Nigrizia

Conflitti e Terrorismo Congo (Rep. dem.) Italia Politica e Società
Avanzata dalla Procura di Roma in merito a un secondo filone di indagini sull'ambasciatore italiano ucciso in Rd Congo nel febbraio 2021
Caso Attanasio: genitori e legali non rinunciano alla verità dopo la richiesta di archiviazione
Il padre Salvatore: «Il nostro Stato non può abdicare alla verità, ne va della dignità delle istituzioni»
11 Settembre 2026
Articolo di Luca Attanasio
Tempo di lettura 8 minuti
L'ambasciatore Luca Attanasio durante un'intervista

Tra il dicembre 2024 e l’inizio del 2025, la sensazione diffusa tra i familiari e i legali dell’ambasciatore Luca Attanasio, ucciso in Rd Congo il 22 febbraio 2021, era che anche il secondo filone di indagine aperto dalla Procura di Roma per accertare mandanti ed esecutori sarebbe stato archiviato a stretto giro senza alcun esito concreto.

L’ambasciatore era rimasto ucciso in un’imboscata nella provincia orientale del Nord Kivu, teatro di guerre e instabilità da oltre 30 anni, assieme al suo carabiniere di scorta Vittorio Iacovacci e all’autista congolese del Programma alimentare mondiale (PAM), Mustapha Milambo.

Attanasio era ambasciatore nel grande paese africano dal 2017 e il giorno del suo omicidio si stava recando a visitare alcuni progetti gestiti dal PAM a Rutshuru, turbolento territorio situato ai margini del parco del Virunga e vicino al confine con il Rwanda. 

Una sequela di mancanze 

La sensazione di un ennesima “mazzata” in merito al caso di Attanasio trae le sue basi dai tanti colpi già ricevuti dalla famiglia dell’ambasciatore e da chi ha a cuore il caso, in una micidiale sequenza negli anni successivi alla tragedia:

  • mancata costituzione di parte civile da parte dello Stato italiano; “non luogo a procedere” del gup di Roma ai due funzionari PAM che si erano macchiati quanto meno di gravi negligenze nell’organizzazione del viaggio costato la vita all’ambasciatore;

  • la condanna all’ergastolo di sei presunti esecutori dell’agguato al termine di uno processo della procura militare di Kinshasa, un procedimento giudicato dalla quasi totalità degli osservatori una farsa senza alcun valore giuridico né politico, date le infinite irregolarità e incongruenze.

Il fatto che il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco continuasse invece a tenere aperta l’indagine e a prendere in esame prove e testimonianze prodotte dalla famiglia e dagli avvocati, aveva fatto sperare in un cambio di rotta e in possibili nuovi sviluppi che avvicinassero se non alla verità, almeno a una parte di essa. 

“Mancata collaborazione” da parte di Kinshasa

Il 4 settembre però, la Procura di Roma ha avanzato la richiesta di archiviazione anche per il secondo filone di indagine, anche in questo caso senza che questo avesse portato ad alcun risultato.

Una decisione che ha il sapore della beffa finale e del definitivo sganciamento delle istituzioni italiane dal caso Attanasio. Vale per tutte: governo, magistratura e diplomazia.

Se il gip dovesse confermare la richiesta infatti, si scriverebbe la parola “fine” su ogni residua speranza di accertamento della verità attorno a uno dei casi più eclatanti della storia italiana recente.

A lasciare un ulteriore sapore di amaro, ci ha pensato la motivazione ufficiale diramata dalla Procura, che addossa la colpa del sostanziale nulla di fatto alla “mancata collaborazione dell’autorità giudiziaria di Kinshasa”.

Questo verdetto ha fatto seguito anche alla ritrattazione delle sei persone condannate in Rd Congo, che parlando con i ROS hanno ritirato la loro confessione affermando che questa gli era stata estorta con l’uso della forza.   

Un elemento che è stato fondamentale per bloccare gli inquirenti dal continuare a indagare su questa pista. Ma a cui però non ha fatto seguito l’emersione di alcuna pista alternativa.

