Nigrizia

Conflitti e Terrorismo Nigeria Politica e Società Stati Uniti
Sullo sfondo restano l’espansione jihadista nel Sahel e le polemiche sulle accuse di persecuzione dei cristiani rilanciate da Donald Trump
Nigeria e USA rivendicano l’uccisione di un leader dello Stato Islamico
Un dirigente dello Stato Islamico indicato dagli Stati Uniti come uno dei principali responsabili operativi dell’organizzazione è stato ucciso nel nord-est della Nigeria durante una operazione congiunta con Abuja
18 Maggio 2026
Articolo di Redazione
Tempo di lettura 2 minuti

Nigeria e Stati Uniti hanno annunciato l’uccisione di Abu Bilal al-Minuki, dirigente dello Stato Islamico che Washington considera tra i principali leader del gruppo jihadista a livello globale. Donald Trump e il presidente nigeriano Bola Tinubu hanno diffuso l’annuncio il 16 maggio.

L’operazione si è svolta nel bacino del Lago Ciad, nel nord-est della Nigeria. L’area rappresenta da anni uno degli epicentri della violenza jihadista nella regione.

«Le forze americane e quelle nigeriane hanno eseguito con successo una missione complessa», ha dichiarato Trump. Il presidente statunitense ha definito al-Minuki «il terrorista più attivo al mondo». Tinubu ha invece parlato di «un duro colpo inflitto ai ranghi dello Stato Islamico».

Un obiettivo strategico

Secondo le forze armate nigeriane e il Comando USA per l’Africa (Africom), al-Minuki occupava una posizione chiave nell’organizzazione. Coordinava attività operative e strategiche. Seguiva anche propaganda, sviluppo di armi, esplosivi e droni. Inoltre manteneva contatti con cellule affiliate fuori dalla Nigeria.

I militari hanno individuato il leader jihadista in un complesso fortificato vicino a Metele, nello stato di Borno. Da oltre quindici anni quest’area vive al centro delle violenze armate nel nord-est del paese. Nell’attacco sono morti anche alcuni collaboratori di al-Minuki.

Nuovi raid e tensioni politiche

Due giorni dopo l’annuncio, Africom ha comunicato nuovi raid contro obiettivi dello Stato Islamico nel nord-est della Nigeria. La decisione segnala un rafforzamento della cooperazione militare tra Washington e Abuja.

L’intervento arriva mentre cresce l’attenzione statunitense sulla sicurezza nigeriana. Negli ultimi mesi Trump ha denunciato presunte persecuzioni contro i cristiani nel paese. Il presidente americano ha parlato anche di «genocidio». Il governo nigeriano respinge queste accuse. Molti esperti contestano la lettura della Casa Bianca. Secondo diversi analisti, la violenza colpisce cristiani e musulmani senza distinzioni nette. Dietro gli attacchi agiscono fattori diversi: jihadismo, criminalità armata, conflitti locali e dispute per l’accesso alle terre.

Un conflitto che cambia

Il nord della Nigeria affronta da anni una doppia minaccia. Da una parte operano gruppi jihadisti legati allo Stato Islamico e a Boko Haram. Dall’altra agiscono bande criminali che organizzano sequestri e assalti contro i villaggi. Diversi osservatori internazionali ritengono che l’Africa sia diventata uno dei principali fronti dello Stato Islamico. Il Sahel e il bacino del Lago Ciad assumono un peso sempre maggiore nella strategia del gruppo jihadista.

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Chiesa e Missione Congo (Rep. dem.) Politica e Società
I presuli esortano i fedeli a rimanere saldi nella speranza di fronte al peggioramento delle sfide sociali e di sicurezza che affliggono il paese
Rd Congo: i vescovi di Kinshasa denunciano povertà, insicurezza, corruzione e violenza
18 Maggio 2026
Articolo di Redazione
Tempo di lettura 3 minuti

La Repubblica democratica del Congo, nella cornice del disinteresse che in genere i media nostrani dimostrano verso l’Africa, è tra i paesi che godono di maggiore attenzione, se non altro per il grave conflitto che da anni affligge le regioni orientali, per epidemie come ebola che di tanto in tanto rispuntano e per la ricerca da parte delle potenze mondiali di accaparrarsi le risorse naturali e i materiali critici presenti in grande quantità nel sottosuolo. L’immenso paese, al centro dell’Africa, soffre inoltre di molte altre situazioni di instabilità.

