Questo articolo è uscito nella sezione “Africa 54” del numero di Nigrizia di febbraio 2026.
Questo articolo è uscito nella sezione “Africa 54” del numero di Nigrizia di febbraio 2026.
Lo staff dell’ex presidente della Guinea-Bissau Umaro Sissoco Embalò ha chiesto ai militari che avevano deposto l’ex capo di stato lo scorso novembre di permettergli di rientrare nel paese.
Embalò sarebbe infatti pronto a collaborare con gli esponenti delle forze armate adesso al potere sotto la guida del generale Horta N’Tam, che si è auto nominato presidente di un governo di transizione dopo il putsch, condotto lo scorso 26 novembre.
La mossa dei sostenitori dell’ex presidente sembra una prima, timida conferma di uno scenario che in tanti, tra attivisti, esponenti delle opposizioni e osservatori, avevano previsto in Guinea-Bissau fin dalle prime ore successive al golpe.
Il colpo di stato ha sì deposto Embalò infatti, ma anche interrotto il conteggio delle elezioni generali che si erano svolte tre giorni prima.
Un voto che secondo analisti concordanti si sarebbe concluso con la sconfitta dell’ex capo di stato, in lizza per un secondo mandato, e la vittoria del rappresentante delle opposizioni, Fernando Dias.
Da qui l’ipotesi che dietro all’intervento dei soldati ci fosse proprio lo stesso Embalò, desideroso di evitare una sconfitta alle urne. C’è chi ha parlato apertamente e fin da subito di “auto golpe”.
Il colloquio
Non ci sono certezze a riguardo, ma i segnali che arrivano dalle parti dell’ex capo di stato sollevano legittimi dubbi.
Nel fine settimana il presidente Horta N’Tam ha incontrato il rappresentante nazionale per le elezioni presidenziali di novembre, Marciano Barbeiro, il direttore della campagna dell’ex presidente, Soares Sambu, e il portavoce della campagna, José Paulo Semedo.
Proprio quest’ultimo ha chiesto al leader militare delle garanzie di sicurezza per il ritorno nel paese di Embalò, che secondo diverse fonti di stampa si troverebbe adesso in Marocco.
Semedo ha allargato la richiesta anche a un’altra serie di figure di spicco dell’establishment vicino all’ex presidente, che pure si troverebbero all’estero, come gli ex primi ministri Nuno Nabiam e Braima Camará e l’ex ministro degli Interni Botche Candé.
Semedo è andato poi ancora oltre. Secondo quanto riporta il quotidiano locale O Democrata, il portavoce ha elogiato i militari per aver impedito l’annuncio del voto delle elezioni, evitando così un «bagno di sangue» nel paese.
Un’allusione che sembra fare il paio con le presunte minacce di destabilizzazione contro cui i militari hanno detto di essere intervenuti il giorno del golpe.
Semedo ha quindi affermato che Embalò e i suoi sostenitori potrebbero rientrare nel paese per collaborare con il governo di transizione istituito dall’esercito.
Un esecutivo che nelle intenzioni dei militari dovrebbe traghettare la Guinea-Bissau fino alle prossime elezioni presidenziali e legislative, fissate per il 6 dicembre di quest’anno.
Un voto che è stato organizzato anche a seguito delle visite della delegazione della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (CEDEAO/ECOWAS), organismo regionale di cui Bissau è stato membro che ha più volte chiesto ai militari di ripristinare l’ordine costituzionale.
Le elezioni di dicembre, qualora si tenessero, si svolgeranno inoltre con una nuova Costituzione. Alcune settimane dopo il colpo di stato, i militari hanno infatti adottato una nuova Carta fondamentale che conferisce più poteri al presidente.
Simões Pereira convocato in Tribunale
Mentre si iniziano ad aprire gli spazi per un ritorno dell’ex presidente, quelli per le opposizioni non smettono di ridursi. Dopo il golpe il candidato a presunto vincitore delle elezioni Dias era stato costretto a trovare rifugio nell’ambasciata nigeriana di Bissau.
Peggio era andata a Domingos Simões Pereira, ex primo ministro e presidente dell’Assemblea nazionale e leader del Partito africano per l’indipendenza della Guinea e di Capo Verde (PAIGC), storicamente la formazione più solida e popolare del paese.
Simões Pereira era stato estromesso dalla corsa al voto da una controversa decisione della Corte suprema e dopo il golpe è stato arrestato.
Nei giorni scorsi, dopo oltre due mesi di prigionia, è stato scarcerato e trasferito nella sua residenza agli arresti domiciliari, anche grazie alla mediazione del governo senegalese.
