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Torna salire la tensione tra USA e Sudafrica
Gli Stati Uniti impongono restrizioni sui visti per alcuni sudafricani
Le nuove misure riguardano persone che Washington ritiene coinvolte in “discriminazioni razziali, incitamento alla violenza ed espropriazioni di terreni” appartenenti alla minoranza bianca
16 Settembre 2026
Articolo di Redazione
Tempo di lettura 3 minuti
Cyril Ramaphosa (Credit: GCIS/Flickr) e Donald Trump (Credit: Gage Skidmore/Flickr)

Nuova impennata nelle già tese relazioni tra Stati Uniti e Sudafrica, in costante deterioramento da quando il presidente Donald Trump è tornato in carica all’inizio dello scorso anno.

Il 15 settembre Washington ha annunciato nuove restrizioni sulla concessione di visti rivolte a “cittadini stranieri coinvolti in discriminazioni razziali e nell’incitamento a violenze imminenti, nonché in espropriazioni di terreni senza indennizzo in Sudafrica”.

Una misura riecheggiata a Pretoria attraverso le minacciose dichiarazioni dell’ambasciatore statunitense Leo Brent Bozell, secondo cui “il tempo del dialogo è scaduto” e “questa politica di restrizione dei visti è solo il primo passo di una serie di misure di escalation che dimostreranno la ferma determinazione degli Stati Uniti su questo fronte”.

Dalla Casa Bianca il segretario di Stato Marco Rubio ha lasciato intendere che le nuove politiche sono state introdotte in quanto “il governo sudafricano non ha affrontato in modo adeguato le preoccupazioni precedentemente espresse”.

Il riferimento è cinque richieste avanzate dall’amministrazione Trump al governo sudafricano nel giugno 2025, alle quali l’ufficio della presidenza di Ramaphosa non avrebbe ancora dato risposta.

Nello specifico, gli Stati Uniti chiedono di condannare “la retorica che incita all’odio”, facendo riferimento al famigerato inno “kill the boer” (uccidi il boero), nato negli anni ’80 durante la lotta contro il regime segregazionista bianco, che la Corte Costituzionale del Sudafrica ha stabilito rientri nella libertà di espressione politica protetta dalla Costituzione.

Gli USA chiedono inoltre di garantire che le politiche di esproprio dei terreni agricoli – il 70% dei quali in mano a bianchi afrikaner, poco più del 7% della popolazione – prevedano criteri di indennizzo equi e trasparenti.

Sotto accusa è una legge, firmata da Ramaphosa nel 2025, che permette l’espropriazione di proprietà private per interesse pubblico, prevedendo circostanze in cui l’indennizzo può essere fissato a zero.

Una legge che in realtà impone alle autorità, nella maggior parte dei casi, di tentare prima di raggiungere un accordo con i proprietari, consentendogli di portare le controversie in tribunale.

Washington vorrebbe inoltre che il governo riveda le politiche del BEE (Black Economic Empowerment), legge che mira a riparare le disuguaglianze create dall’apartheid attraverso incentivi alle aziende che contribuiscono all’emancipazione economica della popolazione nera, imponendone una presenza nei consigli d’amministrazione (almeno il 30%), dei dipendenti o dei fornitori di servizi.

Infine chiede di interrompere i legami con l’Iran e con i nemici degli Stati Uniti, assumendo una reale posizione di non allineamento.

Più volte il Sudafrica ha respinto le accuse mosse dagli Stati Uniti cercando di ricucire i rapporti, incrinati in seguito alle accuse mosse da Trump, arrivato indicare in più occasioni il Sudafrica come il responsabile di un presunto “genocidio” nei confronti degli afrikaner, avanzando prove strumentali, rivelatesi del tutto prive di fondamento.

Nel tentativo di riallacciare un dialogo, nel maggio dello scorso anno il presidente Ramaphosa si era recato alla Casa Bianca dopo che Trump aveva sospeso gli aiuti destinati al paese, espulso l’ambasciatore sudafricano e offerto asilo negli USA ai sudafricani bianchi oggetto, secondo il tycoon, di “persecuzioni”.  

Tre mesi dopo Washington aveva poi imposto al Sudafrica dazi del 30% sulle merci esportate negli Stati Uniti, l’aliquota più alta applicata a un paese dell’Africa subsahariana.

Tensioni che si sono riverberate anche sul vertice dei G20 a Johannesburg dello scorso novembre, al quale gli USA non hanno partecipato, mentre per il prossimo, che si terrà a Miami, il Sudafrica non è stato invitato.  