Come ribadito dai vescovi cattolici della Provincia Ecclesiastica di Kinshasa, che la scorsa settimana hanno concluso la loro Assemblea Episcopale di zona (ASSEPKIN) nella diocesi di Inongo. I presuli hanno esortato i fedeli a rimanere saldi nella speranza di fronte al peggioramento delle sfide sociali e di sicurezza che affliggono il grande paese.

In una dichiarazione finale hanno espresso preoccupazione per la povertà, l’insicurezza, la corruzione, la violenza e in particolare i ripetuti attacchi contro la Chiesa cattolica e le sue istituzioni. “Le nostre popolazioni si trovano ad affrontare diverse sfide importanti che ci interpellano in quanto pastori”, hanno scritto i vescovi, denunciando gli “attacchi mirati contro la Chiesa cattolica, i suoi rappresentanti e le sue istituzioni”, nonché la crescente violenza fisica e verbale.

Hanno sottolineato, tra l’altro, le vessazioni e le violenze lungo fiumi e strade dovute alla moltiplicazione dei posti di blocco, le tasse inappropriate, la corruzione nelle scuole e nelle istituzioni pubbliche, i ritardi nel pagamento degli stipendi ai dipendenti pubblici nelle aree rurali e il fatto che i giovani sono abbandonati a sé stessi.

Nonostante le molteplici difficoltà, il cardinale Fridolin Ambongo Besungu e i vescovi che governano le comunità cristiane oltre che a Kinshasa, nelle diocesi di Boma, Idiofa, Inongo, Kenge, Kikwit, Kisantu, Matadi e Popokabaka, hanno esortato i fedeli a perseverare nella speranza. In una dichiarazione conclusiva hanno detto: «Di fronte a tutte queste prove, presenti e future, vi esortiamo, fratelli e sorelle: con Cristo Risorto, siate saldi e sempre gioiosi, per rimanere fermi nella speranza e nella testimonianza della verità e della fede».

Hanno elogiato, d’altro lato, lo sforzo del governo per migliorare le infrastrutture stradali e la fornitura di energia elettrica, sottolineando le iniziative volte a ristabilire la pace nelle aree colpite dai miliziani mobondo, gruppi armati sorti nel 2022 come gruppo di autodifesa, in seguito ad una disputa su proprietà di terre tra la comunità indigena téké (proprietari tradizionale del territorio) e yaka, comunità di agricoltori immigrati.

Il nome “mobondo” deriva da amuleti e feticci che i miliziani utilizzano, convinti di essere resi invincibili. Il gruppo compie attacchi contro i villaggi téké, le forze di sicurezza e i civili e ha provocato migliaia di vittime e centinaia di migliaia di sfollati, creando tra l’altro una grave crisi umanitaria. 

I vescovi hanno infine espresso apprezzamento per gli operatori pastorali, i consacrati e i fedeli laici al servizio delle comunità locali.

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Economia Kenya Pace e Diritti Politica e Società Tecnologia
PLUS
Kenya / Schiavismo digitale
Savannah oscura
Contratti precari, paghe da fame e traumi psicologici senza tutele: è il prezzo nascosto dello sviluppo tecnologico pagato dai giovani laureati della Silicon Valley africana, che alimentano il sistema restando invisibili
18 Maggio 2026
Articolo di Bruna Sironi, da Nairobi
Tempo di lettura 1 minuti

Questo articolo è uscito nella sezione “Africa 54” del numero di Nigrizia di maggio 2026.

