definiti “leggermente elevati”, questi dati, aggregati su una popolazione di milioni di persone, si traducono in migliaia di decessi prevenibili e innumerevoli anni di vita persi a causa di disabilità.

Un decennio di deregolamentazione selvaggia

Prima dei test effettuati dal TPHPA, i pesticidi spruzzati sulle colture erano ritenuti legali ed economici, favorendone una diffusione capillare. Dagli stabilimenti di produzione indiani e cinesi, queste sostanze giungevano ai porti tanzaniani senza alcuna supervisione tossicologica, finendo sulle bancarelle dei centri rurali.

Le indagini scientifiche hanno appurato che 675 prodotti circolavano da oltre un decennio con registrazioni scadute, mentre altri 130 contenevano tracce di Pesticidi Altamente Pericolosi (HHP), secondo i criteri FAO/OMS. La TPHPA ha dovuto resistere a forti pressioni politiche, comuni a tutto il Sud del mondo, volte a mantenere bassi i prezzi per favorire i profitti degli importatori a scapito del monitoraggio sanitario.

Concorrenza regionale e standard internazionali

La svolta della Tanzania è figlia anche di dinamiche regionali: Kenya e Uganda stavano guadagnando quote di mercato grazie a una maggiore conformità ai requisiti internazionali di sicurezza alimentare. Per porsi in piena conformità con le norme globali e proteggere l’export, Dodoma ha dovuto accelerare la propria riforma.

Tuttavia, il ritiro immediato dei prodotti ha generato uno shock lungo tutta la filiera. Se le multinazionali agrochimiche (come BASF, Syngenta, Corteva e Bayer) e i grandi importatori hanno le spalle larghe, l’impatto è drammatico per i circa 40-50mila micro-rivenditori rurali e per i piccoli agricoltori. Senza un adeguato sostegno economico alla transizione, molti di questi operatori, con accesso limitato al credito, rischiano oggi la chiusura.

Leggi anche su Nigrizia: Sementi ai pesticidi tossici: il neocolonialismo “verde” in Africa

La fine della “disuguaglianza di protezione normativa”

La mossa della Tanzania attacca frontalmente quella che gli economisti chiamano “disuguaglianza di protezione normativa”: un sistema in cui i paesi ricchi proteggono i propri cittadini vietando sostanze pericolose, ma ne consentono la libera esportazione verso Africa, Asia e America Latina.

Il modello tanzaniano suggerisce che la tutela della salute non è un lusso post-sviluppo, ma un prerequisito per un progresso autentico. La Tanzania ha deciso che essere un paese in via di sviluppo non significa dover accettare passivamente i veleni scartati dal resto del mondo.

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Conclusione: un nuovo paradigma post-coloniale

Sui mercati internazionali, standard più severi possono diventare un punto di forza: i compratori europei (specialmente in Germania e Belgio) mostrano già di preferire i prodotti certificati secondo i nuovi parametri tanzaniani.

Questa linea sfida l’intero quadro di sviluppo post-coloniale che ha dominato l’agricoltura africana per decenni. Nonostante le resistenze dell’industria e i timori per il rialzo dei prezzi alimentari, la Tanzania ha scelto di non accettare più l’idea che essere poveri significhi accettare di essere avvelenati.

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Algeria Burkina Faso Libia Mali Marocco Niger Politica e Società
La Guerra Fredda che scuote il Nordafrica
Algeria all’angolo: la strategia di accerchiamento degli Emirati
La rottura con la Somalia è solo l'inizio: ora è Algeri a denunciare l'ingerenza di Abu Dhabi, accusato di minacciare la sicurezza e l'integrità nazionale attraverso alleanze trasversali con Marocco, Israele, Libia e i paesi golpisti del Sahel
23 Gennaio 2026
Articolo di Luciano Ardesi
Tempo di lettura 5 minuti
Immagine generata dall'intelligenza artificiale

La crescente invadenza politica e militare, oltreché economica, degli Emirati Arabi Uniti nel Nordafrica e nel Corno d’Africa suscita nuove reazioni. Ora è la volta dell’Algeria dopo quelle della Somalia, che aveva interrotto qualsiasi rapporto con gli Emirati e che con Egitto e Arabia Saudita ha vietato lo spazio aereo ai cargo emiratini. 