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Conflitti e Terrorismo Congo (Rep. dem.) Economia Politica e Società Rwanda Stati Uniti
L'offensiva diplomatica israeliana in Africa centrale
Rd Congo-Israele: il prezzo dell’asse tra Kinshasa e Tel Aviv
Dopo l’incontro con Netanyahu ed Herzog, Tshisekedi prospetta lo spostamento dell’ambasciata a Gerusalemme. Un riconoscimento diplomatico dietro il quale si intrecciano interessi minerari, dossier di sicurezza e scomode ipotesi geostrategiche
15 Settembre 2026
Articolo di Giusy Baioni
Tempo di lettura 8 minuti
Il presidente congolese Felix Tshisekedi con il suo omologo israeliano Isaac Herzog

Il comunicato ufficiale della presidenza della Repubblica democratica del Congo iniziava con parole inequivocabili: “Questo martedì 1° settembre, a Gerusalemme, capitale dello Stato di Israele, il presidente della Repubblica Félix Antoine Tshisekedi Tshilombo ha avuto una serie di colloqui con il primo ministro Benjamin Netanyahu nonché con il presidente Isaac Herzog…”

Era già tutto lì, in quel “Gerusalemme, capitale” ciò che è stato ufficializzato due giorni dopo: la Rd Congo trasferirà la propria ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, divenendo così uno dei pochissimi paesi che riconoscono di fatto la sovranità israeliana sulla città.

Lo hanno già fatto solo uno sparuto numero di Stati: gli USA nel 2018 e, a seguire, Guatemala, Honduras, Kosovo, Paraguay, Papua Nuova Guinea, isole Fiji e l’autoproclamato Somaliland, stato riconosciuto solo e soltanto da Israele, lo scorso dicembre.

La visita

Si tratta dell’esito più evidente di una visita di tre giorni già significativa in sé, in un momento storico in cui i capi di Stato e di governo che si recano in Israele sono sempre meno: dall’inizio del 2026, si segnalano solo l’albanese Edi Rama in gennaio, l’indiano Narendra Modi in febbraio, l’argentino Javier Milei in aprile.

Per Tshisekedi si tratta della seconda visita in Israele da quando è presidente. E si inscrive in una rete di rapporti sempre più stretti fra i due paesi. Lo scorso novembre, infatti, era stato il presidente Herzog a recarsi in visita ufficiale a Kinshasa, per la prima volta dopo oltre 40 anni (l’ultimo, nel 1984, era stato Chaim Herzog, suo padre).

Visite ravvicinate, che fanno intuire importanti interessi reciproci. In quell’occasione, Félix Tshisekedi aveva affermato che la Repubblica democratica del Congo “offre numerose opportunità alle imprese israeliane, in particolare nei settori minerario, infrastrutturale, dell’istruzione e della sanità”.

Stavolta Tshisekedi, in conferenza stampa al fianco di Herzog, ha spiegato: “Cerchiamo una partnership moderna, pragmatica e che rechi beneficio a entrambi”, riferendosi a una cooperazione accresciuta nei settori dell’agricoltura e della sicurezza alimentare, dell’acqua, della sanità, ma anche di tecnologia e innovazione, sicurezza, training e investimenti.

Calorose e allusive le parole di Herzog: “Le relazioni che abbiamo con la Repubblica democratica del Congo sono incredibilmente importanti per noi”. Proprio così, “incredibly important”, ma senza ulteriori dettagli. E Netanyahu: “È una grande amicizia che desideriamo approfondire ancora di più”.

Era stato solo Tshisekedi a offrire qualche approfondimento: “Col presidente Herzog abbiamo anche avuto uno scambio sulle principali questioni internazionali e regionali, così come sulle sfide di pace e sicurezza a cui i nostri paesi devono far fronte”, aggiungendo che è stata esaminata la situazione securitaria e umanitaria dell’est della Rd Congo, riaffermando la volontà ferma e irrinunciabile a mantenerne l’integrità territoriale, “conformemente alla Carta delle Nazioni Unite e al diritto internazionale”. Quel diritto internazionale che però i suoi interlocutori non rispettano.

Un altro aspetto concreto riguarderebbe il cosiddetto Corridoio di Lobito, l’insieme di infrastrutture in via di ripristino che collegheranno la regione meridionale del Katanga e le sue miniere di rame e cobalto direttamente col porto atlantico di Lobito, in Angola. Un progetto enorme, al centro degli investimenti statunitensi ed europei (con anche una partecipazione italiana).

Ebbene, Kinshasa starebbe valutando anche un possibile investimento israeliano: Israele punterebbe dunque a un maggiore accesso al settore minerario della Rd Congo.

Interessi divergenti?

Resta poco chiaro come Israele possa promuovere le richieste congolesi, quando da anni intrattiene una cooperazione militare col Rwanda, che della Rd Congo è acerrimo nemico e che occupa (per interposta persona, la milizia M23) una grossa fetta delle regioni minerarie orientali del Nord e Sud Kivu.

Ufficialmente Israele sostiene la mediazione statunitense del conflitto e l’implementazione degli accordi di Washington del dicembre scorso. Ma a marzo l’ambasciatrice israeliana a Kigali ha incontrato il ministro rwandese della Difesa e il Capo di stato maggiore per offrire loro ulteriori rinforzi.

Del resto, equipaggiamento militare israeliano viene regolarmente segnalato nell’arsenale rwandese. E da anni Kigali dispone e abilmente usa le tecnologie israeliane di intelligence, tanto da avere da tempo uno dei migliori “servizi” del mondo.

