Tra il dicembre 2024 e l’inizio del 2025, la sensazione diffusa tra i familiari e i legali dell’ambasciatore Luca Attanasio, ucciso in Rd Congo il 22 febbraio 2021, era che anche il secondo filone di indagine aperto dalla Procura di Roma per accertare mandanti ed esecutori sarebbe stato archiviato a stretto giro senza alcun esito concreto.
L’ambasciatore era rimasto ucciso in un’imboscata nella provincia orientale del Nord Kivu, teatro di guerre e instabilità da oltre 30 anni, assieme al suo carabiniere di scorta Vittorio Iacovacci e all’autista congolese del Programma alimentare mondiale (PAM), Mustapha Milambo.
Attanasio era ambasciatore nel grande paese africano dal 2017 e il giorno del suo omicidio si stava recando a visitare alcuni progetti gestiti dal PAM a Rutshuru, turbolento territorio situato ai margini del parco del Virunga e vicino al confine con il Rwanda.
Una sequela di mancanze
La sensazione di un ennesima “mazzata” in merito al caso di Attanasio trae le sue basi dai tanti colpi già ricevuti dalla famiglia dell’ambasciatore e da chi ha a cuore il caso, in una micidiale sequenza negli anni successivi alla tragedia:
- mancata costituzione di parte civile da parte dello Stato italiano; “non luogo a procedere” del gup di Roma ai due funzionari PAM che si erano macchiati quanto meno di gravi negligenze nell’organizzazione del viaggio costato la vita all’ambasciatore;
- la condanna all’ergastolo di sei presunti esecutori dell’agguato al termine di uno processo della procura militare di Kinshasa, un procedimento giudicato dalla quasi totalità degli osservatori una farsa senza alcun valore giuridico né politico, date le infinite irregolarità e incongruenze.
Il fatto che il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco continuasse invece a tenere aperta l’indagine e a prendere in esame prove e testimonianze prodotte dalla famiglia e dagli avvocati, aveva fatto sperare in un cambio di rotta e in possibili nuovi sviluppi che avvicinassero se non alla verità, almeno a una parte di essa.
“Mancata collaborazione” da parte di Kinshasa
Il 4 settembre però, la Procura di Roma ha avanzato la richiesta di archiviazione anche per il secondo filone di indagine, anche in questo caso senza che questo avesse portato ad alcun risultato.
Una decisione che ha il sapore della beffa finale e del definitivo sganciamento delle istituzioni italiane dal caso Attanasio. Vale per tutte: governo, magistratura e diplomazia.
Se il gip dovesse confermare la richiesta infatti, si scriverebbe la parola “fine” su ogni residua speranza di accertamento della verità attorno a uno dei casi più eclatanti della storia italiana recente.
A lasciare un ulteriore sapore di amaro, ci ha pensato la motivazione ufficiale diramata dalla Procura, che addossa la colpa del sostanziale nulla di fatto alla “mancata collaborazione dell’autorità giudiziaria di Kinshasa”.
Questo verdetto ha fatto seguito anche alla ritrattazione delle sei persone condannate in Rd Congo, che parlando con i ROS hanno ritirato la loro confessione affermando che questa gli era stata estorta con l’uso della forza.
Un elemento che è stato fondamentale per bloccare gli inquirenti dal continuare a indagare su questa pista. Ma a cui però non ha fatto seguito l’emersione di alcuna pista alternativa.
Un atteggiamento che suona come una dichiarazione di resa, come un’ammissione di inerzia totale da parte di uno Stato tra i più potenti del mondo, che si è dimostrato incapace di pretendere collaborazione da uno Stato africano in grosse difficoltà e in cerca di accreditamenti internazionali.
Peraltro per l’uccisione di due concittadini in servizio diplomatico, di cui uno, rappresentante diretto del Capo dello Stato.
Le famiglie Attanasio e Iacovacci, i legali, chi segue con passione il caso, escono da questa vicenda devastati e profondamente delusi. In un certo senso, l’impressione è che Attanasio e Iacovacci siano stati uccisi due volte.
Le mancanze dell’indagine italiana
Ma a uscirne moralmente peggio, è sicuramente l’Italia che ha gestito tutto il percorso in maniera approssimativa, a tratti dilettantistica, come ricostruito da chi scrive anche in un podcast dedicato al caso, prodotto dal quotidiano Domani.
I nostri ROS, ad esempio, sono andati due volte in Rd Congo per svolgere i loro accertamenti, ma si sono fermati sempre a Kinshasa, a oltre 1.600 chilometri dal luogo dove è avvenuto l’agguato in Nord Kivu.
Nei luoghi dove Attanasio ha trascorso le ultime ore della sua vita, non sono mai stati fatti interrogatori, perizie, non sono mai stati ascoltati testimoni.
Il presidente della Rd Congo Felix Tshisekedi, per citare altre anomalie, è passato due volte per l’Italia nei mesi immediatamente successivi all’attentato.