La misura cautelare si sarebbe resa necessaria comunque, secondo il governo, perché Simoes Pereira sarebbe anche indagato per una serie di reati economici. Nelle stesse ore del suo parziale rilascio, a Dias veniva permesso di lasciare l’ambasciata nigeriana e di stabilirsi nella sua abitazione.
Sabato scorso Simões Pereira è stato convocato da un tribunale militare, davanti al quale dovrà comparire nei prossimi giorni. I legali del politico hanno riferito all’agenzia portoghese Lusa di non sapere la ragione della chiamata del tribunale.
Una fonte anonima citata dal settimanale francofono Jeune Afrique ha affermato che il motivo sarebbe il presunto coinvolgimento di Simões Pereira in un tentativo di colpo di stato.
«Tornerà Embalò, quella del voto è una farsa»
Quel che è certo è che lo scenario appare sconfortante per i sostenitori delle opposizioni e per un’ampia fetta della società civile. A Nigrizia lo commenta anche una persona che conosce bene lo scenario politico guineano e che ha vissuto nel paese per anni.
Parlando in anonimato per ragioni di sicurezza, l’esperto sostiene che Embalò «si sta preparando per la rivincita. Il dialogo con i militari è finalizzato al suo ritorno alla guida della nazione, l’esercito lo rimetterà al trono. In questo senso è significativo che le sue foto ufficiali sono ancora tutte negli uffici del potere, indisturbate».
La sensazione, per questo osservatore della realtà guineana, «è che nessuno torcerà un capello all’ex presidente e che questo potrà continuare a fare il bello e il cattivo tempo come faceva prima, continuando anche a beneficiare delle risorse naturali della piccola ma ricca Guinea-Bissau».
Per la fonte anonima, le ragioni di questo strapotere vanno cercate anche tra le file delle opposizioni.
«Simões Pereira è adesso nella sua residenza ma è come se stesse in carcere; sicuramente sta cercando di far fruttare i suoi numerosi contatti internazionali, ma l’impressione è che la comunità internazionale si stia allontanando sempre di più da Bissau, ormai stufa di golpe, strategie e giochi vari».
Ci sono poi i problemi interni al PAIGC, emersi fin dall’eliminazione di Simões Pereira dalla corsa al voto.
«Il partito lo ha sempre sostenuto quasi all’unanimità, eppure stavolta non ha mosso un dito durante la sua detenzione: nessuna manifestazione, nessuna protesta, niente di niente. Gli unici movimenti sono quelli dei “traditori” che stanno facendo di tutto per fare un congresso straordinario per toglierlo di mezzo politicamente, anche se non sarà facile riuscirci».
Non da ultimo, colpisce anche l’inerzia della comunità internazionale, secondo la voce ascoltata da Nigrizia.
«La maggior parte dei presidenti della CEDEAO sono quasi nella stessa situazione della Guinea-Bissau, non stupisce un certo immobilismo», per quanto l’organismo ha sospeso il paese dai suoi organi decisionali.
«Bissau – prosegue l’esperto – era presidente di turno della Comunità dei paesi di lingua portoghese (CPLP): l’organizzazione l’ha subito espulso dal club, sostituendola dalla presidenza con Timor Est, ma non è veramente interessata alla sorti del paese e la sua mediazione non è di grande peso».
Uno scenario grigio che che l’orizzonte delle elezioni non riesce a illuminare.
«Nessuno crede al voto fissato dai militari per il 6 dicembre, neanche gli stessi esponenti dell’esercito. Nessuno vuole votare in realtà: il governo di transizione non ha nessuna fretta di sottoporsi al vaglio popolare del resto, rischiando di dover tornare in silenzio nelle caserme o di perdere i ministeri e che adesso guida senza dover rendere conto a nessuno».
Per ragioni ben diverse, ma anche le opposizioni non vogliano sentirne di andare alle urne: «Sia Simões Pereira che Dias, con i rispettivi partiti, non hanno nessuna intenzione di tornare ai seggi: affermano di aver vinto le elezioni che si sono appena tenute – e hanno ragione – e vogliono che si tenga conto di queste».
Si è svolto l’8 febbraio a Madrid un primo incontro tra Marocco e Fronte Polisario alla presenza dell’Algeria e della Mauritania per discutere del futuro del Sahara Occidentale.