Nel mondo delle tecnologie digitali il Kenya è conosciuto come “Silicon Savannah”, un richiamo esplicito alla Silicon Valley americana e un auspicio che il paese possa diventare il prossimo hub globale del settore. Un’ambizione non priva di fondamento, ma che nasconde contraddizioni profonde, a partire dalle condizioni di sfruttamento in cui versa buona parte di […]
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Algeria Egitto Libia Marocco Pace e Diritti Politica e Società Tunisia
Intervista a Oussema Bouagila, direttore regionale per l’Africa settentrionale di Reporter senza Frontiere
Libertà di stampa sotto attacco in Nordafrica
Giornalisti e media indipendenti sempre più nel mirino di regimi autoritari, con un numero crescente di reporter arrestati e condannati con il pretesto della sicurezza, della lotta alle “fake news” o vittime di campagne diffamatorie. Gli stati più allarmanti per RSF sono Algeria, Tunisia e Marocco
15 Maggio 2026
Articolo di Nadia Addezio
Tempo di lettura 5 minuti
Immagine generata dall'intelligenza artificiale

L’indice diffuso da Reporter senza Frontiere (RSF) il 30 aprile traccia un quadro preoccupante della libertà di stampa in Nordafrica. Nel giro di appena un anno, l’Algeria è crollata dal 126esimo al 145esimo posto, mentre la Tunisia ha perso otto posizioni, scendendo dal 129esimo al 137esimo posto (su 180 paesi analizzati).

Il Marocco, invece, ha registrato un miglioramento, passando dal 120esimo al 105esimo posto. L’Egitto è salito dal 170esimo al 169esimo posto, mentre la Libia è scesa dalla 137esima alla 138esima posizione.

Nell’ultimo periodo, i giornalisti sono nel mirino soprattutto a Tunisi e ad Algeri. Appena tre giorni fa, i reporter tunisini Mourad Zeghidi e Borhen Bsaies sono stati condannati in appello a tre anni e mezzo di reclusione per “riciclaggio di denaro” ed “evasione fiscale”. Una sentenza che s’inserisce nell’escalation di repressione che sta colpendo giornalisti, media indipendenti e organizzazioni per i diritti umani.

In Algeria, da novembre 2025, le autorità hanno arbitrariamente detenuto, processato o condannato sette giornalisti e operatori dei media, tra cui Abdelwakil Blamm, Hassan Bouras e Christophe Gleizes. Il giornalista Mustapha Bendjama continua a essere tra i più perseguitati dalle autorità algerine: per alcuni post pubblicati sui social media è stato condannato, in due casi distinti tra febbraio e marzo, a pene detentive con la condizionale.

Per comprendere meglio il deterioramento della libertà di stampa nella regione abbiamo parlato con Oussema Bouagila, direttore regionale per il Nordafrica di RSF.

RSF ha osservato possibili influenze regionali o convergenze nelle pratiche repressive che interessano Algeria e Tunisia?

In diversi paesi del Maghreb, i governi hanno adottato leggi presentate inizialmente come strumenti per combattere la criminalità informatica o le “fake news”. Tuttavia, questi testi sono stati deviati dal loro scopo originario.

In Tunisia, il Decreto-Legge 54 del 2022, originariamente destinato a contrastare la criminalità informatica, viene spesso utilizzato per colpire il giornalismo indipendente, criminalizzando post sui social media o dichiarazioni ritenute “inappropriate”.

In Algeria, una modifica al Codice Penale introdotta nel 2020 ha criminalizzato la pubblicazione di “informazioni false”, fungendo da strumento di pressione contro i media indipendenti. RSF osserva che queste pratiche rappresentano un modello regionale: le leggi vengono progressivamente utilizzate per limitare la libertà di stampa con il pretesto della sicurezza o della lotta alle “fake news”, creando un clima di paura e autocensura tra i giornalisti.

La dimensione economica rappresenta un ulteriore fattore di pressione. In Marocco, i giornali filogovernativi ricevono maggiori risorse. In Algeria, ottenere finanziamenti esteri è diventato vietato per legge, mentre il crollo delle entrate pubblicitarie ha costretto molte testate a chiudere. In Libia, esistono stretti legami tra gli uomini d’affari che controllano i ricavi pubblicitari e il potere politico. C’è una relazione tra la concentrazione delle risorse economiche – pubbliche o private – e la libertà di stampa?