Un atteggiamento che suona come una dichiarazione di resa, come un’ammissione di inerzia totale da parte di uno Stato tra i più potenti del mondo, che si è dimostrato incapace di pretendere collaborazione da uno Stato africano in grosse difficoltà e in cerca di accreditamenti internazionali.

Peraltro per l’uccisione di due concittadini in servizio diplomatico, di cui uno, rappresentante diretto del Capo dello Stato.

Le famiglie Attanasio e Iacovacci, i legali, chi segue con passione il caso, escono da questa vicenda devastati e profondamente delusi. In un certo senso, l’impressione è che Attanasio e Iacovacci siano stati uccisi due volte. 

Le mancanze dell’indagine italiana 

Ma a uscirne moralmente peggio, è sicuramente l’Italia che ha gestito tutto il percorso in maniera approssimativa, a tratti dilettantistica, come ricostruito da chi scrive anche in un podcast dedicato al caso, prodotto dal quotidiano Domani.

I nostri ROS, ad esempio, sono andati due volte in Rd Congo per svolgere i loro accertamenti, ma si sono fermati sempre a Kinshasa, a oltre 1.600 chilometri dal luogo dove è avvenuto l’agguato in Nord Kivu. 

Nei luoghi dove Attanasio ha trascorso le ultime ore della sua vita, non sono mai stati fatti interrogatori, perizie, non sono mai stati ascoltati testimoni.

Il presidente della Rd Congo Felix Tshisekedi, per citare altre anomalie, è passato due volte per l’Italia nei mesi immediatamente successivi all’attentato.

Nel settembre 2021 ha incontrato l’omologo Sergio Mattarella e alla fine di ottobre dello stesso anno l’allora premier Mario Draghi, in occasione del G20: in nessuno dei due casi ha rilasciato dichiarazioni sul caso Attanasio né gli sono stati chiesti, almeno pubblicamente, risultati a riguardo. 

La (non) strategia di Roma

Per avere un quadro più chiaro è utile tornare al primo filone di inchiesta. Si tratta delle indagini nell’ambito delle quali sono stati accusati di omicidio colposo Rocco Leone e Mansour Rwagaza, i due funzionari apicali del PAM (rispettivamente italiano e congolese) che hanno svolto il ruolo di responsabili della gestione della missione che ha poi portato all’uccisione di Attanasio.

Una gestione che forse non è esagerato definire criminale, stando a quanto riportano le carte.

Dall’inchiesta emerge che i due dirigenti dell’agenzia dell’ONU hanno «attestato il falso» e «omesso per negligenza ogni cautela idonea a tutelare l’integrità fisica dei partecipanti», oltre che mancato «di informare cinque giorni prima del viaggio la missione di pace Monusco preposta alla sicurezza e alla predisposizione di scorta armata e veicoli corazzati».

Alla luce di un quadro del genere allora, ci si domanda: perché le istituzioni italiane hanno scelto di non costituirsi parte civile?

In un processo in cui era chiaro che il PAM avrebbe invocato (e poi ottenuto) l’immunità diplomatica dei due funzionari e dunque la non imputabilità, perché non si è assunta una postura più energica e si è optato per una totalmente remissiva? 

L’elenco di dubbi e domande è lungo. Per spiegare lo sganciamento totale dello Stato, però, basta citare la frase che pronuncia il ministro degli Affari esteri Antonio Tajani in occasione di un question time alla Camera di fine luglio 2024, quando alcuni parlamentari di Italia Viva gli chiedono di rendere conto della mancata costituzione di parte civile e di un sostanziale disinteresse nei confronti del caso.

Il ministro, visibilmente piccato, sostiene in quella occasione di essere sempre stato vicino alla famiglia Attanasio, come dimostra il fatto che “a pochi mesi dall’avvio del mio mandato ho voluto dedicare all’ambasciatore Attanasio, insieme al Comune e al sindaco di Roma, la scalea all’esterno del ministero degli Esteri e al carabiniere Iacovacci una sala dell’Unità di crisi all’interno del palazzo della Farnesina”.

«Pronti a un’opposizione senza sconti»

«La richiesta di archiviazione – dichiara a Nigrizia Salvatore Attanasio, padre di Luca – non è una notizia edificante per il nostro paese.