Va notato che le tensioni tra i vari protagonisti nella regione non hanno però impedito a Egitto, Qatar, Arabia Saudita e Turchia di sottoscrivere insieme agli Emirati Arabi Uniti, di cui sono rivali, il Board of Peace voluto da Trump ieri a Davos.

La fine dell’idillio: l’eredità di Bouteflika al tramonto

In Algeria si moltiplicano ormai da settimane i segnali di un’insofferenza sempre più marcata nei confronti degli Emirati che fa ipotizzare anche una rottura delle relazioni diplomatiche tra i due paesi.

Non c’è solo, come per altri governi, la preoccupazione per il ruolo di Abu Dhabi sul versante nordorientale del’Africa, ma l’accusa di ingerenza negli affari interni, compresi quelli nei paesi che confinano con l’Algeria.

Questa crisi tra i due paesi rompe così i buoni rapporti che si erano stabiliti nel ventennio della presidenza Bouteflika, durante il quale gli Emirati avevano investito in diversi settori economici, dalle infrastrutture all’immobiliare.

Ad Abu Dhabi si rimprovera il sostegno che avrebbe dato al Movimento per l’autodeterminazione della Cabilia (MAK) che il 16 dicembre ha proclamato l’indipendenza della regione a maggioranza berbera.

Guerra dell’informazione

L’accusa si trascina da tempo e alimenta lo stato di tensione, anche se nel maggio scorso proprio la rete emiratina Sky News Arabiya aveva ospitato un’intervista al giornalista algerino Mohamed Belghit nella quale negava l’identità kabila dell’Algeria perché frutto dei servizi segreti francesi e israeliani. Questa idiozia storica è costata al giornalista l’arresto, mentre la tv pubblica ENTV accusava ancora una volta gli Emirati, definiti “mini stato artificiale”, di complottare contro l’unità del paese.

Il triangolo con Marocco e Israele

Al fondo della crisi con gli Emirati c’è soprattutto la loro politica con i paesi confinanti con l’Algeria, principalmente il Marocco, gli stati del Sahel e la Libia. In questi tempi in cui l’Algeria vive un isolamento diplomatico soprattutto nella regione, senza contare la crisi delle relazioni con la Francia, il sentimento è quello di un accerchiamento di cui Abu Dhabi sarebbe uno dei principali fautori.

Il punto di rottura è stato nel 2020 l’adesione degli Emirati agli Accordi di Abramo con i quali, insieme al Bahrein e qualche mese più tardi il Sudan e il Marocco, veniva riconosciuto Israele. L’adesione del Marocco agli Accordi ha poi aperto la strada del riconoscimento della marocchinità del Sahara Occidentale da parte degli USA, allo scadere della prima presidenza Trump.

L’aspetto più grave è stato il fatto che gli Emirati non solo riconoscono la sovranità marocchina ma nel novembre 2020, primo stato arabo a compiere il passo, aprono un consolato a El Aiun, capitale del Sahara Occidentale occupato dal Marocco.

Da allora l’Algeria non ha smesso di denunciare quella che considera una triangolazione ai suoi danni tra Marocco, Israele e gli Emirati. Rabat ha stretto i rapporti con gli Emirati come dimostra la recente visita del re Mohammed VI ad Abu Dhabi in novembre, anche per implicarli sempre nello sfruttamento economico dei territori occupati, dove hanno già fatto investimenti.

La spaccatura in Libia e nel Sahel

La politica nei confronti della Libia è un altro motivo di contrasto poiché gli Emirati appoggiamo il maresciallo Haftar, l’uomo forte che governa a Bengasi e a cui forniscono un aiuto militare, come dimostra anche una recente intercettazione di armi. Algeri sostiene invece il governo di Tripoli.

Per l’Algeria la preoccupazione maggiore viene dalla lunga frontiera che condivide con la Libia e che dopo la caduta di Gheddafi non ha più trovato stabilità. Infiltrazioni di gruppi terroristi, contrabbando di armi e merci, traffico di essere umani sono tutti fattori destabilizzanti per Algeri, anche se in questi 15 anni di caos libico l’esercito algerino è riuscito a gestire con successo i rischi della situazione.

Ciò che invece l’Algeria non riesce a perdonare a Abu Dhabi è il sostegno ai militari in Mali che l’ha estromessa da una regione per lei particolarmente sensibile. Con la costituzione nel 2023 dell’Alleanza degli stati del Sahel (AES), che oltre al Mali comprende il Niger e il Burkina Faso, l’Algeria ha visto degradarsi rapidamente le relazioni con questi paesi.

