Dopo l’incontro con Netanyahu ed Herzog, Tshisekedi prospetta lo spostamento dell’ambasciata a Gerusalemme. Un riconoscimento diplomatico dietro il quale si intrecciano interessi minerari, dossier di sicurezza e scomode ipotesi geostrategiche
Il presidente congolese Felix Tshisekedi con il suo omologo israeliano Isaac Herzog
Il comunicato ufficiale della presidenza della Repubblica democratica del Congo iniziava con parole inequivocabili: “Questo martedì 1° settembre, a Gerusalemme, capitale dello Stato di Israele, il presidente della Repubblica Félix Antoine Tshisekedi Tshilombo ha avuto una serie di colloqui con il primo ministro Benjamin Netanyahu nonché con il presidente Isaac Herzog…”
Era già tutto lì, in quel “Gerusalemme, capitale” ciò che è stato ufficializzato due giorni dopo: la Rd Congo trasferirà la propria ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, divenendo così uno dei pochissimi paesi che riconoscono di fatto la sovranità israeliana sulla città.
Lo hanno già fatto solo uno sparuto numero di Stati: gli USA nel 2018 e, a seguire, Guatemala, Honduras, Kosovo, Paraguay, Papua Nuova Guinea, isole Fiji e l’autoproclamato Somaliland, stato riconosciuto solo e soltanto da Israele, lo scorso dicembre.
La visita
Si tratta dell’esito più evidente di una visita di tre giorni già significativa in sé, in un momento storico in cui i capi di Stato e di governo che si recano in Israele sono sempre meno: dall’inizio del 2026, si segnalano solo l’albanese Edi Rama in gennaio, l’indiano Narendra Modi in febbraio, l’argentino Javier Milei in aprile.
Per Tshisekedi si tratta della seconda visita in Israele da quando è presidente. E si inscrive in una rete di rapporti sempre più stretti fra i due paesi. Lo scorso novembre, infatti, era stato il presidente Herzog a recarsi in visita ufficiale a Kinshasa, per la prima volta dopo oltre 40 anni (l’ultimo, nel 1984, era stato Chaim Herzog, suo padre).
Visite ravvicinate, che fanno intuire importanti interessi reciproci. In quell’occasione, Félix Tshisekedi aveva affermato che la Repubblica democratica del Congo “offre numerose opportunità alle imprese israeliane, in particolare nei settori minerario, infrastrutturale, dell’istruzione e della sanità”.
Stavolta Tshisekedi, in conferenza stampa al fianco di Herzog, ha spiegato: “Cerchiamo una partnership moderna, pragmatica e che rechi beneficio a entrambi”, riferendosi a una cooperazione accresciuta nei settori dell’agricoltura e della sicurezza alimentare, dell’acqua, della sanità, ma anche di tecnologia e innovazione, sicurezza, training e investimenti.
Calorose e allusive le parole di Herzog: “Le relazioni che abbiamo con la Repubblica democratica del Congo sono incredibilmente importanti per noi”. Proprio così, “incredibly important”, ma senza ulteriori dettagli. E Netanyahu: “È una grande amicizia che desideriamo approfondire ancora di più”.
Era stato solo Tshisekedi a offrire qualche approfondimento: “Col presidente Herzog abbiamo anche avuto uno scambio sulle principali questioni internazionali e regionali, così come sulle sfide di pace e sicurezza a cui i nostri paesi devono far fronte”, aggiungendo che è stata esaminata la situazione securitaria e umanitaria dell’est della Rd Congo, riaffermando la volontà ferma e irrinunciabile a mantenerne l’integrità territoriale, “conformemente alla Carta delle Nazioni Unite e al diritto internazionale”. Quel diritto internazionale che però i suoi interlocutori non rispettano.
Un altro aspetto concreto riguarderebbe il cosiddetto Corridoio di Lobito, l’insieme di infrastrutture in via di ripristino che collegheranno la regione meridionale del Katanga e le sue miniere di rame e cobalto direttamente col porto atlantico di Lobito, in Angola. Un progetto enorme, al centro degli investimenti statunitensi ed europei (con anche una partecipazione italiana).
Ebbene, Kinshasa starebbe valutando anche un possibile investimento israeliano: Israele punterebbe dunque a un maggiore accesso al settore minerario della Rd Congo.
Interessi divergenti?
Resta poco chiaro come Israele possa promuovere le richieste congolesi, quando da anni intrattiene una cooperazione militare col Rwanda, che della Rd Congo è acerrimo nemico e che occupa (per interposta persona, la milizia M23) una grossa fetta delle regioni minerarie orientali del Nord e Sud Kivu.
Ufficialmente Israele sostiene la mediazione statunitense del conflitto e l’implementazione degli accordi di Washington del dicembre scorso. Ma a marzo l’ambasciatrice israeliana a Kigali ha incontrato il ministro rwandese della Difesa e il Capo di stato maggiore per offrire loro ulteriori rinforzi.
Del resto, equipaggiamento militare israeliano viene regolarmente segnalato nell’arsenale rwandese. E da anni Kigali dispone e abilmente usa le tecnologie israeliane di intelligence, tanto da avere da tempo uno dei migliori “servizi” del mondo.
Dall’altra parte, però, è da tempo attiva anche una collaborazione di Israele con Kinshasa sui temi della sicurezza: dal 2024 operatori israeliani partecipano alla protezione del presidente e alla formazione dei membri della Guardia repubblicana; secondo diverse fonti, consiglieri israeliani avrebbero anche addestrato due battaglioni delle forze speciali.