Cerchiamo tuttavia di vedere il lato positivo, ossia l’opportunità per i nostri legali di accedere al fascicolo ed esaminarlo con la lente d’ingrandimento per una opposizione senza sconti.

Stiamo parlando di un omicidio di due servitori dello Stato, di cui uno era il Suo rappresentante, caduti nell’adempimento del loro dovere in terra straniera.

La ricerca della verità è un dovere dello Stato che se abdica in favore dell’indifferenza, fingendo che nulla sia successo perde la sua dignità e credibilità».

Il padre dell’ambasciatore non ha dubbi sui prossimi passi: «Noi ci batteremo in tutte le sedi legali con ogni strumento legale per questa battaglia di civiltà, contro l’arroganza, contro l’inadempienza di chi poteva agire e non lo ha fatto, contro l’ipocrisia di chi parla in un modo ed agisce in un altro, contro chi invece di battersi per una causa nobile, preferisce piegare il capo. Noi non ci arrenderemo».

«Il nostro lavoro non è finito»

«Fino ad oggi – gli fa eco il legale Rocco Curcio – siamo stati impegnati in una complessa e delicata attività di indagine difensiva, condotta in un contesto pressoché unico.

Da un lato – spiega l’avvocato – ci sono la sovranità della Repubblica democratica del Congo, teatro dei fatti e titolare di proprie prerogative investigative e giudiziarie, dall’altro gli interessi nazionali dello Stato italiano rispetto all’uccisione di un proprio ambasciatore.

Oggi si apre una fase diversa. Il mio compito, quale difensore, è verificare con il massimo rigore se la Procura abbia effettivamente esperito tutti gli strumenti investigativi che l’ordinamento le mette a disposizione e, in alcuni casi, le impone di utilizzare per giungere all’accertamento della verità.

Laddove dovessero emergere lacune, omissioni o piste investigative non adeguatamente approfondite, sarà nostro dovere indicarle e chiedere che vengano colmate.

Dopo oltre cinque anni, non chiediamo una verità possibile o una ricostruzione parziale, chiediamo che prima di pronunciare la parola “archiviazione” sia stato fatto tutto ciò che giuridicamente e investigativamente era possibile fare».

Copyright © Nigrizia - Per la riproduzione integrale o parziale di questo articolo contattare previamente la redazione: redazione@nigrizia.it
Migrazioni Podcast Politica e Società Unione Europea
Altri temi: in Kenya la stretta di Ruto sugli stranieri nel piccolo commercio accende il dibattito / Rd Congo, tra opposizione a Tshisekedi, guerra nel Kivu ed Ebola
Africa Oggi podcast / Return hub, l’Europa guarda al continente per i rimpatri
11 Settembre 2026
Articolo di Luca Delponte
Tempo di lettura 1 minuti
  • Cinque paesi europei progettano centri fuori dall’Unione per chi deve essere rimpatriato: Matteo Villa dell’ISPI ne analizza fattibilità, costi e incognite.

  • In Kenya la stretta del presidente Ruto sugli stranieri nel piccolo commercio accende il dibattito su lavoro informale e discriminazione. Il racconto da Nairobi di Bruna Sironi.

  • Repubblica democratica del Congo, tra opposizione a Tshisekedi, guerra nel Kivu ed Ebola. Con Brando Ricci. 

Copyright © Nigrizia - Per la riproduzione integrale o parziale di questo articolo contattare previamente la redazione: redazione@nigrizia.it
Politica e Società Zimbabwe
PLUS
Zimbabwe / Sempre più potere per il presidente Mnangagwa
Un golpe che non finisce mai
Una modifica della Costituzione approvata a luglio prolunga i mandati del capo di stato e toglie l’elezione diretta. Prosegue l’ascesa autoritaria cominciata con il coup del 2017. Pesano le responsabilità della comunità internazionale, ambigua fin dall’inizio dell’ascesa del leader dello Zanu-Pf
11 Settembre 2026
Articolo di Miles Tendi
Tempo di lettura 1 minuti
L’effigie del presidente Mnangagwa sulla maglietta di un suo sostenitore (Credit: Marco Longari/AFP)

Questo articolo è uscito nella sezione “Africa 54” del numero di Nigrizia di settembre 2026. 