Dall’altra parte, però, è da tempo attiva anche una collaborazione di Israele con Kinshasa sui temi della sicurezza: dal 2024 operatori israeliani partecipano alla protezione del presidente e alla formazione dei membri della Guardia repubblicana; secondo diverse fonti, consiglieri israeliani avrebbero anche addestrato due battaglioni delle forze speciali.

Già nel 2019 Israele e la Rd Congo avevano firmato un accordo di cooperazione sulla sicurezza, con l’invio di istruttori militari israeliani per addestrare l’esercito nella lotta al gruppo terroristico ADF nel nordest del paese.

Presenze discrete che non sarebbero una novità: in passato inchieste giornalistiche avevano rivelato che anche il presidente precedente, Joseph Kabila, aveva assunto l’agenzia di intelligence privata israeliana Black Cube per spiare i suoi oppositori; aveva inoltre stipulato un contratto da oltre 17 milioni di dollari con l’israeliana Mer Group per installare telecamere di sorveglianza e costruire una sala di comando per le agenzie di intelligence e polizia a Kinshasa.

Non da ultimo, il suo partner ombra in tanti dei dossier ultrasensibili è da sempre Dan Gertler, magnate israeliano residente in Congo e oggetto di una serie di sanzioni statunitensi a partire dal 2017.

Un legame di lunga data

Con l’annuncio dello spostamento dell’ambasciata, Tshisekedi formalizza ora un impegno già preso il 21 settembre 2023 a New York, a margine dell’Assemblea generale dell’ONU, quando promise a Netanyahu il trasferimento in cambio della riapertura di una rappresentanza israeliana a Kinshasa, chiusa dal 2003.

Tuttavia, quell’impegno era stato preso prima del 7 ottobre. Prima delle accuse di genocidio nei confronti dei vertici di Israele. Eppure ciò non ha fatto cambiare idea al presidente di un paese che da anni chiede il riconoscimento del “genocost”, il genocidio di circa 10 milioni di congolesi avvenuto negli ultimi tre decenni, essenzialmente per ragioni economiche.

Fin dall’inizio del suo mandato, nel 2019, Tshisekedi ha mostrato la volontà di riavvicinarsi a Israele. Nel marzo 2020, mentre si trovava a Washington, aveva partecipato a un incontro dell’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee), la potente lobby USA pro-Israele, e lì aveva annunciato il desiderio di “tessere legami forti” dopo anni di “letargia”.

E già allora aveva anticipato la volontà di aprire a Gerusalemme una “sezione economica” dell’ambasciata congolese di Tel Aviv.

Legami e scelte che forse affondano le radici anche in un dettaglio della biografia di Félix Tshisekedi: cresciuto in Belgio, rampollo di una famiglia politica importante (il padre fu un politico di primo piano e divenne poi oppositore di Mobutu prima e di Kabila poi) il giovane Félix ha vissuto per un breve periodo nel Kibbutz Lahav nel Negev, grazie ad un programma dell’agenzia israeliana per lo sviluppo, MASHAV. Lo si legge in un articolo del Jerusalem Post del 2021, scritto in occasione della precedente visita di Tshisekedi nel paese.

Fu sempre nel 2021 che Tshisekedi, durante la sua presidenza di turno dell’Unione Africana, ottenne la riammissione di Israele come osservatore. Status che era stato revocato nel 2002 e che avrà durata breve, perché verrà di nuovo rimosso nel 2024 a causa delle forti pressioni di molti paesi, Sudafrica e Algeria in testa.

Un passo indietro

Negli anni ’70, quello che allora si chiamava Zaire aveva già un’ambasciata a Gerusalemme, insieme a Costa d’Avorio e Kenya. Ma furono tutte chiuse dopo la guerra del Kippur nell’ottobre 1973, sotto la pressione dei paesi arabi e dell’Organizzazione dell’Unità Africana (OAU), in solidarietà con la causa palestinese.

Lo Zaire fu anche il primo paese africano a riallacciare i rapporti, nell’82, e ad accogliere la visita di un capo di Stato israeliano. Era il 1984, come già accennato, e quell’uomo accolto con tutti gli onori si chiamava Chaim Herzog: il padre dell’attuale presidente israeliano.

Do ut des

In questo contesto internazionale, esporsi platealmente fa supporre che ci sia altro in gioco. Ma se per la Rd Congo i vantaggi sono discutibili ma chiari, più difficile comprendere quali siano i reali interessi di Israele. Certo, si tratta di un grande successo diplomatico nell’offensiva africana, dove la stragrande maggioranza dei paesi gli è ostile, in testa il Sudafrica fautore della denuncia per “atti di genocidio” alla Corte internazionale di giustizia.

Tanto più se si considera che la Rd Congo è attualmente membro del Consiglio di sicurezza ONU. Ma può essere una risposta sufficiente l’aver ottenuto un appoggio politico in tempi di isolamento internazionale? O si può supporre anche uno scambio che porti nelle casse israeliane i minerali strategici di cui il paese sovrabbonda e le cui scorte – dopo tre anni di guerra – potrebbero scarseggiare in Israele? A questa possibilità, pur plausibile, non ci sono ad oggi riscontri concreti.