Osserviamo una relazione diretta tra la concentrazione delle risorse economiche e l’indebolimento della libertà di stampa. La concentrazione della proprietà dei media e la dipendenza da pubblicità opaca o da sostegni pubblici pongono i media indipendenti di fronte a un dilemma tra il mantenimento dell’indipendenza editoriale e la sopravvivenza economica. Questo è particolarmente evidente in Tunisia e Algeria, dove il giornalismo indipendente è sottoposto a continue pressioni politiche ed economiche.

Come sta avvenendo con l’associazione Al Khatt, che gestisce il media investigativo indipendente tunisino Inkyfada, attualmente sotto processo, e com’è avvenuto con il sito Nawaat, che aveva sospeso le proprie attività per un mese lo scorso ottobre… In Egitto, il sito di informazione indipendente Mada Masr è inaccessibile agli egiziani dal 2017. A suo avviso, perché queste organizzazioni mediatiche indipendenti sono percepite come particolarmente sensibili dai governi di Kais Saied e Abdel Fattah el-Sisi?

Questi media rifiutano di adottare la narrativa ufficiale, pubblicano informazioni verificate e agiscono come contropotere mediatico, diventando così bersaglio di pressioni giudiziarie, economiche e tecniche.

La libertà di stampa è in declino a livello globale. Fino a che punto gli interessi europei contribuiscono alla debolezza delle critiche rivolte ai governi nordafricani riguardo alle violazioni della libertà di stampa? C’è una correlazione tra il rafforzamento dei partenariati strategici e un livello di pressione politica inferiore su tali questioni?

I paesi europei non sono più particolarmente impegnati a tutelare la libertà di stampa nelle loro relazioni con gli stati nordafricani. Le poste in gioco politiche e gli interessi strategici sono diventati i principali motori di queste partnership. Di conseguenza, la libertà di stampa – come molte altre libertà – è diventata una questione secondaria.

In altre parole, gli interessi europei legati alla migrazione, all’energia e più in generale alle strategie geopolitiche finiscono spesso per prevalere sull’attenzione alle violazioni contro i giornalisti e la libertà dei media nella regione, indebolendo l’efficacia della pressione politica esercitata sui governi locali.

Guardando al futuro, quale paese del Nordafrica la preoccupa di più per la libertà di stampa? E dove, al contrario, vede ancora margini di miglioramento?

È difficile dare una risposta definitiva, poiché la situazione generale nel Nordafrica resta estremamente preoccupante. Tuttavia, esiste ancora una certa speranza nei giornalisti e nei corrispondenti sul campo che continuano a resistere alle molestie giudiziarie, alle campagne diffamatorie e alle persecuzioni. Inoltre, attori come alcuni parlamentari tunisini stanno cercando, nonostante gli ostacoli, di introdurre riforme che potrebbero migliorare il quadro giuridico del giornalismo.

In ordine di preoccupazione, Algeria, Tunisia e Marocco sono i paesi più allarmanti a causa delle continue pressioni sui giornalisti e dei tentativi di imporre la narrativa ufficiale dei regimi al potere.

In Libia, invece, permane una certa speranza, in particolare dopo la liberazione del giornalista Saleh Zarwali il 9 maggio e i primi passi verso la ripresa del dialogo tra le fazioni libiche, che potrebbero favorire i media indipendenti libici, molti dei quali erano stati costretti a lasciare il paese.

C’è qualcosa che vorrebbe aggiungere?

Le violazioni documentate hanno conseguenze dirette: indeboliscono i media indipendenti e investigativi, alimentano la disinformazione e riducono il pluralismo mediatico, limitando l’accesso dei cittadini a informazioni affidabili e diversificate.

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Armi e Disarmo Chiesa e Missione Conflitti e Terrorismo Italia Pace e Diritti Politica e Società
Nigrizia aderisce alla proposta di Pax Christi e delle Comunità cristiane di base per l'Assemblea diocesana di Verona del 16 maggio 2026
Abolire le armi nucleari, dare corpo alla “disarmante” speranza di pace
Appello agli enti locali e alle istituzioni: "Disarmiamoci, via il nucleare dai nostri territori"
15 Maggio 2026
Articolo di Redazione
Tempo di lettura 3 minuti
Un murales sul tema della pace in Normandia

Nigrizia aderisce all’appello per il disarmo nucleare lanciato alle istituzioni italiane e agli enti locali dalle Comunità cristiane di base e da Pax Christi. Il messaggio arriva alla viglia dell’assemblea della Diocesi di Verona che si terrà domani, 16 maggio.