Nel luglio 2026, il presidente dello Zimbabwe Emmerson Mnangagwa ha firmato un emendamento della Costituzione che estende la durata del mandato del capo dello stato da cinque a sette anni ed elimina il voto popolare diretto per la presidenza a favore della selezione parlamentare. Rinviando le elezioni previste al 2030, Mnangagwa ha prolungato la sua […]
Copyright © Nigrizia - Per la riproduzione integrale o parziale di questo articolo contattare previamente la redazione: redazione@nigrizia.it
Arte e Cultura Italia Migrazioni Politica e Società
Uno spettacolo teatrale che vede il pubblico diventare attore sui temi del razzismo e violenza di genere
L’infinita bellezza dell’interagire
Diventare protagonisti a teatro, interagendo con l’attrice e l’attore sul palco con un libretto a far da tramite. Una forma sperimentale per far emergere pregiudizi e stereotipi spesso inconsapevoli
10 Settembre 2026
Articolo di Jessica Cugini
Tempo di lettura 3 minuti
Claudia Manuelli e Aron Tewelde in scena con "Infinita bellezza"

Citando NIGRIZIA come codice sconto al botteghino del teatro o del BoxOffice di Via Pallone 16 (Verona), si ha diritto a una riduzione da 14€ a 7€

Salire sul palco pur rimanendo in platea. Non in modo figurato ma attivo, divenendo protagonisti dello spettacolo. Attrici e attori terzi, che accompagnano il duo sulla scena. Attrici e attori che potrebbero sembrare telecomandati dai libretti che si trovano ad attenderli sulle sedie, ma così non sarà, anche quando la risposta da dare è suggerita, sollecitata.

Perché spiazza Infinita bellezza, lo spettacolo della compagnia teatrale Fondamenta Zero in programma domenica 13 settembre alle 21 al teatro Camploy di Verona, ideato e diretto da Claudia Manuelli, in scena con Marcos Piacentini, che sostituisce occasionalmente Aron Tewelde. Spiazza chi lo ha ideato e lo recita, così come chi vi assiste e partecipa.

Il canovaccio è ben definito, ma ogni replica è diversa. Perché cambia il pubblico in sala, le reazioni, il portato personale di chi interagisce con l’attrice e l’attore che stanno sul palco. E quindi ogni replica è opera unica, che modifica le successive.

Merito anche del confronto che spesso avviene quando le luci si spengono e Claudio e Aron o Marcos rimangono a scambiare impressioni con il pubblico. Sono momenti in cui il dialogo continua e arricchisce tutte le persone che hanno partecipato recitando e interagendo.

«Era quel che volevamo quando abbiamo intrecciato le nostre storie e pensato a questa interazione con il pubblico che ogni volta cambia. Perché è vero che c’è un libretto da seguire, ma poi le reazioni mutano – racconta l’attore Aron Tewelde, la cui passione inonda come un fiume in piena –. Tocchiamo due temi, razzismo e violenza di genere, che sono accompagnati da stereotipi, pregiudizi, bias che spesso si hanno senza averne consapevolezza. E questa interazione che si mette in scena ogni sera, in cui il pubblico diventa parte fondamentale dello spettacolo, come se fosse un terzo attore, una presenza sul palco, è ciò che fornisce una linfa sempre nuova, che interroga tutte le parti che si mettono in gioco».

La sorpresa del pubblico giovane

Perché mentre chi è sul palco recita il proprio copione e chi sta sotto interagisce in sala accade qualcosa: una presa di coscienza dei linguaggi, di quanto entra a far parte del proprio sentire quel che si ascolta e si interiorizza, spesso senza neanche chiedersi se sia giusto o sbagliato.

«L’obiettivo – continua Tewelde – è decostruire il linguaggio, dare spunti di riflessione sull’utilizzo che se ne fa, sulle azioni che nascono di conseguenza. Devo dire che spesso le reazioni stupiscono e che quelle che più mi hanno colpito sono state quelle del pubblico più giovane, che abbiamo trovato più attrezzato anche rispetto a delle linee rosse che si ha consapevolezza che non si devono sorpassare».