Tuttavia un’altra ipotesi sta iniziando a circolare sui social. Il ministro della Difesa Israel Katz e quello della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir nei giorni scorsi hanno rilanciato il piano di una deportazione di massa dei gazawi. Ben Gvir, nel suo discorso, ha esplicitamente affermato che “nei meeting riservati, ci sono paesi che confermano allo Stato di Israele di essere pronti a farlo”.

Queste parole, pronunciate all’indomani della partenza di Tshisekedi, hanno suscitato domande ad alcuni opinionisti che hanno iniziato a sospettare che la Rd Congo possa essere fra i paesi che hanno dato disponibilità ad accogliere i palestinesi. Una conferma, seppur ipotetica, l’ha data anche un articolo del Times of Israel.

In questa strana partnership, i vantaggi per Israele potrebbero dunque essere ben più consistenti di quanto appare.

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Conflitti e Terrorismo Economia Italia Politica e Società Sudan Unione Europea
Sudan / La campagna comboniana contro l’economia di guerra
L’oro da lasciare in pace
Fondazione Nigrizia e altre organizzazioni portano avanti una mobilitazione per rendere trasparenti le filiere di importazione del metallo prezioso e impedirne il contrabbando, una delle principali fonti di finanziamento del conflitto. Un’azione sistemica con iniziative a livello europeo e italiano
15 Settembre 2026
Articolo di Brando Ricci
Tempo di lettura 6 minuti
Oro in un mercato negli Emirati Arabi Uniti, principale punto di approdo del metallo contrabbandato dal Sudan (Credit: Fadel Senna/AFP)

Questo articolo è uscito nella sezione “Africa 54” del numero di Nigrizia di settembre 2026. Dopo la pubblicazione, la Svizzera si è allineata alle restrizioni dell’Unione Europea vietando, a partire dal 10 settembre, l’acquisto, l’importazione e il transito dell’oro proveniente dal Sudan.

Lo scorso luglio il Consiglio europeo ha vietato acquisto, importazione e trasferimento in Unione Europea dell’oro proveniente dal Sudan nel tentativo di colpire uno dei principali canali di finanziamento della guerra che da oltre tre anni devasta il paese. Un commercio illegale che fornisce ogni anno diversi miliardi di euro alle Forze armate sudanesi (Saf) e le Forze di supporto rapido (Rsf), i principali responsabili di una crisi umanitaria che ha fatto registrare 12 milioni di persone sfollate e centinaia di migliaia di vittime.

La misura del Consiglio è arrivata dopo anni di pressione da parte della società civile sudanese e internazionale, ma rischia di incidere ben poco sul traffico che più di tutti sta alimentando la tragedia sudanese. Studi e analisi dimostrano come per frenare il flusso di oro contrabbandato dal Sudan sia necessario intervenire sugli hub di riciclaggio che permettono al metallo di cambiare indicazione di provenienza e di sbarcare illibato sui grandi mercati come quello europeo.

È questo il nodo su cui da mesi stanno lavorando i missionari comboniani, Fondazione Nigrizia e decine di altre organizzazioni della società civile italiana. Una campagna nata quest’anno nell’ambito di una più ampia mobilitazione per la pace in Sudan che procede dall’inizio della guerra. L’obiettivo è intervenire su quei regolamenti e quei meccanismi che permettono all’oro sudanese di arrivare in Europa tramite paesi terzi e di rendere le nostre economie complici del conflitto.

Le strade battute sono diverse: pressione costante su politica ed enti regolatori, partecipazione a consultazioni pubbliche per le normative europee, incontri di sensibilizzazione, workshop di formazione.

Dalle miniere ai grandi hub

Prima di entrare nel merito della campagna è necessario presentare le coordinate di base del fenomeno. Decine di tonnellate di oro sudanese vengono contrabbandate ogni anno fuori dal paese. Il dato lo si ricava incrociando i numeri delle esportazioni ufficiali di Khartoum e quelli delle importazioni dei paesi partner.

Tanto le Saf quanto le Rsf si finanziano grazie alla vendita dell’oro, che serve sia per ottenere liquidità sia come valuta di scambio per armi e sistemi di difesa. L’oro sudanese commerciato illegalmente attraversa i paesi confinanti lungo rotte diverse ma finisce per la quasi totalità negli Emirati Arabi Uniti, secondo maggior importatore d’oro al mondo dopo la Svizzera.

È qui che il metallo proveniente dal Sudan viene raffinato, acquisendo una nuova indicazione di provenienza che lo rende “pulito” e pronto per essere esportato nuovamente verso altri mercati. Come appunto la Svizzera, dove solo nel 2025 sono affluite 420 tonnellate di oro “emiratino”.

Una volta approdato in Svizzera, il metallo proveniente dal paese della penisola arabica ottiene ulteriori certificazioni internazionali che gli permettono di accedere al mercato europeo senza alcun tipo di ostacolo. Il 65% del metallo che circola nell’Unione proviene dalla Confederazione Elvetica.