La crisi si è acutizzata dopo che Algeri ha abbattuto un drone alla frontiera del Mali, ne sono seguite accuse e polemiche che hanno portato al ritiro dell’ambasciatore maliano ad Algeri, seguito in virtù dell’alleanza tra i paesi saheliani da quelli del Niger e del Burkina Faso. Algeri ha reagito meccanicamente in base al principio di reciprocità e ora i rapporti sono al livello più basso. 

La sfida dei gasdotti

Bamako ha dichiarato nullo l’accordo di pace di Algeri che aveva portato nel 2015 a porre le premesse per la composizione del conflitto tra il governo di Bamako e i movimenti indipendentisti tuareg.

La crisi con i paesi del Sahel, e soprattutto col Niger, mette in causa anche il progetto algerino di costruzione di un gasdotto transahariano, alternativo al progetto accarezzato dal Marocco e che, sempre partendo dalla Nigeria, dovrebbe portare il gas lungo la costa dell’Atlantico.

L’Algeria teme quindi l’isolamento e nuove turbolenze alle sue frontiere meridionali, tanto più che Abu Dhabi è implicata in una serie di relazioni poco trasparenti che pongono il problema di fino a dove vorrà estendere la sua influenza in Africa.

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Pace e Diritti Politica e Società Uganda
La moglie sostiene sia in pericolo di vita e chiede che venga trasferito in una struttura medica attrezzata
Uganda: si aggrava lo stato di salute dell’oppositore in carcere Kizza Besigye
L’altro leader delle opposizioni, Bobi Wine, resta auto-confinato in una località segreta dopo le minacce di morte ricevute via social dal capo dell’esercito e primogenito di Museveni. In manette anche il deputato e vicepresidente del suo partito, Muwanga Kivumbi
23 Gennaio 2026
Articolo di Redazione
Tempo di lettura 3 minuti
Kizza Besigye a un'udienza del processo

Conclusa la tornata elettorale del 15 gennaio con la scontata riconferma per la settima volta alla presidenza di Yoweri Museveni, in Uganda non si allenta la morsa repressiva nei confronti degli oppositori.

A preoccupare negli ultimi giorni sono le condizioni di salute dello storico oppositore Kizza Besigye, in carcere dal novembre 2024 assieme al suo collaboratore Obeid Lutale, entrambi sequestrati mentre si trovavano a Nairobi, in Kenya, e trasferiti nel carcere di massima sicurezza di Luzira, a Kampala.

La moglie del 69enne politico ugandese, Winnie Byanyima, che ha potuto visitarlo, sostiene sia in pericolo di vita e chiede che venga trasferito d’urgenza in una struttura medica attrezzata.

Byanyima, conosciuta attivista per i diritti umani e direttrice di UNAIDS, ha dichiarato che il marito le ha riferito d’avere difficoltà a camminare e di avvertire forti dolori alle gambe. Intervenendo al programma Newsday della BBC la donna ha parlato di un’infezione che sarebbe aumentata negli ultimi due giorni.

Il 21 gennaio gli avvocati di Besigye si sono visti rifiutare da un tribunale la richiesta di trasferirlo in una struttura medica di sua scelta. L’oppositore è accusato di tradimento – reato che prevede la pena di morte -, di possesso illegale di arma da fuoco e di minaccia alla sicurezza nazionale.

Il processo, che si svolge davanti a un tribunale militare, è stato rinviato per malattia, ma i giudici ritengono che non ci siano evidenze che i suoi problemi di salute non possano essere gestiti in carcere.

Il partito di cui è leader, il People’s Front for Freedom (PFF) in una dichiarazione accusa le autorità di negare all’uomo le cure mediche necessarie e di violare i suoi diritti fondamentali, aggiungendo di ritenere “il regime e le autorità carcerarie pienamente responsabili del suo benessere”.

Besigye, che è stato candidato alla presidenza contro Museveni per quattro volte, l’ultima delle quali nel 2016, da tempo accusa le autorità di persecuzione politica.

Preoccupazione per la sua salute è stata espressa anche da quello che è da una decina d’anni il principale oppositore politico di Museveni, Robert Kyagulanyi, meglio conosciuto come Bobi Wine, leader del National Unity Platform (NUP).