Così, Infinita bellezza diventa una sorta di esperimento sociale ed esperienza educativa, in cui ci si trova senza magari esserne coscienti, ma che poi rimane a esortarla quella coscienza.

«Senza voler spoilerare troppo lo spettacolo: c’è un momento in cui viene chiesta un’azione e l’eseguirla o meno, in qualche modo, traccia una differenza, fa riflettere. È qualcosa che invece magari si vede fare di continuo e quindi si è normalizzata. Ma cosa significa?».

Nessuna parola è neutra, così come nessuna azione, anche quei termini e gesti di cui si è persa consapevolezza. E uno spettacolo come questo può portare a riflettere su questo. A volte ciò accade alla fine con l’attrice e l’attore che hanno innescato le domande.

Insomma se si vuol comprendere in cosa consista l’Infinita bellezza occorre proprio esserci tra il pubblico domenica 13 e farsi coinvolgere su due temi urgenti e necessari in cui parole e gesti no, non sono mai neutri. Ed è importante averne consapevolezza.

Copyright © Nigrizia - Per la riproduzione integrale o parziale di questo articolo contattare previamente la redazione: redazione@nigrizia.it
Armi e Disarmo Conflitti e Terrorismo Gibuti Somalia Sudan
I traffici illeciti e le connessioni del movimento yemenita sostenuto dall’Iran ricostruiti in un nuovo report del Century International
La strategia di penetrazione degli houthi nel Corno d’Africa
Sempre più stretti i rapporti con i qaedisti somali di al-Shabaab, interessati soprattutto all’acquisto e allo sviluppo di droni armati
10 Settembre 2026
Articolo di Rocco Bellantone
Tempo di lettura 8 minuti
Sostenitori degli houthi mostrano le immagini del leader houthi Abdul-Malik al-Houthi e del defunto leader di Hezbollah Hassan Nasrullah durante una manifestazione di sostegno ai palestinesi e a Hezbollah (Libano) a Sana'a, nello Yemen, l'8 novembre 2024 (Credit: Media Houthi)

L’intermediario somalo Jibril Yahya Ali, noto come “Gacaamey”, ha rappresentato per anni l’anello di congiunzione tra il movimento yemenita degli houthi e i jihadisti di al-Shabaab. Dietro la copertura di un’organizzazione benefica e di una società di import-export con sede a Mogadiscio, l’uomo coordinava un vasto traffico di armi tra le due sponde del Golfo di Aden. Lo scorso 12 febbraio “Gacaamey” è stato ucciso in un attacco missilistico condotto dagli Stati Uniti nell’area di Al-Ghaydah, nella parte orientale dello Yemen.

La sua storia, e i rapporti tra houthi e al-Shabaab tradottisi negli ultimi anni nella compravendita di armi e nell’addestramento in Yemen di miliziani jihadisti somali, sono stati ricostruiti dal Wall Street Journal in un articolo pubblicato il 31 agosto. Pochi giorni prima, il 24 agosto, a mettere insieme tutti i tasselli di questa alleanza strategica è stato il Century International in un approfondito report intitolato “From spoke to hub: the houthis in Africa”. 

II dossier, il terzo di un progetto che il think tank ha dedicato all’Asse della Resistenza sciita a guida iraniana, mappa la strategia di penetrazione degli houthi nel Corno d’Africa.

Un’avanzata mirata a trasformare il movimento da semplice raggio dell’Asse a potenza regionale capace di contrabbandare armi, droga e carburante e spostare miliziani dal Mar Rosso alle porte del Mar Arabico, con collegamenti stabilizzati oltre che in Somalia anche a Gibuti e in Sudan.

Ciò che in cambio gli houthi possono rendere ai loro partner del Corno d’Africa è andato in scena in mondovisione in questi anni. Dal 2023 gli yemeniti hanno attaccato più volte con droni navi di Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita in transito nel Mar Rosso, dimostrando di possedere tecnologie e know how capaci di cambiare l’andamento di un conflitto.