A questo livello entra in gioco la limitatezza della normativa europea sui minerali da conflitto, che è stata introdotta a partire dal 2017 e che permette di verificare solo il fornitore di primo livello, ovvero solo l’ultimo da cui proviene il metallo. Le possibilità di individuare le reali origini dell’oro commercializzato sono allora di fatto impossibili, come del resto riconosciuto dalle stesse autorità elvetiche a ong come Swissaid, che da anni studiano la questione.

I passi intrapresi

Questo è uno dei campi di azione della campagna coordinata dai comboniani. Fondazione Nigrizia intende prendere parte alla prossima consultazione pubblica su questa normativa, prevista in questi mesi in vista di una revisione per il 2027. L’obiettivo è chiedere di estendere le procedure di tracciamento anche oltre il primo fornitore, ma anche di inserire hub come gli Emirati Arabi Uniti nella lista delle zone di conflitto e ad alto rischio (CAHRAs) già esistenti, di cui il Sudan fa invece parte.

L’ente comboniano ha inoltre già preso parte alle consultazioni pubbliche per la definizione delle linee guida di attuazione della direttiva UE sulle due diligence delle imprese ai fini della sostenibilità, un altro pilastro della normativa utile a regolamentare, tra le altre cose, anche l’importazione in Europa dell’oro.

Una direttiva particolarmente rilevante anche perché nei mesi scorsi le istituzioni europee hanno approvato un pacchetto di semplificazioni della sostenibilità d’impresa che punta a rafforzare la competitività ma che rischia di ridurre in modo sensibile le possibilità di trasparenza.

Fondazione Nigrizia ha portato all’attenzione la situazione sudanese e reiterato la richiesta del riconoscimento delle aree di transito come “ad alto rischio”, oltre a chiedere l’introduzione di nuovi indicatori che aiutino le imprese a individuare filiere che presentano elementi sospetti, come quella che proviene dal Sudan.

Una lunga interlocuzione di Fondazione Nigrizia con i deputati Lia Quartapelle (Pd) e Paolo Ciani (Demos) e il senatore Graziano Delrio (Pd) ha inoltre prodotto una interpellanza al governo italiano, pubblicata a fine luglio scorso e in attesa di risposta mentre Nigrizia va in pagina. Nel testo vengono posti cinque punti.

Tra questi, si chiede conto delle informazioni possedute dal governo sui flussi di oro potenzialmente riconducibili al Sudan che raggiungono il mercato italiano ed europeo attraverso paesi terzi e se il nostro esecutivo intenda affrontare la questione della tracciabilità dell’oro con i governi emiratino e svizzero.

Non da ultimo, l’ente comboniano ha anche inoltrato una richiesta di informazioni sulla tracciabilità dell’oro importato in Italia e sulle misure di due diligence relative al rischio di provenienza dal Sudan al ministero delle imprese e del made in Italy, che ha risposto alcune settimane dopo. Tra i dati più rilevanti a emergere dalle informazioni fornite dal ministero c’è il fatto che la quasi totalità della responsabilità dell’applicazione delle normative europee sui minerali da conflitti è in capo alle singole aziende.

Il ministero esegue solo dei controlli ex post, con delle priorità basate sui rischi. Questi accertamenti sono previsti da una direttiva del 2022 e a oggi, a causa di «impedimenti meramente amministrativi», non sono ancora mai cominciati. L’obiettivo dichiarato delle autorità italiane è avviare i controlli entro la fine del 2026.


Il ruolo di Abu Dhabi

L’attore chiave

Numerose inchieste giornalistiche e di organizzazioni in difesa dei diritti umani accusano gli Emirati Arabi Uniti di essere i principali sostenitori delle Rsf, che rifornirebbero di armi tramite paesi confinanti. Abu Dhabi ha sempre negato, ma la pressione internazionale negli ultimi mesi è cresciuta, al punto che per la prima volta il parlamento europeo ha citato espressamente il ruolo del paese arabo come finanziatore del conflitto in una sua risoluzione del luglio scorso.

L’oro è una componente fondamentale del coinvolgimento emiratino nella guerra. La filiera locale è segnata da controlli laschi alle frontiere, un enorme mercato informale di intermediari, controlli poco rigidi che restano tali nonostante l’introduzione recente di una normativa molto più stringente di quelle passate.

Abu Dhabi inoltre, dispone di una grande capacità economica e un peso specifico politico rilevante a livello internazionale, soprattutto in quanto alleato di Usa e Israele. Ne deriva una grossa capacità di influenza, ad esempio tramite il finanziamento di decine di iniziative sportive, e una certa resistenza ai tentativi di pressione internazionale.

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Conflitti e Terrorismo Migrazioni Nigeria Politica e Società Sudafrica
L’Assemblea Nazionale nigeriana sospende i viaggi ufficiali e i rapporti parlamentari con istituzioni sudafricane. Abuja denuncia 98 cittadini uccisi dal 2022
Nigeria-Sudafrica, la protesta passa dal Parlamento
Sullo sfondo, una nuova ondata di violenze contro migranti africani e una campagna elettorale già entrata nel vivo
14 Settembre 2026
Articolo di Redazione
Tempo di lettura 4 minuti
La sede del parlamento nigeriano ad Abuja. © Kabusa 16, via Wikimedia Commons

Il Parlamento nigeriano alza il livello dello scontro con il Sudafrica. L’Assemblea nazionale ha sospeso fino a nuovo ordine le visite ufficiali nel paese e la partecipazione dei suoi membri alle attività legislative organizzate da istituzioni sudafricane. Una decisione che arriva dopo mesi di nuove violenze contro migranti africani e che porta la crisi xenofoba dentro i rapporti istituzionali tra le due principali potenze economiche del continente.