Minacce di morte

Dal giorno delle elezioni, quando è sfuggito a un raid delle forze di sicurezza nella sua abitazione a Kampala, Wine resta auto-confinato in una località segreta dopo le minacce di morte ricevute via social dal capo dell’esercito e primogenito di Museveni, il generale Muhoozi Kainerugaba, che tramite il suo account X nelle scorse ore è tornato a minacciare anche i vertici del NUP, definiti “terroristi che si nascondono”. “Li prenderemo tutti”, promette, sostenendo di averne uccisi 30 e arrestati oltre 2mila.

Dal suo rifugio segreto Wine parla di un “massacro silenzioso”, denunciando un centinaio di uccisioni arbitrarie di suoi sostenitori durante il periodo elettorale e annunciando che non ricorrerà in appello contro l’esito del voto, “frutto di brogli”, in quanto la magistratura ugandese non è indipendente.

Il NUP parla di 118 suoi membri arrestati e accusati di vari reati. Secondo il segretario generale del partito “la maggior parte di loro erano agenti elettorali”.

Arrestato il vicepresidente del NUP

Tra gli arresti più recenti anche quello del deputato e vicepresidente del NUP, Muwanga Kivumbi, che la polizia accusa di essere dietro a presunti attacchi armati contro una stazione di polizia e un seggio elettorale a Butambala, nell’Uganda centrale, ai quali gli agenti avrebbero risposto uccidendo sette persone.

Kivumbi e il suo partito negano decisamente le accuse, sostenendo invece che agenti di sicurezza abbiano fatto irruzione nella sua abitazione usando lacrimogeni e uccidendo dieci suoi sostenitori che si trovavano nella casa per seguire lo spoglio dei voti delle elezioni parlamentari.

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Arte e Cultura Nigeria
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Danza / Nigeria
L’utopia possibile di Eko
Il QDance Center di Lagos guarda oltre i corsi gratuiti per la comunità che hanno formato artisti locali e le decine di tournée organizzate nel mondo: vuole cambiare i modelli di finanziamento per l’arte e riscrivere le regole della coreografia, anche unendo IA e tradizione spirituale yoruba
23 Gennaio 2026
Articolo di Vincent Desmond
Tempo di lettura 1 minuti
(Credit: Qudus Onikeku/The QDance Company/AFP)

Questo articolo è uscito nella sezione “Afroculture” del numero di Nigrizia di gennaio 2026.

Nascosto da qualche parte sulla famosa Lagos Island, Eko in lingua yoruba, si trova il QDance Center, amato dalla sua comunità ma ancora difficile da localizzare per i non iniziati alla sua arte. Per la maggior parte degli abitanti della metropoli nigeriana, il nome richiama alla mente spettacoli di danza, movement training e un genere […]
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Economia Egitto Italia Pace e Diritti Politica e Società
Relazioni Italia-Egitto e diritti umani calpestati
L’ombra di Zohr sulla verità: dieci anni di realpolitik dopo Giulio Regeni
Mentre il processo a Roma per il sequestro, le torture e l’uccisione del ricercatore sfida l'ostruzionismo del Cairo, gli interessi di ENI e dell’industria militare delineano un asse strategico che sopravvive alla repressione. La parabola di al-Sisi tra crisi del debito e controllo delle frontiere europee
22 Gennaio 2026
Articolo di Giuseppe Acconcia
Tempo di lettura 8 minuti

Il 25 gennaio 2016 Giulio Regeni è stato prelevato dagli agenti della sicurezza egiziana. Da quel momento non si è più saputo nulla di lui fino al 3 febbraio quando è stato ritrovato il suo cadavere nella periferia del Cairo. A dieci anni da quei tragici eventi resta la tristezza di tanti che hanno visto in questo terribile episodio la fine di ogni speranza per un Egitto più trasparente e democratico dopo le rivolte di piazza Tahrir del 25 gennaio 2011.

Il ricordo

La figura del dottorando, di chi fa ricerca, ma anche di chi fa giornalismo sul campo in aree disagiate, sicuramente ha trovato in Giulio Regeni un giovane di riferimento. Lo studente svolgeva la sua ricerca dottorale su uno dei risultati principali delle rivolte del 2011: il sindacalismo autonomo.