Secondo il report, la gestione dei traffici verso il Corno d’Africa è coordinata dai vertici dell’intelligence del governo guidato dagli houthi a Sana’a, capitale dello Yemen, con il sostegno delle Guardie rivoluzionarie iraniane. A occuparsene sarebbe Abdulwahid Naji Abu Ras, ex comandante delle forze speciali degli houthi e attuale viceministro degli Esteri del governo di Sana’a.

Nella manovra di penetrazione del Corno d’Africa gli houthi si starebbero attenendo a una sorta di “manuale” usato negli ultimi decenni tanto dai Pasdaran quanto dall’organizzazione sciita libanese Hezbollah:

  • instaurare o sviluppare rapporti già esistenti con gruppi ribelli armati non necessariamente affini sul piano ideologico (è il caso di al-Shabaab, affiliato ad al-Qaida e formalmente di ispirazione sunnita a differenza degli houthi che sono invece sciiti zaiditi) offrendo loro nuovi canali per la gestione di traffici illeciti
  • proporre addestramento per l’uso di sistemi bellici avanzati (come i droni a lungo raggio);
  • attingere da queste organizzazioni nuove leve da inviare a combattere o da usare come informatori;
  • costruire così un rapporto di interdipendenza basato sul principio del mutuo soccorso in caso di necessità.

Nel percorso di espansione dell’Asse della Resistenza sciita è stato questo il modus operandi di Hezbollah nei confronti degli houthi, replicato ora da quest’ultimi con al-Shabaab.   

I traffici nel Golfo di Aden e nel Mar Rosso

Allo stato attuale gli houthi sono a capo di una serie di traffici illeciti tra il Mar Rosso, il Golfo di Aden e l’imbocco al Mar Arabico, gestiti in buona parte utilizzando i dhow, le tradizionali barche in legno utilizzate nel Golfo Persico e lungo la costa dell’Africa orientale.

Tra gli affari gestiti dagli houthi ci sono i traffici di armi leggere e di piccolo calibro fornite dall’Iran, di droghe (metanfetamine, hashish, captagon, qat o khat) destinate all’Arabia Saudita, il controllo sulla pesca illegale, il contrabbando di carburanti indirizzati ai paesi del Corno d’Africa.

C’è anche la tratta di esseri umani, principalmente migranti etiopi e somali che prendono il mare dal nord di Gibuti e dalla Somalia. Gli houthi fanno leva sulle corpose comunità della diaspora africana presenti a Sana’a da cui puntano a reclutare combattenti ma anche contrabbandieri e informatori.

In questa strategia gli houthi hanno stretto legami con varie comunità: i warsangeli (Somalia nord-orientale), gli afar (che vivono lungo i confini tra Gibuti, Eritrea ed Etiopia), gli ogaden (comunità etnica somala presente tra Kenya, Somalia ed Etiopia), gli oromo (Etiopia), i tigrini (Eritrea ed Etiopia settentrionale), i rashaida (a cavallo del confine tra Sudan ed Eritrea), i beni-amer (tra Eritrea, Etiopia e Sudan).

I contatti con al-Shabaab

Negli ultimi anni gli houthi sono riusciti a intensificare gli scambi via mare con al-Shabaab superando dei limiti di natura anzitutto logistica. Da un lato la parte meridionale dello Yemen non è controllata da loro ma in parte dal governo riconosciuto a livello internazionale, con sede ad Aden e sostenuto da una coalizione araba guidata dall’Arabia Saudita, e in parte dal Consiglio di Transizione del Sud, foraggiato dagli Emirati Arabi Uniti. Dall’altro al-Shabaab è ben radicato nell’entroterra della Somalia e molto meno lungo le sue coste.

L’uomo che per conto degli houthi gestisce i traffici che partono dalle regioni yemenite del sud di Hadramawt e Al-Mahra è Ali Mohammed al-Halhali. In Somalia, da Bosaso, nel Puntland, tra coloro che tengono i contatti con lui c’è Mohammed Omer Salem. Nel 2020 la Marina saudita ha intercettato un dhow di sua proprietà nel Golfo di Aden con a bordo circa 1.300 fucili d’assalto e altre armi leggere.