Già nel 2019 Israele e la Rd Congo avevano firmato un accordo di cooperazione sulla sicurezza, con l’invio di istruttori militari israeliani per addestrare l’esercito nella lotta al gruppo terroristico ADF nel nordest del paese.
Presenze discrete che non sarebbero una novità: in passato inchieste giornalistiche avevano rivelato che anche il presidente precedente, Joseph Kabila, aveva assunto l’agenzia di intelligence privata israeliana Black Cube per spiare i suoi oppositori; aveva inoltre stipulato un contratto da oltre 17 milioni di dollari con l’israeliana Mer Group per installare telecamere di sorveglianza e costruire una sala di comando per le agenzie di intelligence e polizia a Kinshasa.
Non da ultimo, il suo partner ombra in tanti dei dossier ultrasensibili è da sempre Dan Gertler, magnate israeliano residente in Congo e oggetto di una serie di sanzioni statunitensi a partire dal 2017.
Un legame di lunga data
Con l’annuncio dello spostamento dell’ambasciata, Tshisekedi formalizza ora un impegno già preso il 21 settembre 2023 a New York, a margine dell’Assemblea generale dell’ONU, quando promise a Netanyahu il trasferimento in cambio della riapertura di una rappresentanza israeliana a Kinshasa, chiusa dal 2003.
Tuttavia, quell’impegno era stato preso prima del 7 ottobre. Prima delle accuse di genocidio nei confronti dei vertici di Israele. Eppure ciò non ha fatto cambiare idea al presidente di un paese che da anni chiede il riconoscimento del “genocost”, il genocidio di circa 10 milioni di congolesi avvenuto negli ultimi tre decenni, essenzialmente per ragioni economiche.
Fin dall’inizio del suo mandato, nel 2019, Tshisekedi ha mostrato la volontà di riavvicinarsi a Israele. Nel marzo 2020, mentre si trovava a Washington, aveva partecipato a un incontro dell’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee), la potente lobby USA pro-Israele, e lì aveva annunciato il desiderio di “tessere legami forti” dopo anni di “letargia”.
E già allora aveva anticipato la volontà di aprire a Gerusalemme una “sezione economica” dell’ambasciata congolese di Tel Aviv.
Legami e scelte che forse affondano le radici anche in un dettaglio della biografia di Félix Tshisekedi: cresciuto in Belgio, rampollo di una famiglia politica importante (il padre fu un politico di primo piano e divenne poi oppositore di Mobutu prima e di Kabila poi) il giovane Félix ha vissuto per un breve periodo nel Kibbutz Lahav nel Negev, grazie ad un programma dell’agenzia israeliana per lo sviluppo, MASHAV. Lo si legge in un articolo del Jerusalem Post del 2021, scritto in occasione della precedente visita di Tshisekedi nel paese.
Fu sempre nel 2021 che Tshisekedi, durante la sua presidenza di turno dell’Unione Africana, ottenne la riammissione di Israele come osservatore. Status che era stato revocato nel 2002 e che avrà durata breve, perché verrà di nuovo rimosso nel 2024 a causa delle forti pressioni di molti paesi, Sudafrica e Algeria in testa.
Un passo indietro
Negli anni ’70, quello che allora si chiamava Zaire aveva già un’ambasciata a Gerusalemme, insieme a Costa d’Avorio e Kenya. Ma furono tutte chiuse dopo la guerra del Kippur nell’ottobre 1973, sotto la pressione dei paesi arabi e dell’Organizzazione dell’Unità Africana (OAU), in solidarietà con la causa palestinese.
Lo Zaire fu anche il primo paese africano a riallacciare i rapporti, nell’82, e ad accogliere la visita di un capo di Stato israeliano. Era il 1984, come già accennato, e quell’uomo accolto con tutti gli onori si chiamava Chaim Herzog: il padre dell’attuale presidente israeliano.
Do ut des
In questo contesto internazionale, esporsi platealmente fa supporre che ci sia altro in gioco. Ma se per la Rd Congo i vantaggi sono discutibili ma chiari, più difficile comprendere quali siano i reali interessi di Israele. Certo, si tratta di un grande successo diplomatico nell’offensiva africana, dove la stragrande maggioranza dei paesi gli è ostile, in testa il Sudafrica fautore della denuncia per “atti di genocidio” alla Corte internazionale di giustizia.
Tanto più se si considera che la Rd Congo è attualmente membro del Consiglio di sicurezza ONU. Ma può essere una risposta sufficiente l’aver ottenuto un appoggio politico in tempi di isolamento internazionale? O si può supporre anche uno scambio che porti nelle casse israeliane i minerali strategici di cui il paese sovrabbonda e le cui scorte – dopo tre anni di guerra – potrebbero scarseggiare in Israele? A questa possibilità, pur plausibile, non ci sono ad oggi riscontri concreti.
Tuttavia un’altra ipotesi sta iniziando a circolare sui social. Il ministro della Difesa Israel Katz e quello della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir nei giorni scorsi hanno rilanciato il piano di una deportazione di massa dei gazawi. Ben Gvir, nel suo discorso, ha esplicitamente affermato che “nei meeting riservati, ci sono paesi che confermano allo Stato di Israele di essere pronti a farlo”.
Queste parole, pronunciate all’indomani della partenza di Tshisekedi, hanno suscitato domande ad alcuni opinionisti che hanno iniziato a sospettare che la Rd Congo possa essere fra i paesi che hanno dato disponibilità ad accogliere i palestinesi. Una conferma, seppur ipotetica, l’ha data anche un articolo del Times of Israel.
In questa strana partnership, i vantaggi per Israele potrebbero dunque essere ben più consistenti di quanto appare.