Dopo il 2011 la legalizzazione dell’Egyptian Federation of Independent Trade Unions (EFITU) è stato uno dei momenti più significativi della fase postrivoluzionaria, segnata dall’ascesa al potere della Fratellanza Musulmana di Mohammed Morsi.

Gli anni seguenti, nonostante la mobilitazione nelle fabbriche continui ad andare avanti, è stata invece legata alla stigmatizzazione del dissenso dei movimenti operai che nel 2017 ha portato alla censura anche del sindacalismo indipendente.

Tuttavia, già dal 2013, EFITU era strettamente monitorata da parte delle autorità egiziane, mentre alcuni suoi leader storici venivano cooptati nel governo ad interim che ha coronato Abdel Fattah al-Sisi alla guida del paese nel 2014.

Un esempio per chi fa ricerca

E così dopo dieci anni, l’esempio di Giulio Regeni vive in chi continua a fare ricerca sul campo, trovando spesso ostacoli insormontabili. Questo accade prima di tutto agli studiosi stranieri che hanno sempre più difficoltà a svolgere serenamente il proprio lavoro in contesti autoritari.

Ne è un esempio chiaro l’arresto in Tunisia dello studente francese Victor Dupont, nel 2024. Anche la Tunisia, dopo l’Egitto, è diventato un altro paese offlimits per ricercatori e attivisti, continuamente stigmatizzati dalla svolta autoritaria del presidente Kais Saied.

Eppure, sono soprattutto gli studiosi locali a trovare ostacoli insormontabili alla loro attività di ricerca o di analisi critica sulla politica contemporanea egiziana. Basta pensare al caso di Ismail Alexandrani, ricercatore dell’Egyptian Center for Economic and Social Rights (ECESR), di nuovo in arresto per le sue ricerche sul terrorismo nella penisola del Sinai.

O il caso eclatante dello studente, ora dottorando, dell’Università di Bologna, Patrick Zaki, arrestato il 7 febbraio 2020 al suo rientro in Egitto, e al centro di una lunga trattativa che ha portato al suo rilascio solo nel 2023. Ma anche ai casi controversi di attivisti che continuano a denunciare gli abusi del regime militare di al-Sisi, come Mahienour el-Masri e Alaa Abdel Fattah, rientrato nel Regno Unito dopo una lunga battaglia legale per il suo rilascio che ha visto in prima linea sua madre Laila Soueif che ha rischiato la vita per chiedere la scarcerazione del figlio.

Un monito per chi difende i diritti umani

E così, più in generale, il caso di Giulio Regeni è diventato un monito per chi difende i diritti umani in contesti autoritari. In Egitto, dopo il colpo di stato militare del 2013, vige una legge antiterrorismo che impedisce qualsiasi assembramento o manifestazione. Nel mirino delle autorità egiziane sono finite anche le proteste per Gaza che dopo il 7 ottobre 2023 erano state inizialmente permesse, per poi essere relegate alle porte del sindacato dei giornalisti al Cairo.

Nelle carceri egiziane continuano a essere detenuti oltre 60mila prigionieri politici, come Moneim Abul Fotuh, uno dei leader della Fratellanza Musulmana che ha poi lasciato il movimento, fondando il partito di sinistra Egitto Forte. Non solo. Le sparizioni forzate, tra cui si può annoverare anche il caso Regeni nelle sue fasi iniziali, sono state migliaia negli ultimi anni.

I primi a pagare le conseguenze della repressione sono stati i Fratelli Musulmani e i loro sostenitori, come spiegano bene la repressione del sit-in di Rabaa al-Adaweya del 2013 e la morte in carcere, in circostanze poco trasparenti, dell’ex presidente Morsi nel 2019.

E così l’intera società civile egiziana e la solidarietà transnazionale che da tutto il mondo è arrivata in Egitto dopo il 2011 sono state duramente limitate dal regime militare di al-Sisi negli ultimi 15 anni. Per esempio, non si contano gli attivisti e gli studiosi che da anni non si recano nel paese per il rischio di essere arrestati o che sono stati rispediti nei loro paesi una volta arrivati al Cairo, anche in occasione della COP27 che si è svolta a Sharm el-Sheikh nel 2022. 

Il processo in Italia

Così come avviene per tanti egiziani, come nel caso dell’attivista dell’Alleanza socialista Shaimaa el-Sabbagh, neppure per il caso Regeni le autorità egiziane hanno mostrato di voler affrontare seriamente un giusto processo che porti ad assicurare alla giustizia chi ha commesso un crimine così crudele.