Il provvedimento riguarda deputati e senatori, le commissioni parlamentari, funzionari e personale dell’Assemblea Nazionale. Sono comprese anche le iniziative a distanza. Restano invece esclusi i rapporti e gli incontri condotti direttamente dal governo, a conferma del fatto che Abuja non intende, almeno per ora, trasformare la protesta parlamentare in una rottura diplomatica.

98 nigeriani uccisi dal 2022

A motivare la decisione sono soprattutto le notizie di aggressioni, uccisioni e sfollamenti che hanno coinvolto cittadini nigeriani. Secondo il governo di Abuja, almeno 98 nigeriani sono stati uccisi in Sudafrica dal 2022 in episodi legati ad attacchi di gruppi di cittadini, violenze xenofobe ed esecuzioni extragiudiziali. Nel solo giugno scorso, due nigeriani sono morti durante episodi di violenza contro gli stranieri.

La questione non riguarda però soltanto la comunità nigeriana. Negli ultimi mesi diverse aree del Sudafrica sono state attraversate da proteste contro la presenza di migranti, soprattutto quelli privi di documenti. Le manifestazioni hanno preso di mira attività commerciali e abitazioni e, in alcuni casi, hanno coinvolto anche persone in possesso di regolare documentazione.

A Durban, la scorsa settimana, una protesta contro gli immigrati è sfociata in scontri con cittadini congolesi ospitati in un insediamento informale. In altri episodi, gruppi di manifestanti hanno raggiunto le abitazioni di migranti, costringendoli a uscire e consegnandoli alla polizia.

Disoccupazione, criminalità e xenofobia

La nuova ondata di xenofobia si alimenta in un paese segnato da disoccupazione elevata, criminalità e servizi pubblici sotto pressione. Gli stranieri vengono spesso indicati come responsabili della competizione per il lavoro, dell’insicurezza e del degrado dei servizi, trasformando problemi strutturali in una questione migratoria.

La Nigeria è particolarmente sensibile al tema. I suoi cittadini costituiscono una delle comunità straniere più numerose in Sudafrica e sono da anni tra i principali bersagli delle campagne xenofobe. Le tensioni hanno già provocato in passato crisi diplomatiche tra Abuja e Pretoria, oltre a episodi di ritorsione contro interessi sudafricani in Nigeria.

Abuja guarda anche al voto del 2027

La protesta parlamentare arriva inoltre mentre la politica nigeriana entra nella fase decisiva verso le presidenziali del 16 gennaio 2027. Sabato 12 settembre la Independent National Electoral Commission (INEC) ha pubblicato la lista definitiva dei candidati: sono 18 i partiti in corsa per la presidenza. Tra i nomi principali figurano il presidente Bola Tinubu, candidato per la rielezione, l’ex vicepresidente Atiku Abubakar e l’ex governatore di Anambra Peter Obi.

La competizione, tuttavia, è iniziata da tempo. Tinubu, eletto nel 2023, punta a un secondo mandato mentre Atiku e Obi tornano a sfidarlo dopo essere stati, insieme a lui, i principali protagonisti della precedente corsa presidenziale. La geografia politica è però cambiata: Atiku corre ora con l’African Democratic Congress (ADC), mentre Obi è candidato del Nigeria Democratic Congress (NDC).

In questo contesto, la questione della sicurezza dei nigeriani all’estero offre anche un tema facilmente spendibile sul piano politico interno. Il governo di Tinubu può presentarsi come difensore degli interessi dei cittadini nigeriani fuori dai confini, mentre l’opposizione può utilizzare la gestione della crisi per mettere in discussione l’efficacia della politica estera e la capacità dell’esecutivo di proteggere i propri cittadini.

Una crisi che supera la diplomazia

La risposta nigeriana si è intensificata nelle ultime settimane. A luglio il ministro degli Esteri sudafricano Ronald Lamola è stato ad Abuja per discutere con le autorità nigeriane delle violenze contro cittadini stranieri. Pretoria ha ribadito la propria opposizione alla xenofobia e a ogni forma di violenza contro i migranti.

Ma intanto il fenomeno continua a produrre partenze. Secondo il rappresentante diplomatico nigeriano a Pretoria, 1.695 cittadini nigeriani hanno lasciato volontariamente il Sudafrica quest’anno. Il dato si inserisce in un esodo più ampio: secondo le autorità sudafricane, quasi 90mila persone sono state rimpatriate volontariamente o deportate dall’inizio dell’attuale fase di tensione. Le cifre fornite dai paesi di origine dei migranti arrivano invece a circa 178mila persone.