In questi traffici si inseriscono anche due clan yemeniti da tempo molto attivi nel contrabbando, guidati da Shaqwi Baabad e Abubakr Abdulqadir Bamalem, entrambi con base nella città yemenita di Mukalla, nel governatorato di Hadramawt.

Bamalem, in particolare, controlla un avamposto a Bandarbeyla, un villaggio di pescatori nel nord-est della Somalia. Nel mirino degli houthi ci sarebbero ora anche villaggi nel Somaliland e nella regione semi autonoma del Puntland da usare come centri logistici.

All’inizio del 2024 al-Shabaab ha intensificato le comunicazioni con gli houthi con l’obiettivo di acquistare droni a lungo raggio e sistemi di difesa anti-aerea, in particolare missili terra-aria Saqr.

Secondo fonti sentite dal Century International nel marzo del 2024 a Sana’a Yasin Kilwe, capo dell’organizzazione jihadista nel Puntland, avrebbe incontrato Abdulwahid Naji Abu Ras, viceministro degli Esteri degli houthi. Pochi mesi dopo, tra giugno e luglio, rappresentanti degli houthi sarebbero stati in Somalia e avrebbero incontrato anche il leader di al-Shabaab, l’emiro Ahmed Diriye.

In cambio delle loro armi gli houthi puntano a reclutare in Somalia combattenti da schierare in Yemen, stabilire una propria base nei pressi di Jilib, capitale de facto dei territori controllati da al-Shabaab situata nella parte meridionale del paese, installare sistemi di comunicazione e sorveglianza sul territorio somalo.

Tra le notizie confermate nel report c’è quella secondo cui diverse centinaia di combattenti del movimento jihadista sono stati addestrati dagli houthi in Yemen nell’uso combinato di armi leggere, nella fabbricazione di ordigni esplosivi improvvisati e nell’uso di droni.

Lo snodo di Gibuti

Un’altra rotta marittima molto battuta dagli houthi da e verso il Corno d’Africa è quella che collega a Gibuti. Nel 2025 a bordo di un dhow sequestrato nel Mar Rosso sono state trovate 750 tonnellate di materiale bellico tra cui centinaia di missili di fabbricazione iraniana, motori per droni, radar e apparecchiature di comunicazione.

Dalle indagini è emerso che l’imbarcazione dall’inizio del 2024 aveva effettuato circa dodici viaggi da Gibuti verso il porto yemenita di Salif, controllato dagli houthi. Tra il 2023 e il 2025 due società con sede a Gibuti, collegate agli houthi, hanno importato tra le 7.500 e le 8.500 tonnellate di nitrato di ammonio e altre sostanze chimiche.

Successivamente hanno utilizzato navi mercantili, dhow e altre piccole imbarcazioni per trasferire questi carichi, insieme a milioni di detonatori elettronici – da applicare sui droni o per la fabbricazione di ordigni esplosivi improvvisati – nelle aree dello Yemen controllate dagli houthi.

I collegamenti con Sudan ed Eritrea

In Sudan gli houthi hanno stretto rapporti ormai stabili con le SAF, le forze armate sudanesi, con un avamposto a Port Sudan. Fonti sentite dagli autori del report hanno dichiarato che, in collaborazione con i Pasdaran, gli houthi hanno inviato in Sudan propri ingegneri per addestrare le SAF nell’uso e nella produzione di droni.

Il risultato di questa collaborazione sarebbe il drone prodotto in Sudan Safaroog, molto simile al drone d’attacco a medio raggio unidirezionale Ababil-T iraniano, replicato anche dagli houthi con il nome di Qasef-2K.

Gli Houthi stanno inoltre provando a ristabilire una presenza permanente in Eritrea, sempre con il supporto dell’Iran. Un avamposto nel paese permetterebbe loro di guadagnarsi un’ulteriore rotta marittima per il contrabbando di armi iraniane verso i paesi del Corno d’Africa, anche se i dati raccolti finora dal Century International indicano che i movimenti intorno all’arcipelago di Dahlak, al largo delle coste eritree, sono stati insignificanti.

Copyright © Nigrizia - Per la riproduzione integrale o parziale di questo articolo contattare previamente la redazione: redazione@nigrizia.it