L’incontro è stato voluto dagli USA e dal rappresentante di Donald Trump per l’Africa, Massad Boulos, dopo che a fine gennaio in Florida Marocco e Polisario erano stati convocati per discussioni preliminari di cui nulla è trapelato se non l’ovvia pressione degli Stati Uniti a trovare rapidamente un accordo.
Nelle intenzioni americane l’incontro madrileno doveva restare riservato ma il sito spagnolo El Confidencial lo ha anticipato, ripreso poi dai quotidiani spagnoli. I colloqui sono avvenuti nella sede dell’ambasciata USA a Madrid, e vi hanno partecipato i ministri degli Esteri, Nasser Bourita per Rabat, Mohamed Yeslem Beissat per il Polisario, Ahmed Attaf per Algeri e Mohamed Salem Ould Merzoug per Nouakchott, con le rispettive delegazioni.
Da parte americana, oltre a Boulos ha partecipato l’ambasciatore americano presso le Nazioni Unite, Michael Waltz. Era presente anche Staffan de Mistura, il rappresentante personale del segretario generale dell’ONU per il Sahara Occidentale, di fatto emarginato da quando la questione è stata presa in mano da Trump.
Indiscrezioni e prossimi passi
In mancanza di un comunicato ufficiale, quantomeno del negoziatore americano, per il momento sono emerse solo alcune indiscrezioni, tra le quali quella dell’ulteriore convocazione a Washington il prossimo maggio.
In attesa di prese di posizioni ufficiali, soprattutto del Polisario e dell’Algeria, le due parti messe in causa nella discussione, è bene ricordare il quadro in cui la riunione di Madrid si è tenuta.
Il piano di autonomia
Il 31 ottobre scorso infatti il Consiglio di sicurezza dell’ONU aveva approvato una risoluzione in cui, per la prima volta e sotto pressione americana, il piano di autonomia proposto dal Marocco nel 2007 in alternativa al referendum di autodeterminazione, veniva considerato come base per i negoziati tra Marocco e Polisario, arenati ormai da tempo.
L’allargamento a Mauritania e Algeria del negoziato riprende lo schema iniziale previsto dall’ONU in quanto i due paesi sono “parti interessate”. La scelta di Madrid è stata invece dettata da una questione logistica.
La posizione spagnola
Non si può ignorare tuttavia che per la Spagna è il ritorno alla casella di partenza, in quanto ex potenza coloniale del Sahara Occidentale, abbandonato al suo destino al momento del ritiro delle ultime truppe spagnole il 27 febbraio 1975, quando l’invasione del Marocco era già iniziata, venendo meno all’obbligo della decolonizzazione.
La Spagna di oggi ha nel frattempo abbandonato la sua posizione di mediazione e, sotto il ricatto del Marocco che ha usato le enclave spagnole di Ceuta e Melilla sul proprio territorio come valvola di rilascio dei migranti, ha riconosciuto nel 2022 la marocchinità del Sahara Occidentale, suscitando la reazione dell’Algeria.
Diplomazia e Accordi di Abramo
A tenere banco sono, come ovvio, gli Stati Uniti che hanno sottratto all’ONU il compito di mediare una soluzione. Washington ha un debito di riconoscenza nei confronti di Rabat, avendo quest’ultima sottoscritto gli Accordi di Abramo nel dicembre 2020, allo scadere della prima presidenza Trump, e riallacciato le relazioni diplomatiche con Israele, ricevendone in cambio il riconoscimento americano della sovranità sul Sahara Occidentale.
In queste condizioni è il Marocco ad accomodarsi volentieri al tavolo dei negoziati, contando sulla complicità e sulla non neutralità degli USA che la loro scelta l’hanno già fatta, senza contare naturalmente gli interessi economici. Non stupisce quindi che il Marocco sia stato il primo paese africano ad aderire al Board of Peace proposto da Trump per Gaza e per indebolire l’ordine fondato sul diritto internazionale.
Il Marocco è venuto a Madrid, su richiesta americana, con un piano di autonomia più dettagliato rispetto a quello presentato nel 2007. Il testo non è stato divulgato ma gli osservatori da tempo avevano criticato quella proposta. Nel quadro istituzionale della monarchia marocchina infatti non esiste ombra di vero decentramento.
Rischi politici per Rabat
Lo sanno bene i berberi della regione settentrionale del Rif, le cui rivendicazioni autonomistiche sono sempre state schiacciate nel sangue, l’ultima volta col movimento Hirak nel 2016-17. Un piano di autonomia necessiterebbe la modifica della Costituzione e comporterebbe il rischio che altre regioni rivendicassero l’autonomia, a cominciare proprio dal Rif. Insomma per Rabat è una questione politica di estrema delicatezza.