L’iniziativa dei movimenti è partita dopo una sollecitazione del sacerdote veronese don Vincenzo Zambello a margine dei Martedì del mondo del 5 maggio, nella sede dei missionari comboniani di Vicolo Pozzo,1.

Durante l’incontro, il fisico Carlo Rovelli e il vescovo di Verona Domenico Pompili hanno dialogato sul tema del pericolo nucleare.

La conferenza – organizzata da Cum, Nigrizia, Suore comboniane, Progetto Mondo, Cestim, Centro pastorale immigrati e Centro missionario diocesano di Verona, – è stata un’occasione per anche discutere della presenza di decine di testate nucleari nel nostro paese nelle basi militari di Ghedi (Brescia) e Aviano (Pordenone), come testimoniato da don Fabio Corazzina, sacerdote bresciano da sempre impegnato nel disarmo di questi territori. 

Le parole del messaggio 

Da qui l’appello. “A più di 80 anni dai bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki, che Verona ricorda ogni anno ad agosto con l’iniziativa delle “lanterne sull’Adige” – si legge nel messaggio – , continuano a contarsi più di 12.000 testate nucleari nel mondo.

Alcune di esse sono a Ghedi e ad Aviano dove è in atto il loro ammodernamento mentre altre basi si stanno potenziando in previsione di una guerra nucleare”.

Il messaggio prosegue: “Papa Francesco afferma più volte che “l’uso delle armi nucleari come pure il loro mero possesso è immorale” (2017, 2019, 2022), ricordando che ‘una storica votazione in sede ONU (luglio 2017) ha stabilito che le armi nucleari non sono solamente immorali ma devono considerarsi un illegittimo strumento di guerra’”.

Papa Leone, continua ancora l’appello, “nel messaggio per la Giornata mondiale della pace del 1° gennaio 2026, sostiene che ‘la deterrenza nucleare incarna l’irrazionalità di un rapporto tra i popoli basato sulla paura e sul dominio della forza’.  Il 5 maggio 2026 dichiara che ‘la Chiesa da anni ha parlato contro tutte le armi nucleari’”.

Nel testo si passa al Documento sinodale nazionale “Lievito di pace e di speranza” (settembre 2025), in cui siesprime la necessità di promuovere iniziative per “il bando al possesso e all’utilizzo di arsenali nucleari” (24)”, per poi concludere:  

“Collegandoci alle indicazioni emerse durante l’Arena di pace e giustizia del maggio 2024 con papa Francesco, intendiamo mobilitarci per abolire le armi nucleari partendo dalla smilitarizzazione delle menti, dei cuori e dei nostri territori, attivando percorsi di educazione alla nonviolenza.

Sollecitiamo gli enti locali – comunali, provinciali e regionali -, a esercitare con decisione quella che Giorgio La Pira chiamava ‘diplomazia delle città’, soggetti originari del diritto e della convivenza umana, per dare corpo civile e sociale alla speranza di pace.

Chiediamo al parlamento e al governo italiano, di allontanare le armi nucleari dall’Italia, di promuovere accordi per il disarmo nucleare in Europa, di aderire al Trattato ONU di proibizione delle armi nucleari (approvato nel 2017) che rende illegale ‘l’uso, lo sviluppo, la fabbricazione, l’acquisizione, il possesso, l’immagazzinamento, l’installazione o il dispiegamento di armi nucleari’”

Lo chiediamo e lo vogliamo per amore della vita, della famiglia umana, della terra e del cosmo intero, come discepoli di Cristo ‘nostra pace’ (Ef 2), ‘profeta disarmato e disarmante’ (papa Leone, 2 maggio 2026), per ‘disarmarci e ricostruirci come civiltà’ (dalla nota della CEI “Educare a una pace disarmata e disarmante”, 104)”.

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Africae 2026