Nel settembre 2021 ha incontrato l’omologo Sergio Mattarella e alla fine di ottobre dello stesso anno l’allora premier Mario Draghi, in occasione del G20: in nessuno dei due casi ha rilasciato dichiarazioni sul caso Attanasio né gli sono stati chiesti, almeno pubblicamente, risultati a riguardo.
La (non) strategia di Roma
Per avere un quadro più chiaro è utile tornare al primo filone di inchiesta. Si tratta delle indagini nell’ambito delle quali sono stati accusati di omicidio colposo Rocco Leone e Mansour Rwagaza, i due funzionari apicali del PAM (rispettivamente italiano e congolese) che hanno svolto il ruolo di responsabili della gestione della missione che ha poi portato all’uccisione di Attanasio.
Una gestione che forse non è esagerato definire criminale, stando a quanto riportano le carte.
Dall’inchiesta emerge che i due dirigenti dell’agenzia dell’ONU hanno «attestato il falso» e «omesso per negligenza ogni cautela idonea a tutelare l’integrità fisica dei partecipanti», oltre che mancato «di informare cinque giorni prima del viaggio la missione di pace Monusco preposta alla sicurezza e alla predisposizione di scorta armata e veicoli corazzati».
Alla luce di un quadro del genere allora, ci si domanda: perché le istituzioni italiane hanno scelto di non costituirsi parte civile?
In un processo in cui era chiaro che il PAM avrebbe invocato (e poi ottenuto) l’immunità diplomatica dei due funzionari e dunque la non imputabilità, perché non si è assunta una postura più energica e si è optato per una totalmente remissiva?
L’elenco di dubbi e domande è lungo. Per spiegare lo sganciamento totale dello Stato, però, basta citare la frase che pronuncia il ministro degli Affari esteri Antonio Tajani in occasione di un question time alla Camera di fine luglio 2024, quando alcuni parlamentari di Italia Viva gli chiedono di rendere conto della mancata costituzione di parte civile e di un sostanziale disinteresse nei confronti del caso.
Il ministro, visibilmente piccato, sostiene in quella occasione di essere sempre stato vicino alla famiglia Attanasio, come dimostra il fatto che “a pochi mesi dall’avvio del mio mandato ho voluto dedicare all’ambasciatore Attanasio, insieme al Comune e al sindaco di Roma, la scalea all’esterno del ministero degli Esteri e al carabiniere Iacovacci una sala dell’Unità di crisi all’interno del palazzo della Farnesina”.
«Pronti a un’opposizione senza sconti»
«La richiesta di archiviazione – dichiara a Nigrizia Salvatore Attanasio, padre di Luca – non è una notizia edificante per il nostro paese.
Cerchiamo tuttavia di vedere il lato positivo, ossia l’opportunità per i nostri legali di accedere al fascicolo ed esaminarlo con la lente d’ingrandimento per una opposizione senza sconti.
Stiamo parlando di un omicidio di due servitori dello Stato, di cui uno era il Suo rappresentante, caduti nell’adempimento del loro dovere in terra straniera.
La ricerca della verità è un dovere dello Stato che se abdica in favore dell’indifferenza, fingendo che nulla sia successo perde la sua dignità e credibilità».
Il padre dell’ambasciatore non ha dubbi sui prossimi passi: «Noi ci batteremo in tutte le sedi legali con ogni strumento legale per questa battaglia di civiltà, contro l’arroganza, contro l’inadempienza di chi poteva agire e non lo ha fatto, contro l’ipocrisia di chi parla in un modo ed agisce in un altro, contro chi invece di battersi per una causa nobile, preferisce piegare il capo. Noi non ci arrenderemo».
«Il nostro lavoro non è finito»
«Fino ad oggi – gli fa eco il legale Rocco Curcio – siamo stati impegnati in una complessa e delicata attività di indagine difensiva, condotta in un contesto pressoché unico.
Da un lato – spiega l’avvocato – ci sono la sovranità della Repubblica democratica del Congo, teatro dei fatti e titolare di proprie prerogative investigative e giudiziarie, dall’altro gli interessi nazionali dello Stato italiano rispetto all’uccisione di un proprio ambasciatore.
Oggi si apre una fase diversa. Il mio compito, quale difensore, è verificare con il massimo rigore se la Procura abbia effettivamente esperito tutti gli strumenti investigativi che l’ordinamento le mette a disposizione e, in alcuni casi, le impone di utilizzare per giungere all’accertamento della verità.
Laddove dovessero emergere lacune, omissioni o piste investigative non adeguatamente approfondite, sarà nostro dovere indicarle e chiedere che vengano colmate.
Dopo oltre cinque anni, non chiediamo una verità possibile o una ricostruzione parziale, chiediamo che prima di pronunciare la parola “archiviazione” sia stato fatto tutto ciò che giuridicamente e investigativamente era possibile fare».