Lo stop deciso dal Parlamento nigeriano è dunque soprattutto un segnale politico, anche se per ora la protesta resta circoscritta al livello parlamentare. Ma il fatto che una delle principali potenze africane abbia scelto di congelare la cooperazione istituzionale con un altro grande paese del continente mostra quanto la questione sia diventata delicata anche sul piano delle relazioni intra-africane.

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Arte e Cultura Camerun Cinema Nigeria
Venezia 83 / Cinema africano
L’Africa alla 83ª Mostra cinematografica di Venezia, tra memorie, distopie e identità
Premiati ‘La maison du vent’ di Kouemo Yanghu e ‘Dear Ajayi’ di Orimogunje. Spazio anche alla distopia di Laaridhi, al viaggio immersivo di Sissako e al riconoscimento a Mati Diop
14 Settembre 2026
Articolo di Simona Cella
Tempo di lettura 7 minuti
Il regista Auguste Bernard Kouemo Yanghu riceve il premio consegnato dalla presidente della Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia, Gabriella Buontempo

Si è conclusa l’83ª Mostra del cinema di Venezia che ha assegnato il Leone d’oro a Woman unknown, unico film in concorso diretto da una donna, la regista danese-egiziana May el-Toukhy. 

Naza di Yuval Abraham e Rachel Szor, potente documentario girato di notte sui tetti di Tel Aviv che rivela i dettagli dei sistemi israeliani alla base dell’uccisione di massa di civili palestinesi a Gaza è stato insignito con il Premio Speciale della Giuria, deludendo le aspettative di pubblico e critici che lo hanno omaggiato con una standing ovation di 25 minuti.

La questione palestinese è stata presente al Lido anche grazie alle azioni del collettivo Venice4Palestine (V4P) aggregazione spontanea di professionistə dell’audiovisivo che ha promosso un appello firmato da oltre mille personalità del mondo del cinema e della cultura e un documento articolato che si appella alla Costituzione italiana, al diritto internazionale e al diritto d’autore per chiedere l’interruzione delle complicità tra le istituzioni culturali e gli apparati coinvolti nel genocidio in corso a Gaza.

Due i film africani premiati

La maison du vent di Auguste Bernard Kouemo Yanghu ha ricevuto il Leone del Futuro-Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentis” (nella giuria anche l’anglo-nigeriano Akinola Davies Jr. regista di My father’s shadow), il Premio Speciale della Giuria Orizzonti.

Damilola Orimogunje è stato invece premiato con il Prix CICT-UNESCO per Dear Ajayi, ritratto di due sorelle che nella Nigeria sud-occidentale degli anni Novanta cercano di conquistare libertà e dignità in una società ancora violentemente maschilista e patriarcale.

Ade è una cristiana devota che mantiene il marito e i figli e non approva le scelte della sorella minore, Titi, un’aspirante cantante il cui spirito indipendente sfida le convenzioni. Quando nella casa si aggiunge la madre malata, riaffiorano vecchi rancori.

In un’intervista il regista racconta di aver voluto fare il ritratto di due donne in cerca di libertà con uno stile minimale che desse importanza al sentimento della nostalgia, ai piccoli momenti quotidiani e alla musica.

Nonostante le nobili intenzioni e una trama movimentata, il film lascia irrisolti molti quesiti forse a causa di un montaggio affrettato e sembra più vicino ad un’estetica televisiva. Film passato per numerosi finanziamenti ed atelier (World Cinema Fund – WCF-ACP Audience Strategy, Ouaga Film Lab, Sud Ecriture, Nouveau Marché – Festival du Nouveau Cinéma, Montréal) il film, come dice lo stesso Orimogunje, è espressione di un nuovo cinema nigeriano che sta espandendo i suoi tentacoli nei Festival occidentali di classe A (Cannes, Venezia, Locarno, Sundance, Toronto Film Festival) e che cerca sempre più di smarcarsi da Nollywood.

La fantascienza distopica di The h@llow man

Nessun premio invece per The h@llow man di Kamel Laaridhi, film decisamente distopico ed inquietante che Beatrice Fiorentino, direttrice artistica de La Settimana della Critica, definisce “un oggetto cinematografico non identificato, radicale e purissimo, un ordigno poetico mascherato da fantascienza che ci proietta in un 2059 sospeso sul confine dell’incubo…”

Il titolo, citazione di The hollow men poesia del 1925 di Thomas Eliot, anticipa il tono dissacrante e distopico con il quale il film affronta due temi scottanti: la tecnologia e il tema della religione. Come se non bastasse il film è introdotto da una citazione da Quaderni dal Carcere di Antonio Gramsci: “Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”.

La storia è ambientata nel 2059, a 10 anni da quando la “grande catastrofe” ha spazzato via l’80% della popolazione mondiale e i leader sopravvissuti hanno imposto l’impianto di un bio-chip in ogni cittadino. Un bio chip che regola i ricordi e sopprime le emozioni, rendendo gli esseri umani docili e distaccati.