Quanto ai sahrawi, da tempo ripetono che qualunque soluzione deve passare per un referendum. In vista del voto del Consiglio di sicurezza dell’ottobre scorso, il ministro degli Esteri Beyssat si era spinto per la prima volta a dichiarare che l’autonomia potrebbe essere una soluzione accettabile solo se sottoposta a referendum.
Alla vigilia dell’attuale riunione di Madrid il Polisario si è fatto precedere da una dichiarazione del suo segretario generale, Brahim Ghali, nella quale ribadisce che “il popolo sahrawi è il decisore ultimo nel determinare il proprio futuro, poiché è l’unico ed esclusivo proprietario del Sahara Occidentale”, aggiungendo che neppure il Polisario potrebbe sostituirsi alla volontà del popolo.
Da queste dichiarazioni si comprende qual è uno dei punti su cui i sahrawi hanno insistito di più, coscienti che Rabat di referendum non ne vuole proprio sapere ormai da tempo.
Dialogo in divenire
Stando alle indiscrezioni emerse dalla riunione, il piano dettagliato presentato dal Marocco sarebbe stato recepito come unico punto di riferimento e avrebbe ottenuto l’avvallo anche dell’Algeria. Il condizionale è d’obbligo in mancanza di dichiarazioni ufficiali, tanto più che sarebbe stato istituito un “Comitato tecnico permanente” tra le parti con la supervisione di USA e ONU per discutere alcuni aspetti pratici del piano.
Il Polisario avrebbe ancora una volta proposto il concetto di autodeterminazione internazionalmente riconosciuto e senza vincolarlo esclusivamente al risultato dell’autonomia. In ogni caso di un voto però per il momento non si parla.
Da parte marocchina si tiene a sottolineare il pieno successo della sua proposta, da ambienti favorevoli ai sahrawi si evidenzia invece come il Polisario abbia saputo resistere alle pressioni americane.
Da parte sua l’Algeria diffonde una dichiarazione del presidente Tebboune in cui si afferma come le relazioni diplomatiche del paese nella regione siano ottime, tacendo ovviamente di quelle con Rabat, per smentire un suo isolamento.
Intanto però la missione dei caschi blu nel Sahara Occidentale (MINURSO), che la risoluzione del Consiglio di sicurezza aveva previsto di rivedere a breve, ha iniziato a sgretolarsi. Il responsabile onusiano nei campi profughi sahrawi a Tindouf (Algeria), il palestinese Jusef Jedian, è stato dimesso dalle sue funzioni in novembre. Ed è solo l’inizio, viste le difficoltà di bilancio delle Nazioni Unite sotto la scure di Trump.
L’Africa si trova di fronte a un bivio cruciale per la sostenibilità dei propri sistemi sanitari. Secondo l’ultimo rapporto dell’ufficio africano del Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie (Africa CDC), il continente necessita di un incremento massiccio di professionisti per garantire il benessere della sua popolazione e la sicurezza sanitaria globale.
Il documento, elaborato nel quadro del Patto africano sul personale sanitario, delinea una strategia per colmare un gap che rischia di compromettere gli obiettivi di sviluppo sostenibile.
Obiettivo 6 milioni di medici
Il dato più allarmante riguarda la forza lavoro attuale: entro il 2030, l’Africa avrà bisogno di 6,1 milioni di professionisti sanitari aggiuntivi per raggiungere i target della Copertura sanitaria universale (CSU).
Al momento, la densità di medici, infermieri e ostetriche rimane ben al di sotto delle soglie necessarie; basti pensare che la densità ideale calcolata per il contesto africano è di circa 66,41 operatori ogni 10mila abitanti per coprire il 70% dei servizi essenziali.
Il peso del turismo medico
Un aspetto critico analizzato dal rapporto riguarda le perdite economiche derivanti dalla debolezza delle infrastrutture locali. La Banca africana di sviluppo (AfDB) stima che il “turismo medico” verso l’esterno costi al continente circa 2,4 trilioni di dollari. Investire nel personale sanitario non è quindi solo una questione di salute pubblica, ma una necessità economica per evitare la fuga di capitali e risorse verso strutture estere, trattenendo il valore aggiunto all’interno dei confini africani.
L’impatto della migrazione sanitaria
Il fenomeno dell’emigrazione dei medici e degli infermieri rappresenta una ferita aperta. Il modello di analisi dell’Africa CDC valuta l’impatto di queste partenze non solo in termini di vite umane perse, ma anche come spreco di investimenti educativi.