Anche il processo in Italia va avanti tra mille ostacoli in assenza degli imputati Usham Helmi, il generale Sabir Tariq e i colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, accusati di sequestro di persona pluriaggravato. A Sharif sono contestati anche i reati di concorso in lesioni personali aggravate e in omicidio aggravato.

È stata la stessa Corte costituzionale, il 26 ottobre 2023 a decidere di superare gli articoli del Codice penale che non prevedono che i giudici possano procedere in assenza degli imputati, che mai hanno risposto alle richieste degli inquirenti italiani, nel caso di crimini di tortura. 

Le responsabilità italiane

Lo svolgimento del processo in Italia non supera le gravi responsabilità di Roma nel caso che ha coinvolto gli allora premier, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, nelle fasi più delicate del caso, durante i giorni della scomparsa e nei mesi in cui è stato ritirato l’ambasciatore italiano dal Cairo. E poi tutti i primi ministri che si sono succeduti fino a Giorgia Meloni, per le mancate pressioni esercitate sulle autorità egiziane per ottenere davvero l’accertamento completo e la giustizia per le responsabilità nei fatti.

Questo nasconde, più in generale, interessi di lungo termine dell’Italia in Egitto, come è il caso di ENI che è impegnata direttamente nello sfruttamento delle risorse energetiche nel Mediterraneo orientale dopo la scoperta senza precedenti del bacino estrattivo di Zohr XI, a largo di Port Said, a circa 200 chilometri dalla città costiera.

Il blocco nell’area di Shorouk è stato concesso in gestione a ENI dopo l’accordo del gennaio 2014 tra il ministero del Petrolio egiziano e l’Egyptian Natural Gas Holding Company (EGAS). Il maxi-giacimento inizialmente aveva un potenziale di risorse fino a 850 miliardi di metri cubi (equivalente a 5,5 miliardi di barili di petrolio) in un’area di cento chilometri quadrati.

Come se non bastasse, sono aumentate negli anni le forniture militari dall’Italia in Egitto, inclusi M346 jet, Eurofighter Typhoon, navi di pattugliamento e satelliti militari. Non solo. Al-Sisi è stato ribattezzato, insieme a Saied, come il garante delle frontiere europee con la concessione di 7,4 miliardi di euro di aiuti da parte dell’UE fino al 2027.

Più in generale l’ex generale, che resterà al potere anche oltre il 2030, ha continuato a fare leva sull’indubbia influenza egiziana in Libia, in particolare nella Cirenaica di Khalifa Haftar, per accreditarsi come garante dei confini europei e argine gli sbarchi di migranti.

La crisi del debito

Non solo. Nonostante al-Sisi abbia puntato in questi anni a cavalcare l’immagine dell’esercito come agente di modernizzazione con l’inaugurazione di progetti faraonici come la nuova capitale amministrativa e il Grand Egyptian Museum (GEM), crescono le preoccupazioni per il debito pubblico egiziano.

L’esercito non ha pagato 750milioni di dollari di prestiti al Fondo monetario internazionale (FMI) lo scorso dicembre. Il debito è stato detratto dalla prossima tranche del secondo prestito da 8 miliardi accordato dal fondo nel 2024.

Era stato proprio il premier, Mostafa Madbouly, a chiedere al ministro della Difesa, Abdel Megeed Saqr, di coprire il debito con l’FMI, mentre ammonta ad almeno 60 milioni di dollari il debito totale ancora da pagare per il 2025. Già nel 2022 l’esercito era intervenuto per far fronte alla crisi che aveva portato alla mancanza di dollari nel paese, con una conseguente svalutazione senza precedenti della lira egiziana.

Dopo dieci anni, la scomparsa di Giulio Regeni resta una ferita aperta per i rapporti tra Italia ed Egitto ma anche per tutti coloro che a livello individuale conoscono e studiano questo paese, in particolare per chi fa ricerca e giornalismo.

Soltanto il completo accertamento delle responsabilità egiziane a tutti i livelli nell’assassinio del giovane studioso italiano potrà finalmente chiudere una pagina così dolorosa, il cui processo è raccontato nelle sale italiane in questi giorni (dal 2 al 4 febbraio) nel documentario di Simone Manetti “Giulio Regeni. Tutto il male del mondo”.

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