Intervista a Oussema Bouagila, direttore regionale per l’Africa settentrionale di Reporter senza Frontiere
Giornalisti e media indipendenti sempre più nel mirino di regimi autoritari, con un numero crescente di reporter arrestati e condannati con il pretesto della sicurezza, della lotta alle “fake news” o vittime di campagne diffamatorie. Gli stati più allarmanti per RSF sono Algeria, Tunisia e Marocco
L’indice diffuso da Reporter senza Frontiere (RSF) il 30 aprile traccia un quadro preoccupante della libertà di stampa in Nordafrica. Nel giro di appena un anno, l’Algeria è crollata dal 126esimo al 145esimo posto, mentre la Tunisia ha perso otto posizioni, scendendo dal 129esimo al 137esimo posto (su 180 paesi analizzati).
Il Marocco, invece, ha registrato un miglioramento, passando dal 120esimo al 105esimo posto. L’Egitto è salito dal 170esimo al 169esimo posto, mentre la Libia è scesa dalla 137esima alla 138esima posizione.
Nell’ultimo periodo, i giornalisti sono nel mirino soprattutto a Tunisi e ad Algeri. Appena tre giorni fa, i reporter tunisini Mourad Zeghidi e Borhen Bsaies sono stati condannati in appello a tre anni e mezzo di reclusione per “riciclaggio di denaro” ed “evasione fiscale”. Una sentenza che s’inserisce nell’escalation di repressione che sta colpendo giornalisti, media indipendenti e organizzazioni per i diritti umani.
In Algeria, da novembre 2025, le autorità hanno arbitrariamente detenuto, processato o condannato sette giornalisti e operatori dei media, tra cui Abdelwakil Blamm, Hassan Bouras e Christophe Gleizes. Il giornalista Mustapha Bendjama continua a essere tra i più perseguitati dalle autorità algerine: per alcuni post pubblicati sui social media è stato condannato, in due casi distinti tra febbraio e marzo, a pene detentive con la condizionale.
Per comprendere meglio il deterioramento della libertà di stampa nella regione abbiamo parlato con Oussema Bouagila, direttore regionale per il Nordafrica di RSF.
RSF ha osservato possibili influenze regionali o convergenze nelle pratiche repressive che interessano Algeria e Tunisia?
In diversi paesi del Maghreb, i governi hanno adottato leggi presentate inizialmente come strumenti per combattere la criminalità informatica o le “fake news”. Tuttavia, questi testi sono stati deviati dal loro scopo originario.
In Tunisia, il Decreto-Legge 54 del 2022, originariamente destinato a contrastare la criminalità informatica, viene spesso utilizzato per colpire il giornalismo indipendente, criminalizzando post sui social media o dichiarazioni ritenute “inappropriate”.
In Algeria, una modifica al Codice Penale introdotta nel 2020 ha criminalizzato la pubblicazione di “informazioni false”, fungendo da strumento di pressione contro i media indipendenti. RSF osserva che queste pratiche rappresentano un modello regionale: le leggi vengono progressivamente utilizzate per limitare la libertà di stampa con il pretesto della sicurezza o della lotta alle “fake news”, creando un clima di paura e autocensura tra i giornalisti.
La dimensione economica rappresenta un ulteriore fattore di pressione. In Marocco, i giornali filogovernativi ricevono maggiori risorse. In Algeria, ottenere finanziamenti esteri è diventato vietato per legge, mentre il crollo delle entrate pubblicitarie ha costretto molte testate a chiudere. In Libia, esistono stretti legami tra gli uomini d’affari che controllano i ricavi pubblicitari e il potere politico. C’è una relazione tra la concentrazione delle risorse economiche – pubbliche o private – e la libertà di stampa?
Osserviamo una relazione diretta tra la concentrazione delle risorse economiche e l’indebolimento della libertà di stampa. La concentrazione della proprietà dei media e la dipendenza da pubblicità opaca o da sostegni pubblici pongono i media indipendenti di fronte a un dilemma tra il mantenimento dell’indipendenza editoriale e la sopravvivenza economica. Questo è particolarmente evidente in Tunisia e Algeria, dove il giornalismo indipendente è sottoposto a continue pressioni politiche ed economiche.
Come sta avvenendo con l’associazione Al Khatt, che gestisce il media investigativo indipendente tunisino Inkyfada, attualmente sotto processo, e com’è avvenuto con il sito Nawaat, che aveva sospeso le proprie attività per un mese lo scorso ottobre… In Egitto, il sito di informazione indipendente Mada Masr è inaccessibile agli egiziani dal 2017. A suo avviso, perché queste organizzazioni mediatiche indipendenti sono percepite come particolarmente sensibili dai governi di Kais Saied e Abdel Fattah el-Sisi?
Questi media rifiutano di adottare la narrativa ufficiale, pubblicano informazioni verificate e agiscono come contropotere mediatico, diventando così bersaglio di pressioni giudiziarie, economiche e tecniche.
La libertà di stampa è in declino a livello globale. Fino a che punto gli interessi europei contribuiscono alla debolezza delle critiche rivolte ai governi nordafricani riguardo alle violazioni della libertà di stampa? C’è una correlazione tra il rafforzamento dei partenariati strategici e un livello di pressione politica inferiore su tali questioni?
I paesi europei non sono più particolarmente impegnati a tutelare la libertà di stampa nelle loro relazioni con gli stati nordafricani. Le poste in gioco politiche e gli interessi strategici sono diventati i principali motori di queste partnership. Di conseguenza, la libertà di stampa – come molte altre libertà – è diventata una questione secondaria.
In altre parole, gli interessi europei legati alla migrazione, all’energia e più in generale alle strategie geopolitiche finiscono spesso per prevalere sull’attenzione alle violazioni contro i giornalisti e la libertà dei media nella regione, indebolendo l’efficacia della pressione politica esercitata sui governi locali.
Guardando al futuro, quale paese del Nordafrica la preoccupa di più per la libertà di stampa? E dove, al contrario, vede ancora margini di miglioramento?
È difficile dare una risposta definitiva, poiché la situazione generale nel Nordafrica resta estremamente preoccupante. Tuttavia, esiste ancora una certa speranza nei giornalisti e nei corrispondenti sul campo che continuano a resistere alle molestie giudiziarie, alle campagne diffamatorie e alle persecuzioni. Inoltre, attori come alcuni parlamentari tunisini stanno cercando, nonostante gli ostacoli, di introdurre riforme che potrebbero migliorare il quadro giuridico del giornalismo.
In ordine di preoccupazione, Algeria, Tunisia e Marocco sono i paesi più allarmanti a causa delle continue pressioni sui giornalisti e dei tentativi di imporre la narrativa ufficiale dei regimi al potere.
In Libia, invece, permane una certa speranza, in particolare dopo la liberazione del giornalista Saleh Zarwali il 9 maggio e i primi passi verso la ripresa del dialogo tra le fazioni libiche, che potrebbero favorire i media indipendenti libici, molti dei quali erano stati costretti a lasciare il paese.
C’è qualcosa che vorrebbe aggiungere?
Le violazioni documentate hanno conseguenze dirette: indeboliscono i media indipendenti e investigativi, alimentano la disinformazione e riducono il pluralismo mediatico, limitando l’accesso dei cittadini a informazioni affidabili e diversificate.