Ogni professionista che lascia il continente porta con sé il costo della formazione primaria, secondaria e superiore sostenuto dal proprio paese d’origine. Il rapporto stima un tasso di emigrazione medio del 3%, un dato che, avverte, potrebbe essere largamente sottostimato e che incide pesantemente sulla resilienza dei sistemi nazionali. Con una perdita economica di 1,4 trilioni di dollari.
Scenari per il futuro
Per affrontare la crisi, il rapporto propone tre modelli di investimento.
Lo scenario “ambizioso” punta a una copertura sanitaria del 100% entro il 2063, richiedendo una pianificazione rigorosa che parta dall’aumento delle iscrizioni nelle facoltà di medicina e nelle scuole professionali.
Le categorie identificate come prioritarie includono medici specialisti, tecnici di laboratorio, ingegneri biomedici ed epidemiologi da campo, figure essenziali per la preparazione alle future pandemie. Il costo stimato è di 20mila miliardi di dollari, mentre i benefici diretti sarebbero di 410 trilioni di dollari.
Lo scenario di mezzo prevede una crescita “moderata” per arrivare al 70% della copertura sanitaria universale, con una spesa che si aggira attorno ai 15mila miliardi di dollari. In questo caso i vantaggi diretti sono stimati in 266,4 trilioni di dollari.
Infine l’opzione definita di “status quo”, che estende le tendenze attuali, con una spesa prevista di 5mila miliardi di dollari, a fronte di vantaggi diretti pari a 45,2 trilioni di dollari.
Attualmente però, fa notare il report, solo Rwanda, Botswana e Capo Verde hanno raggiunto o superato l’obiettivo di destinare il 15% dei bilanci nazionali alla sanità.
Questo articolo è uscito nel numero di Nigrizia di febbraio 2026.
Il mix energetico dell’Egitto dipende ancora in modo schiacciante dai combustibili fossili, con l’89% dell’elettricità generata da gas naturale e petrolio. E questo in un contesto di rapidissima crescita della domanda di elettricità triplicata tra il 2000 e il 2025.
Questa dipendenza espone il paese ai rischi di volatilità dei prezzi e interruzioni dell’approvvigionamento, e compromette anche gli sforzi per la transizione verso un’energia sostenibile. Le emissioni del settore energetico egiziano sono state trainate da un aumento della produzione di gas per tenere il passo con il boom della domanda di elettricità.
Peraltro i sussidi del governo, stimati in sette miliardi di dollari all’anno, distorcono i mercati energetici e rendono le energie rinnovabili meno competitive rispetto ai combustibili fossili.
Questo in un paese in cui l’abbondante irraggiamento solare, la forte ventosità e il significativo potenziale per la produzione di idrogeno verde a basso costo conferiscono al paese un vantaggio competitivo nel panorama delle energie rinnovabili.
La principale fonte di energia pulita in Egitto è l’idroelettrico con il 6%, mentre l’energia eolica e solare soddisfano il 4,8%. La base di partenza è dunque modesta, considerando il percorso che dovrebbe portare a raggiungere l’obiettivo di avere il 42% di elettricità rinnovabile entro il 2030.
Diversi segnali cominciano, però, a emergere verso una possibile accelerazione delle rinnovabili.
Amea Power, azienda con sede a Dubai, ad esempio, ha annunciato l’avvio della costruzione di un grande progetto di energia solare e accumulo basato su di una centrale fotovoltaica da 1 GW (mille MW) e da un sistema di accumulo da 600 MWh. Quando entrerà in funzione a livello commerciale nel giugno 2026, sarà il più grande impianto di energia rinnovabile e accumulo in un unico sito in Africa.
Inoltre, Scatec, azienda norvegese specializzata nelle energie rinnovabili, e la cinese Sungrow intendono costruire un impianto solare da 1,95 GW dotato di accumulo. Prevista anche la costruzione di una fabbrica per la produzione di batterie nella Zona economica del Canale di Suez.
L’Africa sta assistendo dunque a un decollo dell’energia solare. Il continente ha recentemente superato il traguardo di 20 GW solari installati, con altri 10 GW in costruzione.
Energia solare
Secondo un rapporto pubblicato dall’African Solar Industry Association, l’energia solare rappresenta attualmente oltre il 10% del mix elettrico di 13 paesi africani. È la Repubblica Centrafricana all’avanguardia in questo settore, con il 37,7% del suo mix elettrico proveniente dall’energia solare.