Taha vuole scoprire la storia dei suoi genitori e si affida alla pratica (proibita) dell’ipnoterapia incontrando un fabbricante di pathos che usa la poesia per far emergere il passato e la memoria. L’uomo si ritrova così in mezzo ad una foresta, poi in una casa senza elettricità ed infestata dagli insetti dove un uomo e due donne, (la più giovane incinta e l’altra completamente nascosta da un niqab) stanno preparando un attentato suicida.

Lentamente e dolorosamente il passato emerge tramite frammenti, immagini oniriche, materiali di archivio di un’umanità perduta. È un sogno, la memoria del protagonista, un’allucinazione? Taha scoprirà di essere il figlio dell’attentatrice e di essere sopravvissuto al gesto estremo della madre.

Il regista sperimenta il linguaggio-cinema, giocando su più livelli simbolici. Un occhio che guarda attraverso un foro del niqab e che richiama l’occhio della telecamera. L’onnipresenza dei cellullari che trasmettono istruzioni per annunciare un atto di terrorismo. Gli insetti che si accaniscono sugli abitanti della casa, essa stessa corpo sporco e in disfacimento. Il rituale di esorcismo che l’uomo ripete incessantemente. L’oscurità dilagante illuminata solo da candele.

Affascinato dalla fantascienza che ha scoperto da ragazzino su Raiuno (uno dei pochi canali disponibili oltre a quelli governativi) grazie alla serie culto Spazio 1999, il regista dichiara di essersi liberamente ispirato ad un attentato terroristico reale e di aver voluto indagare l’interiorità dei protagonisti.

C’è molto (forse troppo) ma è un tentativo distopico (con qualche tocco alla Lynch) per denunciare terrorismo, abuso della tecnologia e dei social media, inquinamento ambientale rivendicando al tempo stesso il potere salvifico della poesia, del sogno e dell’inconscio.

A mani vuoti anche Sissako con il suo Artou

Nessun premio neanche per Abderrahmane Sissako che si è confrontato con la realtà virtuale per aprire il continente africano alla creazione immersiva. “Una volta” ha dichiarato il regista “sono stato testimone di un viaggio, l’ultimo viaggio del padre di un amico, il quale, alla vigilia della sua scomparsa, desiderava essere sepolto nel suo villaggio natale in Mauritania. Ho osservato, da una distanza rispettosa, il rituale del suo ritorno. Quell’esperienza è stata profondamente commovente. Nel silenzio imposto dalla morte, intraprendiamo tutti un viaggio immersivo, consapevolmente o meno. Artou è il tentativo di raccontare il passaggio dalla vita alla morte”.

Lo spettatore durante i 27 minuti dell’esperienza viene immerso nel viaggio di una famiglia (tre sorelle e tre fratelli) che dopo la morte del padre in Europa, esaudiscono il suo l’ultimo desiderio: riposare il sonno eterno nel villaggio natale in Mauritania. Dall’aereo che solca un cielo stellato, alla piroga che naviga sul fiume, alla jeep che attraversa il deserto. Un viaggio in bianco e nero che scopre il colore solo quando si arriva al villaggio.

Prodotto da Omar Sy, Artou segna il ritorno del regista alle tonalità minori dei suoi primi film, omaggiando con grande potenza l’ultimo viaggio dei migranti, tema già affrontato con grande efficacia dal regista Aliou Sow, nel mediometraggio di qualche anno fa Terremère.

L’Africa negli eventi collaterali

Chiudiamo questa panoramica su Venezia citando due interessanti occasioni di riflessione sulle prospettive del cinema africano e afrodiscendente.

La conferenza Africa chiama 2026 che ha illustrato interessanti prospettive di scambi formativi tra università italiane e africane e proiettato i corti di alcuni studenti di cinema. My eyes are brown in the sun di Sivuyisiwe Nxawe, Before they sold the sky di Kai Reynolds, entrambi sudafricani e dall’Etiopia The last laughter di Tadese Yemane.

Infine l’incontro con Mati Diop, che in occasione dell’assegnazione del Premio Le vie dell’immagine, ha dialogato con Gianluca Arnone, caporedattore della Rivista del Cinematografo, insieme a Maria Bonsanti, del comitato di selezione delle Giornate degli Autori.

Autrice di film importanti come Milles Soleils, Atlantics, Atlantique (Grand Prix Festival di Cannes 2019) e Dahomey (Orso d’Oro alla Berlinale 2024) Mati Diop è figlia del musicista Wasis Diop e nipote di Djibril Diop Mambety, regista del leggendario Touki Bouki.

Ripercorrendo la sua carriera, Mati Diop ha raccontato di avere scoperto dopo l’esperienza di attrice in 35 rhums di Claire Denis, di non essere solo un’artista parigina ma anche una donna nera e di aver avuto il desiderio di confrontarsi con l’eredità dei registi senegalesi degli anni Settanta.

Nasce così Milles soleils, un film che non è solo un omaggio a Touki Bouki ma soprattutto una ricerca di una propria strada cinematografica. Una strada che ha portato ad un cinema politico che affronta tematiche cruciali della contemporaneità quali la questione identitaria, la migrazione, la restituzione, senza rinunciare ad una propria voce artistica.

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